Natale 2010. Senza vera fede non possiamo essere i cristiani di cui il mondo ha bisogno

L’Ordine dei Frati Minori fu fondato da san Francesco d’Assisi nel 1209. Nel 1217, quando si tenne il Capitolo Generale, l’Ordine fu suddiviso in Province, tra cui la Provincia di Terra Santa, che si estendeva a tutte le regioni che gravitavano attorno al bacino del Mediterraneo, dall’Egitto fino alla Grecia, e oltre. I francescani prestano servizio nei principali santuari, tra cui il Santo Sepolcro a Gerusalemme, la Basilica della Natività a Betlemme e la chiesa dell’Annunciazione a Nazareth. Essi svolgono opera pastorale, sociale, attività ecumenica, scientifica, attraverso lo Studium Biblicum Franciscanum (noto in tutto il mondo della cultura biblica e archeologica). Ci sono, poi, i commissari di Terra Santa, che divulgano nel mondo le attività e i problemi della Custodia. Il responsabile della Custodia di Terra Santa viene nominato dal governo centrale dell’Ordine dei Frati Minori dietro esplicita approvazione della Santa Sede. L’attuale custode, padre Pierbattista Pizzaballa, è nato nel 1965 in provincia e diocesi di Bergamo. È in carica dal maggio 2004.

Padre Pizzaballa, che cosa significa essere custodi del luogo da dove tutto è cominciato?

«Quando san Francesco venne in Terra Santa e, dopo di lui i suoi frati vi rimasero ininterrottamente (anche nel periodo in cui furono cacciati, alcuni vivevano clandestinamente in Palestina), non c’erano “santuari” degni di questo nome e, anche il Santo Sepolcro mancava di una degna celebrazione liturgica. Custodire, quindi, è un “talento” che va trafficato. I francescani sono passati dal Cenacolo, acquistato per loro dai Reali di Napoli nel 1330, alla cura di cinquanta Santuari, molti affidati a loro dal Patriarcato di Gerusalemme e che si trovano, oltre che in Israele e Palestina, in Giordania e Siria. Custodire è diventato, quindi, riscattare i Luoghi santi, restaurarli, studiarli, e soprattutto in quest’ultimo secolo, ricostruirli non solo per dovere di manutenzione, ma anche per ridare a ognuno la propria storia, valorizzandone i resti archeologici, esaltandone la memoria evangelica che contengono. La fede degli antichi ha passato un testimone fatto di emozioni e di ricordi, di protezione e di nostalgia che ha saputo passare indenne fra guerre e occupazioni, fra scorribande di predoni e lotte fra clan, perché più forte di tutto è stato l’amore per il Figlio dell’Uomo, che è nato qui, in questa Terra che è santa».

Che cosa è richiesto oggi ai cristiani di Terra Santa?

«È richiesta loro una duplice fedeltà: a Dio e alla Terra. E non è cosa da poco, se pensiamo che la storia recente, che ha ormai compiuto più di 60 anni, è una storia di emigrazione e di lutti. Come comunità cristiana che vive in Terra Santa dobbiamo riscoprire di essere e vivere nei luoghi delle origini. Ma noi siamo e viviamo la memoria viva dell’Incarnazione, che non è soltanto avvenuta nel tempo, ma anche in uno spazio. Abitare con vitalità quello spazio è vocazione e servizio alla Chiesa intera. La fedeltà alla Terra come occasione di evangelizzazione, di preghiera, di punto fermo dell’identità cristiana di Terra Santa. Un andare oltre le difficoltà, per saperle affrontare meglio, consapevoli che nulla è impossibile a Dio. I nostri cristiani devono sentirsi orgogliosi della loro fede in Gesù, e fieri di viverla dove Gesù è nato, morto, e risorto. Compito della Chiesa è aiutarli e incoraggiarli, puntando su una pastorale che metta al primo posto lo studio, la meditazione e l’annuncio della Parola di Dio. E la presenza coerente, generosa, fatta di ascolto e di solidarietà di ogni suo ministro, di ogni catechista».

Qual è il fascino della figura di Cristo per i cristiani di oggi?

«Mi mette a disagio pensare a Cristo come ‘affascinante’. Forse non l’ha mai voluto essere. Il nostro Gesù, Cristo risorto dai morti, Figlio di Dio e Dio egli stesso, preferisco pensarlo con tutta la sua divina umanità, la sua fragilità, la sua morte da sconfitto, la sua nascita nascosta e lontana dall’adorazione dei potenti. Un Dio così, sconfitto per amore, non costringe l’uomo a seguirlo perché incantato dalle sue magie, ma lo chiama alla piena realizzazione di sé, lo interroga con la sua morte, lo salva dopo aver rifiutato di salvare sé stesso come gli chiedono i suoi schernitori. La novità di un Dio che ci ama così tanto da incarnarsi, da prendere corpo in un corpo di donna, da nascere in una grotta, nascosto in un bambino: a questo abbiamo necessità di guardare noi, cristiani di oggi, perché Dio ci è necessario. Non uomini affascinati da Cristo, ma cristiani che riconoscono che senza una fede vera, la fede nel Dio di Gesù Cristo, non siamo i cristiani di cui il mondo ha bisogno».

Che cosa ha invece da dire Cristo ai non cristiani?

«’Sì, Cristo ci è necessario’: l’invocazione di papa Paolo VI esprime il bisogno dei cristiani. Ma questa può a buon diritto essere anche l’aspirazione di un uomo di buona volontà, di un non cristiano che si interroga con sincerità, di un giovane che deve decidere della sua vita… Gesù continua a parlare agli uomini, a tutti gli uomini, perché è nato per tutti gli uomini amati dal Signore: quale amore è pari a questa sua fedeltà all’uomo? Ad ogni uomo? Niente ci separerà mai dall’amore di Cristo! Ed è un amore che ci raggiunge tutti; siamo tutti – uomini e donne – in ricerca dell’Assoluto: alcuni ne sono coscienti, altri meno».

Lei ha detto meno Chiesa stato sociale e più Chiesa testimone. Ci spiega meglio questa affermazione?

«Il mondo ha bisogno più di testimoni che di maestri. E se un maestro non è anzitutto un testimone, non risponde al bisogno della gente, dei giovani in particolare. Che opere pretendiamo di fare, se non siamo testimoni credibili di ciò che professiamo? Essere testimoni significa farsi responsabili di ciò in cui crediamo: davanti a noi stessi, davanti a Dio, davanti alla gente. Allora sapremo ascoltare la gente, sapremo parlare alla gente, sapremo con-dividere, sapremo compatire. Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri sopratutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore: ecco cos’è una Chiesa-testimone».

In Occidente si fa fatica a cogliere la molteplicità delle Chiese orientali. Molti vi vedono il segno delle antiche divisioni tra cristiani. Come trovare un terreno comune?

«Il dialogo ecumenico, sempre attivo e sempre in divenire, è senza alcun dubbio, dialogo teologico, confronto dei diversi modi di intendere o non voler intendere verità di fede, riconoscimento e negazione di tradizioni storiche che si vogliono giuste o sbagliate. Anche divisioni, che sembrano a volte ricomporsi e crepe che si aprono: la vitalità di una Chiesa che cammina. Occidente? Oriente? Le denominazioni cambiano secondo il posto in cui ci troviamo: il mio oriente è l’occidente, e viceversa. Le migrazioni hanno portato le Chiese orientali ad avere fedeli in tutto il mondo, e a volte sono cristiani di maggioranza in alcuni Paesi occidentali. I Paesi orientali hanno una forte maggioranza di cristiani latini, cioè occidentali, a causa delle migrazioni a motivo del lavoro. Il terreno comune? L’uomo, la dignità umana, l’impegno di testimonianza della sacralità della vita umana, creata da Dio; il rispetto che ci dobbiamo e la solidarietà, perché creati per essere fratelli. Tutte le Chiese si trovano unite su questo compito: è terreno comune di ecumenismo, l’umanità di Dio, la divinità dell’uomo. L’ebraismo si trova unito sullo stesso tema, l’islamismo si trova unito: è terreno comune di dialogo interreligioso. La collaborazione nel riconoscimento concreto, fattivo, capace di creare una cultura nuova, per la dignità umana, per il rispetto non di una o mille minoranze, ma dell’uomo, di ogni singolo uomo, è un terreno comune a tutti, e luogo privilegiato per sperimentare l’unità. E tutto il resto seguirà».

In che rapporto si pone il Luogo santo con la fede dei credenti?

«Quando coltiviamo un’amicizia, a un certo punto sentiamo l’esigenza di sapere di più del nostro amico. Vogliamo sapere come vive, dove abita, vedere gli oggetti che lo circondano. Guardare le cose che lui guarda. Allo stesso modo, il Luogo santo con la fede di credenti: è un’esigenza; dovremmo sentire l’esigenza di saperne di più, saperlo con gli occhi, con le mani, camminare sulle stesse strade, guardare gli stessi orizzonti di Gesù».

L’Europa secolarizzata ha ancora interesse a difendere i Luoghi santi?

«Una difesa dei Luoghi santi, da parte dell’Europa, oggi, a parte la spinosa questione dello Statu quo, avrebbe comunque la possibilità di esprimersi. E difendere i Luoghi santi è anche difendere i cristiani che ci vivono, rafforzarne e valorizzarne la visibilità, dare loro lavoro e nuove professionalità. Penso al progetto, sempre più urgente, per rendere Cafarnao una zona museale, dove poter davvero accompagnare il pellegrino a fare esperienza del vivere quotidiano nella città di Gesù. Un progetto grandioso? Certo, ma una spesa che può essere affrontata da un Paese o da una comunità di Paesi senza impoverire nessuno e dando senso a tanto parlare di solidarietà con i cristiani del Medio Oriente».

Il pellegrinaggio nei Luoghi santi: cosa porta a voi che vivete lì, e cosa lascia al pellegrino che viene da voi?

«A noi il pellegrino porta la sua solidarietà, la sua presenza solidale. Per questo amiamo tanto i pellegrini che si interessano alla situazione del nostro Paese, dei Luoghi santi, e alle storie della nostra gente. Il pellegrino ci porta il suo stupore nello scoprire una Terra multirazziale, che parla tante diverse lingue, che crede nel Dio unico in almeno tre diversi modi e lo prega e lo celebra in una varietà quasi inesauribile di riti. Se, poi, quando un pellegrino torna a casa, può testimoniare che qualcosa è cambiato nella sua vita, allora significa che il nostro impegno qui è positivo, significa che il pellegrinaggio ha prodotto i suoi frutti».

 

© 2010 Romina Gobbo

da Gerusalemme

pubblicato su La Voce dei Berici – inserto Natale 2010 – 26 dicembre 2010

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