Islam di casa nostra

«Con un miliardo e 300 milioni di persone sparse per cinque continenti, l’islam non è di sicuro un monolite, così come non lo è il cristianesimo». A spiegarlo è il professor Stefano Allievi, sociologo e docente all’Università di Padova, autorevole esperto di islam, e autore di diversi libri sull’argomento.

«Essere minoranza o maggioranza di un Paese è ben diverso, anche per l’islam. Solo una minoranza – il 20 per cento – è arabofona; la grande maggioranza non lo è. Significa che non leggono il Corano in arabo. Ci sono più scuole giuridiche; perciò, dallo stesso versetto possono conse-guire interpretazioni sempre ortodosse, ma diverse.

Un musulmano, emigrato in Europa, è già diverso. Partito da un Paese a maggioranza islamica si ritrova in un Paese dove è in minoranza. In Francia, il Corano viene letto in francese, in Inghilterra, in inglese. C’è con la religione un rapporto più personale, non mediato dalla tradizione.

Ancora, un musulmano nel suo Paese d’origine, in moschea trova gente culturalmente uguale a lui. Un musulmano in una moschea europea incontra approcci culturali diversi, anche abiti diversi, insomma modi diversi di essere musulmano. E, allora, cosa succede quando i giovani musulmani, cresciuti, ma anche nati in Europa, in Paesi laici politicamente e culturalmente, tornano al Paese di origine per le vacanze, per un matrimonio, una festa di famiglia?».

È il fondamentalismo che sta avanzando, oppure è l’islam moderato?

«Questa distinzione tra radicali e moderati non ha senso. Facciamo il paragone con il cattolicesimo: che cos’è un cattolico moderato? Uno che va a messa solo a Natale? È un musulmano che non lo fa tanto vedere? Uno che ci crede, ma fino a un certo punto? Una donna che non indossa il foulard è moderata? È come quando negli Usa volevano i negri bianchi. Un buon musulmano è quello che dev’essere un buon musulmano».

Che cos’è il fondamentalismo?

«Il fondamentalismo esiste; ha un peso molto diverso a seconda del Paese, del contesto politico. In una situazione come quella palestinese, per esempio, che ci siano dei radicali fondamentalisti non dovrebbe stupire più di tanto. Si tratta evidentemente di una parte minoritaria del mondo islamico. In alcuni Paesi si presenta come progetto politico, in altri con azioni violente, in altri ancora con caratteri terroristici, e qui il riferimento è al-Qaeda. Il fondamentalismo vive fasi diverse, legate ad alcune contingenze, guerre, instabilità politica… Ci sono anche molti gruppi terroristici che agiscono a prescin-dere da contingenze reali, non sono popoli oppressi che si ribellano. Il terrorismo non è rappresentativo dell’islam e non ha altre ragioni, se non l’ideologia. Se ideologicamente costruisco l’immagine di un Occidente come nemico globale, lo combatto e istigo a combatterlo. Ma credo che l’uccisione di Osama Bin Laden sia stata un colpo notevole».

Come si combatte?

«Facendosi alleati la stragrande maggioranza dei musulmani, che vivono anche loro il fondamentalismo come un nemico. Non dimentichiamo che al-Qaeda ha fatto più vittime tra i musulmani e nei Paesi musulmani. Il modo migliore è – con una citazione evangelica – “distinguere, il grano dal loglio (zizzania, ndr)”. Mano tesa verso la stragrande maggioranza; pugno di ferro contro i violenti».

Dopo quanto accaduto nel Nord Africa, lo “spauracchio” è rappresentato dai Fratelli musulmani.

«È un po’ la stessa paura che si aveva con la Turchia. In realtà, oggi la Turchia è più libera e democratica di vent’anni fa, quando governavano i laici. L’AKP è andato al potere senza violenza, né prima, né dopo. È un esempio interessante, di cui va tenuto conto.

