Quella brutta bestia chiamata solitudine

“Il telefono non squilla mai. Se non sono io a cercare il mondo, il mondo si dimentica che esisto”. Paola, 21 anni, impiegata. Dice di avere degli amici, ma non li sente vicini. Il senso di solitudine è una “brutta bestia”, che si acuisce nel periodo estivo, quando la parola d’ordine diventa divertimento. Invece, i dati sulla depressione, quella da più parti definita come la malattia del secolo, sono in crescita. Ne soffre dal 10 al 15% della popolazione italiana, con una frequenza maggiore fra le donne. Non che il binomio solitudine-depressione sia un automatismo, ma di sicuro la prima agevola la seconda. Nonostante il “meglio soli che male accompagnati”, di vecchia tradizione, la gran parte della gente farebbe qualsiasi cosa per avere un qualche rapporto umano significativo. E sottolineo significativo, perché altrimenti immersi come siamo in una società fortemente popolosa, dove la vita quotidiana ci porta a relazionarsi continuamente con l’altro, parlare di solitudine può lasciare perplessi. Qualcuno, in verità, la sceglie come condizione di vita. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, si tratta di una costrizione. L’immagine più frequente è quella dell’anziano, solo, triste, sulla panchina. E’ la solitudine più evidente in questo momento, perché le famiglie vanno in vacanza e cercano di “sistemare” il nonno da qualche parte. Ma ci sono persone di quarant’anni che soffrono di solitudine; la crisi non aiuta. Perché bisogna fare sacrifici, rinunciare anche alle pizze in compagnia che, in qualche modo, danno l’illusione di avere amici. E poi ci sono i giovani. Sembra quasi impossibile che i giovani possano sentirsi soli. Visto che per lo più girano in “branchi”. A questo punto è chiaro che la solitudine non è essere da soli, ma sentirsi soli, sentirsi estranei in questo mondo, svuotati per mille motivi, veri o presunti che siano. E’ la percezione che fa la differenza. Lo spiega bene Angela: “Ho tanto dalla vita, sono una ragazza normale, una famiglia che mi vuole bene, un ragazzo. Allora, perché questa tristezza che mi avvolge?” Come diceva Pasolini, “bisogna essere molto forti per amare la solitudine”. Per lo più, siamo animali sociali.

© 2010 Romina Gobbo 
pubblicato su Corriere Vicentino – anno XI – n. 7 – Luglio 2010

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