Gli sbarchi, emergenza senza fine

Con l’aereo si rimpatria, con la barca arrivano nuovi disperati. Ancora sbarchi a Lampedusa. Mentre scriviamo sono oltre 1.500 i migranti presenti sull’isola. Di questi, 500 circa sono profughi subsahariani arrivati dalla Libia, il resto tunisini. Una notizia che non sorprende per nulla don Carmelo Petrone, direttore de L’amico del popolo, settimanale diocesano di Agrigento, diocesi dalla quale la parrocchia di Lampedusa dipende. «Con il tempo buono arrivano sempre dei barconi. È così da vent’anni – spiega -. I lampedusani hanno sempre accolto, sono gente di mare, per loro è naturale aiutare chi arriva. Ma il fenomeno di questi giorni è ingestibile a causa delle proporzioni. Il governo intanto ha tappato la falla con la Tunisia, ma si è aperto il fronte libico. Questi non sono “migranti economici”, è gente che scappa dalla guerra, perciò devono essere classificati come profughi e trattati come tali. E non dimentichiamo che, quando la guerra in Libia sarà finita, una o l’altra fazione dovrà fuggire, per evitare ripercussioni da parte dei vincitori, Ma stanno arrivando anche somali, eritrei».

Il collega agrigentino ci tiene a sottolineare il grande cuore dei lampedusani. «È comprensibile che a un certo punto si siano lamentati, ma non contro gli immigrati, bensì contro i disservizi, contro i fallimenti di questa accoglienza, contro il governo che ha trattato queste persone in maniera così disumana. Gli anziani del luogo dicono che è stata lesa la dignità di questi stranieri. Da parte dei lampedusani ci sono state azioni bellissime. Nei giorni di massima emergenza c’erano 5.000 immigrati, tanti quanti gli abitanti del- l’isola. I lampedusani hanno diviso le coperte, sfamato persone, condiviso le toilette, regalato materassi. Anche perché lo Stato dà 33 euro al giorno per immigrato, non è che con questi soldi si riesca a fare molto». Tutto questo diventa ancora più significativo, se si pensa che Lampedusa è un’isola la cui quotidianità poco ha a che fare con l’immagine che se ne dà ai turisti. Un solo traghetto al giorno porta gli approvvigionamenti; se il mare è in burrasca non arriva il cibo. Niente visite specialistiche. Anche partorire è un lusso. Sull’isola non c’è un ospedale, c’è un presidio sanitario non attrezzato per i parti; chi sta per avere un figlio, deve andare a Palermo o ad Agrigento. «Per non parlare di Linosa, frazione di Lampedusa. Lì le tartarughe, che sono protette, hanno un servizio migliore dei cittadini. Tutto ciò che nella terraferma è normale, qui non lo è», aggiunge. Ecco perché fanno sorridere le sparate di chi dice che ha acquistato casa in loco. «Non si diventa lampedusani con i proclami, ma immergendosi nella sua realtà, vi- vendo i disagi che essa vive». I lampedusani si occupano dei vivi ma anche dei morti. «Accanto al loro cimitero, ce n’è uno, accudito da un custode, per gli immigrati che hanno perso la vita nella traversata». Secondo le stime sono oltre 15mila i corpi sul fondo del Mediterraneo, di coloro che hanno cercato di approdare sulle rive europee. «A Lampedusa dal 2008 c’è la porta d’Europa, un monumento in ceramica, realizzato dallo scultore Mimmo Paladini, dedicato ai migranti caduti. E la Caritas ha promosso anche dei momenti di preghiera».

Non solo preghiere per il parroco di Lampedusa, don Stefano Nastasi, che ha dovuto rimboccarsi per bene le maniche, anche facendo aprire un supermercato di notte per comprare un bancale d’acqua e dar da bere a 200 persone praticamente disidratate. «La Caritas ci ha aiutato molto, perché noi lampedusani abbiamo cuore, ma manchiamo di esperienza – spiega il parroco, che nel suo lavoro è coadiuvato da padre Vincent Mwagala -. Le ronde della solidarietà distribuivano coperte, acqua e pasti caldi». Ma non si può sempre e solo limitarsi a rattoppare le emergenze. «I flussi immigratori vanno regolati, per poter dare risposte più concrete, più umane – continua il parroco -. Affinché il fenomeno rientri, bisogna investire in cooperazione nei Paesi di origine, ciò che né l’Italia, né l’Europa stanno facendo. Ma non ci sono altri modi. Questa gente non strappa volentieri il cuore dalla propria terra. È la storia che li costringe ad andarsene. Nessuno lascia con superficialità le proprie origini, la propria famiglia, il proprio luogo natio, mettendo in discussione la propria vita. È vero, nella massa ci sarà anche qualche delinquente, ma la maggior parte sono persone che arrivano da situazioni di precarietà economica, anche di lacerazione affettiva. Possiamo lasciarli soli? Se ognuno di noi si chiude a riccio, facendo prevalere i propri bisogni, non concluderemo nulla. Se impariamo a guardare negli occhi l’altro, ad ascoltare le sue necessità, ad aprirci al suo cuore, questo potrebbe essere già un buon punto di partenza».

© 2011 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici, domenica 17 aprile 2011

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