Dire Fratelli musulmani è un po’ come dire socialisti negli anni ‘60 in Europa. Non è più strano che da noi vada al potere la Dc. Ci sta dentro di tutto. Hamas è più radicale e ha un’ala armata e violenta. Ma, nella stragrande maggioranza dei Paesi, la Fratellanza ha acquisito seggi in parlamento con una politica non violenta, con una conquista di convinzioni. I Fratelli musulmani hanno un progetto politico intorno alla religione, però di conquista dal basso, non di imposizione e, nella maggioranza dei casi, non totalitario. Fanno moltissimo lavoro sociale. Per loro la cosa migliore è avere una società islamica. Lo stato islamico era un’idea presente all’inizio, si sono costituiti un secolo fa. In cent’anni è cambiato tutto. Il fatto che il pluralismo religioso sia nel progetto di Dio, non è casuale».

I cambiamenti nel Nord Africa sono un modello esportabile anche nell’Africa nera?

«Bisognerebbe fare un distinguo Paese per Paese, anche al nord, tanto le situazioni sono diverse. Lo Yemen non è il Marocco, la Tunisia non è l’Egitto, la Libia è altro ancora. Bisognerebbe analizzare il modello di sviluppo, il grado di apertura all’Occidente, la mortalità, la disoccupazione… Ricordavo prima la Turchia: ha dimostrato che la democrazia favorisce lo sviluppo, anche nel mondo islamico, pur talvolta con conseguenze che possono non piacere, come la secolarizzazione, la laicizzazione. Mentre credo che sotto il Sahara si sia a uno stadio più arretrato con, in più, la complicazione delle questioni tribali».

Perché l’Occidente tende a identificare la moschea con un luogo di aggregazione di terroristi?

«La moschea è un luogo di culto, ma anche di socializzazione, come lo sono le parrocchie, o le sale del regno. Il messaggio che passa è: rispetta le leggi; difficilmente chi stupra o ruba… è un assiduo frequentatore di moschea. Così come mediamente è più facile che uno che fa il killer di professione non vada a messa. Perciò, l’opposizione alle moschee è tutta ideologica, tant’è vero che non tocca i luoghi di culto di altre religioni. C’è chi ci guadagna politicamente, chi vende giornali, chi si fa eleggere gridando “no” alle moschee. Non ha nulla a che fare con fatti concreti. Non produce delinquenza, anzi, favorisce il controllo sociale. Le moschee in Italia sono fortemente controllate; nessun’altra comunità religiosa ha rapporti così frequenti con le forze dell’ordine. È nell’interesse anche dei musulmani. Se non abbiamo avuto attentati come quelli di Londra o Madrid o è perché da noi non ci sono terroristi, oppure perché funziona la prevenzione. Ma il suo compito primario è di essere luogo di culto. E non si può chiedere ai musulmani quello che non si chiede a tutti gli altri. È auspicabile che il sermone sia in italiano, ma non si può renderlo obbligatorio. E, comunque, l’opposizione alle moschee è incostituzionale, dato che la nostra Costituzione prevede il diritto di culto, non solo a chi ha la cittadinanza».

Eppure alcuni sindaci del Nordest hanno emesso ordinanze contro l’edificazione di moschee.

«Poi succede come a Verona, che i musulmani sono ricorsi al Tar e hanno vinto. Io sono contrario alle leggi specifiche, così come alle attenuanti per questioni religiose. La domanda da porsi è: preferiamo dei musulmani felici e integrati, permettendo loro di recitare le loro preghiere in luoghi deputati? Tra l’altro, le moschee in Italia sono tre; per il resto si parla di sale di preghiera, stanze, magazzini, appartamenti, retrobottega. O preferiamo che si sentano sempre marginalizzati, offesi? Che cosa conviene a un sindaco? Chi fa opposizione preconcetta produce conflitto sociale, che è costoso. Che cosa favorisce, invece, l’integrazione? Per fortuna i cittadini italiani sono più avanti di un pezzo di politica che li rappresenta e stanno cominciando a capire».

© 2011 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici, domenica 15 maggio 2011

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