Natale 2010. Dietro la ‘cicatrice di cemento’ un’oasi quieta per i più vulnerabili

«Il muro ci taglia fuori»: dice suor Lucia Corradin, vicentina, che opera a Betlemme, in Palestina, nel Caritas Baby Hospital, unica clinica pediatrica specializzata di tutta la Cisgiordania. Senza quegli 82 posti letto, anche la speranza sarebbe venuta meno, perché nella terra dov’è nato Gesù, i bambini soffrono: spesso abbandonati, malati, con disabilità dovute a matrimoni tra consanguinei… Le difficili condizioni in cui vivono tante famiglie, specie nei villaggi, pongono i bambini in una situazione a forte rischio. Le condizioni igieniche precarie, in particolare la scarsità d’acqua, li rendono più fragili. Molte donne, sfinite dalle continue gravidanze, partoriscono figli deboli e bisognosi di cure. Il muro (wall), costruito a marzo del 2004 dagli israeliani preoccupati di eventuali attentati palestinesi (per loro non è wall, ma barrier, barriera di protezione), alto fino a nove metri e lungo 350 chilometri, ha contribuito fortemente ad aggravare la situazione: la città è isolata, ed economicamente in forte difficoltà (una famiglia su due vive con meno, e oltre il 70% dei bilanci familiari dipende dai sussidi).

In questa situazione le malattie sono diventate per le famiglie un rischio incalcolabile. E i più piccoli sono coloro che patiscono maggiormente. Inoltre, «trasferire negli ospedali israeliani i bambini più gravi, o che necessitano di cure specifiche o interventi chirurgici, è una lotta che non sempre si riesce a vincere. Il permesso per il bambino viene rilasciato facilmente, ma quello per i genitori, no; può passare un giorno, ma possono passare anche due settimane, e un bambino da solo in ospedale non viene accettato. A volte, nell’attesa, il bambino non ce la fa». A Betlemme i piccoli muoiono per intoppi burocratici. Chissà cosa direbbe padre Ernst Schnydrig, che decise di fondare l’ospedale, dopo che, a Natale del 1952, in pellegrinaggio a Betlemme, andando a messa nella basilica della Natività, si trovò di fronte a un uomo palestinese che seppelliva il suo bambino morto di fame e di freddo. Il prete svizzero disse: ‘Mai più’, e il Caritas fu inaugurato nel 1978; è gestito dalle suore Elisabettine di Padova. Una speranza di vita in mezzo al nulla, che si alimenta con il lavoro di sister nour, sorella luce. Un po’ di arabo e un po’ di inglese per definire suor Lucia, responsabile del reparto prematuri. Assieme a lei, altre cinque suore, quattro italiane e un’ecuadoregna. Ci sono 200 dipendenti: i medici sono prevalentemente svizzeri e tedeschi, le infermiere sono palestinesi, sia musulmane che cristiane. L’80% dei bambini è musulmano.

«Ma questo ospedale – dice suor Lucia – non fa differenze. Accogliamo tutti, indipendentemente da provenienza, lingua o religione, e indipendentemente anche dalla disponibilità di denaro. Tuttavia, a chi può permetterselo, viene richiesta una cifra simbolica, d’altra parte noi non abbiamo altre entrate se non le donazioni». Quell’accogliamo tutti significa circa 3.500 ricoveri l’anno nei due reparti di pediatria e neonatologia, e 30mila visite ambulatoriali. Ci sono, poi, un servizio di assistenza sociale, una scuola per infermiere e alcuni alloggi per le madri. I bambini, per la maggior parte, sono affetti da malattie croniche metaboliche, o hanno pesanti scompensi cardiaci, altri sono denutriti, altri ancora presentano sindrome di down o gravi handicap. Patologie diffuse sono anche quelle legate all’apparato respiratorio e a quello intestinale. Insomma, la diagnosi più frequente è malattia da povertà. Kamil, tre anni, è ricoverato da due mesi per una polmonite. Amira, sei anni, è arrivata con la madre dopo due ore di viaggio. Era preda di una dissenteria inarrestabile. Il dottore ha rilevato un’infezione contratta probabilmente bevendo acqua sporca.

Quando arrivo, è l’ora di punta. La sala d’attesa è affollata di mamme, padri e bambini. Qualche bimbo piange, gli infermieri vanno avanti e indietro ininterrottamente. Ma tutti aspettano, pazienti, sapendo di poter contare sulle suore e sul personale medico: sanno che faranno tutto il possibile per riuscire a sfondare anche quel ‘muro’. Trasferimento necessario? Via alla rete dei contatti: genitori del bambino, medici, operatori sanitari e sociali… tutti coinvolti per trovare un posto in ospedale, per far funzionare l’assicurazione medica (quando c’è), o per fornirla quando manca, per ottenere il permesso per entrare in Israele, per trovare le ambulanze. Quella palestinese trasporta il bambino fino al muro, al check point, qui viene preso in consegna dall’ambulanza israeliana fino all’ospedale stabilito. Quando ci si riesce, tutti tirano un respiro di sollievo. Le suore hanno anche un altro modo per provare a sfondare. Tutti i venerdì, al calar del sole, si recano al muro e pregano. «Il muro toglie libertà e dignità – riprende suor Lucia -. Sei costretto a vivere alle dipendenze di altri, in una continua precarietà. Ci chiamano le suore notturne, perché siamo le poche a uscire di notte. O le suore del rosario, perché andiamo a pregare vicino al muro. Ci rivolgiamo alla Vergine Maria, che è madre, con l’intento di offrire questa situazione e di poter essere uno strumento di pace, là dove pace non c’è. La lingua cambia a seconda delle persone che sono con noi. Si può dire che sotto quel muro sono passati tutti i continenti».

I soldati vi creano problemi?

«Ci chiedono perché siamo qui, ci dicono che quello è il loro dovere. Sono incontri sinceri, spontanei, magari di pochi minuti, ma significativi. ‘Sorella, non hai paura a stare qui?’, mi disse una volta una soldatessa armata. Le risposi: ‘No, perché ci sei tu a proteggermi’. Noi abbiamo abbassato il rosario e loro il fucile».

 

© 2010 Romina Gobbo

da Betlemme

pubblicato su La Voce dei Berici – inserto Natale 2010 – 26 dicembre 2010

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