Novoledo. Quel bacino non s’ha da fare

Il rumore del motore dell’idrovora non dà tregua neanche la notte: l’acqua dev’essere aspirata 24 ore su 24, altrimenti la cantina in pochi minuti si allaga nuovamente. «Ed è così dai primi di novembre, i giorni della grande alluvione. Per tenere la pompa in funzione di continuo ho già speso cinquemila euro tra bollette e gasolio. E chissà se vedrò mai un euro di risarcimento», commenta amaramente Vittorino Marangon, giovane coltivatore diretto del posto. Come la sua, lì attorno sono parecchie decine le abitazioni con garage e scantinati allagati ormai da quasi cinque mesi. Qui la falda è molto alta: a due metri e mezzo di profondità trovi l’acqua e i campi coltivati non di rado vanno sotto, compromettendo il raccolto.

Siamo  novoledo, frazione di Villaverla, 1.890 abitanti, uno degli angoli del Vicentino ancora incontaminati dalla cementificazione selvaggia, noto come il “paese delle risorgive”, per i fontanili che a centinaia sgorgano liberi e vanno a formare il Bacchiglione, il fiume che più a sud entra in Vicenza e che los corso primo novembre ha sommerso mezzo capoluogo e, complici i fiumi vicini, ha allagato 50 chilometri quadrati e 30 comuni. Da queste parti passa pure il torrente Timonchio, uno degli affluenti del Bacchiglione, la cui piena ha contribuito non poco all’esondazione del fiume vicentino. Proprio per abbattere le piene del torrente, in caso di piogge straordinarie come quelle cadute alla fine del 2010, e per mettere in sicurezza la città di Vicenza, la Regione Veneto ha deciso di scavare una “cassa di espansione”: il progetto del bacino che si estenderebbe su 105 ettari di terreno, per un volume di invaso di 3 milioni e 300mial metri cubi e una profondità di circa tre metri e mezzo, interesserebbe proprio le terre dei contadini di Novoledo, pur essendo all’interno del vicino comune di Caldogno.

Ma loro non ci stanno. I dubbi sollevati dai coltivatori sull’operazione sono più d’uno. «Che utilità può esserci nel ricostruire un bacino in una zona di falde alte, già soggetta ad allagamenti prolungati? E quali danni permanenti arrecherebbe all’agricoltura?», si chiede Gianfranco Farina, portavoce di 67 dei 94 intestatari dei terreni interessati dal nuovo bacino. «In caso di piena, la cassa si colmerebbe subito d’acqua, senza risolvere alcun problema a valle, ma anzi inquinando le falde quasi affioranti con il liquame trasportato dalla piena».

A pochi metri dal terreno dove dovrebbe esser scavata la cassa d’espansione, ora ridotta a lago acquitrinoso ove stanziano stormi di gabbiani, sgorgano le risorgive di Novoledo. Siamo nell’oasi naturalistica di Villaverla, cioè un’area verde, ricchissima d’acque limpide (si stimano più di mille miliardi di litri d’ottima acqua), che per la sua valenza ambientale è protetta da un Sic (sito di importanza comunitaria) ed è meta di visite guidate. L’acquedotto costruito qui, oltre un secolo fa, rifornisce le città di Padova, Vicenza, Abano e Rovigo. «Quello del bacino è l’ennesimo attentato ambientale a questa terra che custodisce una delle più consistenti riserve d’acqua d’Europa», denuncia don Francesco Meneghello, parroco di Novoledo da 17 anni, il “parroco dell’acqua”, come lo chiamano da queste parti, e il fondatore – con Galdino Pendin – del Comitato per la salvaguardia del creato, che si batte contro l’escavazione del bacino. «Dieci anni fa – precisa il sacerdote -, grazie anche al sostegno del settimanale diocesano La Voce dei Berici, siamo riusciti a fermare un altro sciagurato progetto che voleva portare in quest’area una “torcia al plasma”, ovvero un inceneritore di rifiuti industriali. E non più tardi di un anno fa è stata scongiurata la realizzazione di un fitodepuratore che avrebbe mescolato le acque reflue del depuratore di Thiene-Schio con quelle pure delle nostre fontane. E adesso arriva il bacino antipiena. «Il progetto non prevede, peraltro, come capita in genere, l’esproprio dei terreni, ma un’indennità per “servitù d’allagamento” che sembra essere stata studiata ad hoc dalla Regione Veneto: questa risparmia i due terzi del costo; mentre ai contadini, che si ritrovano un terreno spesso non più coltivabile, resterebbe pure l’onere della manutenzione dell’invaso. Il tutto per un magro indennizzo di 51mila euro all’ettaro», dichiara Farina. «E poi si rivendono pure parte della terra escavata: nel progetto, ghiaia e argilla commercializzate valgono ben 9 milioni e 800mila euro». Ce n’è abbastanza per volerci veder chiaro prima di accogliere le scavatrici sui propri campi.

Favorevoli all’operazione si dicono, invece, il Comune di Caldogno e la locale Coldiretti. L’assessore provinciale alle Risorse idriche, Paolo Pellizzari (Pdl), taglia corto: «Le motivazioni dei residenti e del comitato sono delle stupidaggini. La città di Vicenza rappresenta il nodo idraulico più complesso di tutto il nord Italia perché è il collo di bottiglia di una delle zone più piovose del nsotro Paese. L’area individuata è strategica, dal momento che si trova subito a nord del capoluogo, e non ve ne sono altre dove poter scavare un bacino. Per 44 anni, siamo stati schiavi di interessi particolari, in nome dei quali non siamo riusciti a minimizzare il rischio idraulico di queste terre».

© 2011 Alberto Laggia con la collaborazione di Romina Gobbo

pubblicato su Famiglia Cristiana – 27 marzo 2011 – pagg. 70-72

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