In Guinea Bissau tutto parla del nostro “testimone di solidarietà fra i popoli” – In Guinea Bissau everything speaks of our “witness of solidarity among peoples”

Un viaggio in Africa spesso ti cambia la vita. Perché il Continente nero non ammette mezze misure: o l’odio, o l’amore, dipende se ci si fa abbattere dai disagi – che ci sono -, o se si lasciano prevalere le emozioni, forti, impagabili, come in nessun’altra parte del mondo. Quando l’Africa ti prende, hai bisogno di tornare, come dell’aria per respirare. Una, due, più volte, anche per sempre. È successo così a Vittorio Bicego, nato a Castelvecchio di Valdagno nel 1942, decimo di quattordici figli, impiegato alla “Marzotto”. Le ferie in Guinea Bissau, nella missione francescana del cugino, padre Ernesto Bicego. La voglia di rendersi utile. L’aspettativa dal lavoro. È il 1979. Vittorio ha 37 anni quando decide di partire, incoraggiato dal vescovo di Bissau, il veronese monsignor Settimio Ferrazzetta. Va là “per fare qualcosa”: sarà medico, falegname, contadino, muratore, pescatore, insegnante… padre di ogni bambino orfano. Ma Vittorio è prima di tutto un uomo; la scelta di lasciare patria e famiglia è stata dolorosa e la nuova vita è faticosa. “L’impatto con l’Africa è sempre molto duro, contrastante, crudele, traumatico – scrive nelle sue lettere, oggi diventate un libro, edito dall’associazione veronese Rete Guinea Bissau onlus -. Il clima molto umido ti procura delle difficoltà: tossi, bronchiti, mal di gola, trasudazione e, di conseguenza, una sete pazzesca”.

Ma, nonostante tutto, Vittorio non può restare sordo al grido della popolazione guineiana, i più poveri tra i poveri. “Le condizioni di vita degli indigeni ti traumatizzano: bambini che muoiono per malnutrizione o malattie, nell’indifferenza perfino dei loro genitori; anziani divorati dagli insetti prima di morire; donne che muoiono di fatica; persone schiave delle loro paure religiose”. Si chiede Vittorio: “Cosa puoi fare qui, tu, uomo bianco?” Alla domanda egli ha risposto con l’impegno di una vita. Un uomo bianco può avviare diverse missioni – Bula e Binar (1980), Tite (1981), Bolama (1982), Ingorè (1983), Bedanda (1984), Santa Chiara (1898) – in un Paese dove il 58% della popolazione è animista e il 35% musulmana. Un uomo bianco può suturare, vaccinare, far partorire, là dove la medicina si confonde con la stregoneria. Può costruire abitazioni, scuole e chiese. Un uomo bianco può disboscare e dissodare un pezzo di savana per trasformarla nella florida azienda agricola di San Francesco della Foresta. Perché la popolazione deve rendersi indipendente dagli aiuti all’estero. “Il problema della fame va risolto qui”. Mid’ne (in creolo Colui che soffre per gli altri), come lo hanno battezzato i piccoli indigeni, assolda tutti, anche i bambini “bravissimi nella lotta contro gli uccelli e le scimmie”. Si piantano riso, anacardi (cajou), agrumi, papaia, ananas. Vittorio è anche “nutrizionista”, e il pesce entra a far parte della dieta della gente. Dove c’erano savana e foresta, c’è un’oasi che, nel novembre 1989, viene visitata anche dal presidente della Guinea, Nino Biera, e San Francesco finisce nel telegiornale locale. La produzione è un miracolo: cinquanta tonnellate di riso, cinquantamila ananas. Un uomo bianco può anche dare un futuro ai ragazzi del luogo, mandandoli a studiare in Italia. Perché San Francesco può avere un futuro se gestita dagli africani.

Aveva tanti progetti in mente Vittorio: coltivazioni di fiori tropicali, una fabbrica di succhi di frutta… Non ce l’ha fatta a realizzarli tutti perché un herpes malarico cerebrale, una forma di malaria che non perdona, se l’è portato via a cinquantacinque anni. Ma le sue attività continuano con il sostegno della famiglia, di Rete Guinea Bissau onlus, dei suoi amici ed ex colleghi, oggi impegnati a raccogliere trentacinquemila euro per sistemare, ampliare e dotare di un pozzo la scuola di San Francesco. Ma anche grazie alla preziosa opera dei suoi “figli”, come Mamasamba, direttore dell’azienda agricola guineiana, dove funziona la fabbrica di anacardi; una trentina di dipendenti ai quali, nei mesi della raccolta, si aggiungono circa duecento stagionali. Lo scorso anno è arrivato in Italia un container con centoventi quintali di anacardi tostati da immettere sul mercato europeo attraverso le botteghe del commercio equo e solidale. Una nota azienda dolciaria di Cologna Veneta (Verona) li ha utilizzati per il mandorlato. Un suggerimento: usate i cajou nel pesto alla genovese al posto dei pinoli!

© 2008 Romina Gobbo

pubblicato La Voce dei Berici – domenica 11 maggio 2008 – pag. 18

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: