Senegal, ovvero mal d’Africa

senegal romi bimbi che giocano copiaÈ l’ultimo pezzo di paradiso in terra. È Temento in Senegal, il “regno” di padre Bruno Favero, trevigiano, dell’ordine degli Oblati di Maria Immacolata. Ci sono stata lo scorso anno, nell’ambito di un viaggio umanitario, organizzato dall’associazione Fileo onlus di Vicenza. È un luogo “magico”, che resta nel cuore. Ma le tappe sono state tante: Koudiadiéne, Palmarin, Marsassoum, Velingarà, Kolda, Kaolack, la capitale Dakar, passando per Bigene e Farim in Guinea Bissau. Insomma, missione compiuta, tra solidarietà e scoperta di una cultura diversa. «L’obiettivo è conoscere l’Africa dal punto di vista dell’Africa – spiega Gianni Zarantonello, responsabile di Fileo -. L’apertura alle altre culture dev’essere vera; il che significa mettere da parte i nostri pregiudizi, le nostre categorie. Credo che l’esperienza più bella della vita sia incontrare l’altro». Una bella sfida per i sedici partecipanti, alcuni dei quali per la prima volta alle prese con i “disagi” dell’Africa: notti dormendo per terra in sacco a pelo, docce con il secchio, inevitabilmente fredde, l’onnipresente cous cous di miglio, i quasi cinquemila chilometri su pulmino sgangherato – che procede a sobbalzi e scossoni sulle strade sterrate e piene di buche -, la polvere rossa che offusca gli occhi e riempie la bocca.   Superato l’impatto del primo giorno per Mirco, Daniele, don Giorgio, Gianantonio, Carmela, Elena, Antonio, Enrico, Giovanna, Giancarlo, Genesio, Antonio, Luca (e me) è stato chiaro che bisognava dimenticare la consuetudine domestica e mettersi alla prova. Niente villaggi vacanze, né lussuosi lodge. In fondo, per noi è un viaggio e torneremo presto alle nostre comode case, per i locali è la quotidianità.

Ma l’Africa si sa è così: da una parte ti “strema”, dall’altra ti “prende”. Perché non c’è un cielo più bello, né un paesaggio più incontaminato, non c’è musica più coinvolgente, non c’è un altro popolo (in Senegal le etnie prevalenti sono wolof e serére, ndr) così sorridente, così ospitale nei confronti dello straniero pur nelle difficoltà, e ce ne sono tante. L’Africa al negativo non si fa mancare nulla: dalle malattie alla mortalità infantile, dalla carenza d’acqua all’analfabetismo alla bassa aspettativa di vita, fino all’instabilità politica dovuta alla corruzione. Ma se si supera “la prima volta”, inevitabilmente si torna; non si sfugge al “mal d’Africa”. «Per risolvere i problemi del Senegal serve una politica sociale diversa – spiega padre Denis ‘ndene, dell’ordine del Santissimo Sacramento, responsabile della missione di Dakar -. Bisogna che tutti possano raggiungere un tenore di vita accettabile. Invece i nostri governanti promettono al momento delle elezioni. Fanno molti bei discorsi, ma dopo che sono stati eletti, dimenticano tutto. L’impegno di noi missionari cattolici – che fortunatamente siamo ben accolti nonostante in Senegal il grosso della popolazione sia musulmana -, è soprattutto nel sociale. Abbiamo costruito dispensari e scuole perché la sanità e l’istruzione pubblica sono troppo costose e la gente non se le può permettere. Secondo me il cambiamento passa attraverso i giovani. Sono loro la speranza, ma devono essere intellettualmente e moralmente preparati».

Proprio perché le missioni da visitare erano parecchie, il viaggio si è caratterizzato per i continui trasferimenti. A ogni tappa abbiamo consegnato materiale scolastico, vestiario, coperte, medicinali, soldi e quant’altro. Non sono mancati i momenti istituzionali, tra cui l’incontro con il vescovo di Kolda Jean-Pierre Bassène, a cui è stato illustrato l’innovativo progetto redatto dagli architetti padovani Gianni Ulgelmo e Piercesare Vittadello per la missione di Marsassoum. Oltre al pulmino, anche il traghetto è più volte il nostro mezzo di trasporto. Attraversiamo il fiume Gambia, che scorre da est a ovest ed è confine naturale tra il Paese omonimo e il Senegal del sud, la zona chiamata Casamance. Cinquecento chilometri, dieci minuti di traversata. Accanto a noi, uno spettacolo di umanità varia: uomini con i loro animali, donne con i bambini legati sulle spalle, altre che portano in testa qualsiasi masserizia, venditori di stoffe, c’è chi si fa il tè, il cui aroma ha un che di “stupefacente”, E così siamo a Marsassoum, festeggiati la sera dalle splendide voci della corale. Sorta nel 2003, la missione – undicimila abitanti, di cui cento cattolici -, è attualmente guidata dal sacramentino romano padre Alessandro Bianchi, ed è gemellata con la parrocchia di Polegge di Vicenza, il cui amministratore parrocchiale, don Giorgio Bellò, è stato l’anima del viaggio. L’intento di Fileo è ridefinire l’intera area; circa 40mila metri quadrati, su cui sorgeranno, tra l’altro, forno, porcilaia, scuola, dispensario e centro giovanile. Saranno utilizzati materiali locali, in modo che il complesso risulti il meno impattante possibile (previsto anche l’impianto fotovoltaico per un risparmio energetico). Punti di forza: il costo contenuto (30mila euro circa) e la collaborazione con la popolazione locale. Insomma, un progetto per loro, ma rispetto al quale anche loro si devono impegnare. La missione di padre Alessandro, poi, è “speciale” perché è una sorta di enclave cattolica nell’ambito della città di Marsassoum, dove il 90% della popolazione è di religione musulmana. «I rapporti con la religione musulmana e con quella tradizionale animista sono molto buoni – racconta il vescovo della diocesi di Kolda, di cui la missione di Marsassoum fa parte, monsignor Bassène -. Tanto che nella stessa famiglia ci possono essere cristiani, musulmani e animisti. Due nostri sacerdoti cristiani fratelli tra loro – uno vicario generale a Ziguinchor e uno economo della nostra diocesi – hanno i genitori animisti e altri fratelli musulmani. Il legame familiare e quindi anche quello tribale è così forte che supera la diversa appartenenza religiosa. Non è così per tutte le etnie; ce ne sono di più aperte, altre come i mandinghi della Guinea sono molto più chiuse, strettamente musulmane, e non danno spazio ad altre religioni». Il palmeto che si intensifica ci dice che Temento è ormai vicina. La percentuale è sempre quella: 40mila abitanti, il 10% cattolici. Grazie a don Bruno, questa missione, oltre che essere splendida dal punto di vista naturalistico, è un cantiere in piena attività. A partire dal complesso che si sta costruendo nel villaggio più importante, Samine, e che comprende una sala polivalente, asilo, scuola secondaria, bar, sala riunioni e internet point. In progetto anche una scuola agricola: formazione teorica, ma anche attività pratica, coltivazione di alberi da frutto, allevamento di maiali e apicoltura. Stessa attenzione al fronte sanitario: ogni villaggio dispone di dispensario, maternità e farmacia con infermieri preparati (vitali in un Paese dove la disponibilità di medici è di uno per 150mila abitanti). Per accedere al pronto soccorso si pagano circa 15 centesimi di euro (100 franchi sefa); per il dispensario pubblico servono 150 franchi.

«La vera ricchezza di queste terre – dice don Bruno – sono le persone. Bisogna valorizzarle, soprattutto i giovani, che stiamo rischiando di perdere, perché attratti dalla Spagna. Dobbiamo permettere loro di fare qualcosa qui, affinché si realizzino come persone. Hanno tanto da dare e tanto da insegnare anche a noi». Il viaggio prosegue verso sud, fino alla Guinea Bissau. A Bigene sono ancora ben evidenti i segni del passato sotto il dominio portoghese. Lo si vede nelle abitazioni; e poi la gente di mezza età – quella scolarizzata all’epoca del colonialismo -, parla il portoghese; per i bambini, invece, la norma è l’analfabetismo. Dopo l’indipendenza nel 1973, il Paese invece che progredire, è regredito. Proseguiamo verso Farim, la missione di padre Carlo Aldolfi, anche lui un oblato. Qui non c’è corrente elettrica (neppure nella capitale Bissau, ndr), non c’è telefonia fissa, non c’è campo per i cellulari. C’è, però… la pasta. Padre Carlo è un romano buongustaio e un bravo cuoco; il nostro palato gli è molto grato. Facciamo un giro in piroga sul fiume vicino; regna il silenzio. L’acqua è immobile, scura, impenetrabile, ti aspetti che da un momento all’altro emerga un mostro marino. Navighiamo poco lontani dalla sponda dove la vegetazione intricata rimanda l’eco delle nostre voci. Poi, con il pick up ci addentriamo nella foresta; accompagniamo padre Carlo in due villaggi dove si reca per raccogliere le istanze della popolazione. Colpisce la solennità del momento. L’intero villaggio è riunito sotto l’albero (in queste terre all’ombra dell’albero si festeggiano le ricorrenze più importanti della vita): gli uomini parlano, le donne ascoltano, e anche i bambini, con la stessa attenzione con cui i nostri figli guardano i cartoni animati. Mi concentro su di loro, i bambini. Questi sono proprio poveri: vestiti di stracci e con il classico muco africano al naso. Il primo approccio è difficile: la loro curiosità è tenuta a freno dalla diffidenza. Ma è comprensibile: sono una toubab (straniera, in lingua wolof, ndr), oltretutto bionda e dalla carnagione chiarissima, mentre loro hanno visi nerissimi incorniciati da riccioli e treccine. Ma un po’ di solletico e il saluto “alla Fonzie” sono sufficienti a rompere il ghiaccio. A Farim restiamo due giorni. La mattina veniamo svegliati dall’urlo del muezzin che invita alla preghiera, perché anche qui la maggior parte della gente è musulmana. Dal 28 dicembre 2006 funziona “Casa Emanuele”, centro pediatrico nutrizionale (Cren) realizzato per volere di una famiglia romana il cui figlio diciassettenne, Emanuele, è morto nel 2004 in un incidente stradale. Accoglie bambini di tre, quattro mesi, denutriti, malnutriti, orfani di madre (il 40% delle donne muore ancora di parto), gemelli (si crede che siano frutto di un adulterio, e spesso uno dei due viene soppresso). Oltre alle cure ai bambini, si insegna alle madri a nutrire i figli nel modo migliore. Denutrizione e malnutrizione sono due problemi ben presenti in questa parte d’Africa. Tornati in Senegal, il 7 gennaio abbiamo partecipato all’inaugurazione di un altro Cren, a Velingarà; una struttura alla cui realizzazione Fileo ha contribuito grazie a fondi raccolti con il progetto vicentino di catering e banqueting equo e solidale “Mani in pasta”. Quindici giorni impegnativi, ma anche vacanza. L’escursione nel deserto (Senegal del nord), alle porte del Sahel, è stata interessantissima. È vero che c’è forte escursione termica: dal caldo torrido delle ore centrali del giorno – tanto da cercare di sfuggire ai raggi del sole rifugiati nelle tipiche tende dei Tuareg – al freddo intenso della notte. Anche se è valsa la pena dormire sotto il cielo stellato. A un primo sguardo, il deserto si presenta monotono, sempre uguale, in realtà è in continuo movimento. La brezza livella le dune, le sposta, ne forma altre. È facile perdere l’orientamento. Mano a mano che si ci avvicina all’imbrunire, i colori cambiano: dalle sfumature dell’ocra al rosso al giallo in un perenne mutare silenzioso dove si percepisce lo spazio senza confini e l’annullarsi del tempo.

Traghetto di ritorno dall'isola di Gorée, l'isola degli schiavi (ph Romina Gobbo)

Traghetto di ritorno dall’isola di Gorée, l’isola degli schiavi (ph Romina Gobbo)

Altra tappa turistica: Joal, città natale del primo presidente del Senegal Leopold Sedar Senghor (il presidente poeta, ndr), collegata da un lungo ponte a Fadiouth: a ogni passo, si sente un originale scricchiolio sotto i piedi, perché il terreno di quest’isola è interamente ricoperto da conchiglie; è un luogo caratteristico, dove i granai sono posti su palafitte per impedire agli animali di far man bassa; ma soprattutto vi sorge un interessante cimitero dove riposano insieme cattolici e musulmani. Altra fermata: al lago Rosa, di un colore che va dal rosa al porpora secondo l’intensità del sole. Curioso fenomeno naturale dovuto a micro-alghe che ossidano il ferro contenuto nell’acqua salata. È uno specchio d’acqua così ricco di sale che riesce a stare a galla anche chi non sa nuotare. L’ultimo giorno di viaggio ci porta di nuovo dove eravamo partiti, nella capitale Dakar, un girone dell’inferno: povertà estrema ed edifici sfarzosi convivono in un’armonia quasi surreale. Da Nairobi a Lusaka: tutto già visto. Le capitali africane sono così: ville e hotel convivono con gli slum. Il divario tra ricchi e poveri qui si tocca con mano. A quattro chilometri da Dakar, venti minuti di battello, c’è l’isola di Gorée (o isola degli schiavi): dichiarata dall’Unesco “Patrimonio mondiale dell’umanità”, è l’isola della memoria. Vi si trova la “Maison des Esclaves”, la casa degli schiavi dalla quale sono transitati milioni di africani strappati alla terra d’origine e imbarcati per le Americhe. Un passato drammatico, ma il presente è un’altra cosa. Oggi Gorée è uno dei luoghi più attraenti della costa; è il regno dei suonatori di djembe, il tamburo africano “per eccellenza”, al ritmo del quale oggi balla anche l’Occidente.

© 2008 Testo e foto di Romina Gobbo

pubblicato su viaggi.corriere.it  – 21 novembre 2008

http://viaggi.corriere.it/diari-di-viaggio/africa/senegal/senegal_ovvero_mal_africa_67752.shtml?refresh_ce-cp

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