Libertà religiosa nel mondo. Rapporto 2010. Credo in un Dio, padre di tutti

Religio opium populi? Di sicuro, nel terzo millennio, religio est casus belli. In 60 Paesi del mondo la libertà religiosa è violata. Il 70 per cento della popolazione mondiale deve affrontare restrizioni o persecuzioni dovute al credo professato. Duecento milioni di cristiani subiscono un qualche tipo di persecuzione: si va dai massacri all’impossibilità di esercitare liberamente il proprio culto, dagli arresti al divieto di indossare segni della prpria fede, dalla messa all’indice delle bibbie alla confisca dei beni. «L’Occidente laico sembra non capire – spiega mons. Louis Sako, vescovo di Kirkuk, Iraq -; un mondo sempre più scristianizzato fa fatica a concepire che i cristiani possano essere perseguitati, proprio in quanto cristiani».

Dopo di che, se si persegue un’analisi più approfondita, peraltro piuttosto impegnativa, ci si rende conto che la questione è più complessa e che bisogna fare un distinguo da Paese a Paese. Certo è che la questione religiosa il più delle volte si incrocia con quella politica ed economica. Motivazioni vere o presunte, vecchi rancori mai sopiti, timori della perdita di privilegi… E non dimentichiamo che in molti Paesi, soprattutto nel Vicino Oriente, i cristiani sono una minoranza e, di conseguenza, come tutte le minoranze, hanno vita dura. Basta qualche voce di conversioni al cristianesimo per dar fuoco alle polveri. E… boom. Boom alla viglia del Capodanno 2011. Ad Alessandria, in Egitto, alla fine della messa di mezzanotte, un’autobomba è esplosa davanti alla chiesa cristiano-copta, dedicata ai santi Paolo e Giorgio: 21 morti e 8 feriti. Boom a Natale 2010. Una serie di attacchi e agguati senza precedenti ha colpito e sconvolto tre chiese in Nigeria, mietendo una quarantina di vittime. Boom ad agosto 2008, nello Stato dell’Orissa, nell’India orientale. 25 morti, più di 600 chiese distrutte, 4.000 cristiani costretti a fuggire dai loro villaggi. Sono questi gli eventi considerati la punta dell’iceberg di un fenomeno in crescita e dai contorni difficilmente definibili. Poco più di un mese fa è stato assassinato il ministro pakistano per le minoranze, il cattolico Shahbaz Batthi. Gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno avuto l’effetto di spingere un gran numero di persone nelle braccia dei gruppi fondamentalisti musulmani. Le operazioni condotte contro i talebani afghani e contro al-Qaeda hanno notevolmente aumentato l’ostilità verso gli occidentali, considerati i nuovi crociati.

Nel Maghreb, per esempio, si guarda agli occidentali – missionari e volontari – come a moderni colonizzatori, oppure come a procacciatori di fedeli. A volte non proprio a torto, perché c’è chi eccede nel proselitismo. La conversione è vista come il frutto di un proselitismo interessato, non di una convinzione religiosa autentica. Per l’ebreo e il musulmano essa è spesso vietata dalle leggi dello Stato. D’altro canto, in Oriente, libertà di religione vuol dire, di solito, libertà di culto, di erigere chiese, indossare simboli religiosi, di pregare. Il cattolicesimo predica l’uguaglianza, per forza non può essere ben visto in una società come quella indiana dove la divisione in caste persiste nonostante la legislazione le abbia abolite nel ’50. E magari il missionario in Africa denuncia la corruzione dei governi, contesta le mutilazioni genitali, si oppone ai bambini soldato. Poi ai cristiani viene contestato il tenore di vita migliore, reso possibile dagli aiuti che arrivano dall’Occidente. Un altro motivo scatenante di tensioni sono le conversioni. Nei Paesi mediorientali e asiatici, ogni conversione è percepita come un colpo profondo inferto alla comunità d’origine del convertito (indipendentemente da quale essa sia), e costituisce una rottura sociale. Insomma ce n’è per tutti. Così la religione diventa un capro espiatorio, mentre le vere motivazioni dei conflitti sono altre. Ma, anche cambiando i fattori (le cause), il risultato non cambia. I cristiani se ne vanno dal Medio Oriente. Almeno 7 milioni di fedeli delle antiche Chiese d’Oriente vivono ormai fuori dal territorio mediorientale. L’emigrazione è iniziata verso la fine del XIX secolo, per cause politiche ed economiche. Nella prima metà del Novecento lo sterminio e la cacciata degli armeni prima e poi dei greci della Turchia, furono fenomeni di proporzioni colossali. Gli armeni sono da molti decenni più numerosi nella diaspora che nella terra di origine. Poi, con il conflitto israelo-palestinese e l’instabilità che ha causato in tutta la regione, la guerra dell’Iraq e la precarietà politica del Libano, la situazione è peggiorata e l’esodo si è velocizzato. Maroniti libanesi sono emigrati in Canada, Messico, Stati Uniti; gli iracheni hanno creato una “Chaldean town” a Detroit; i cristiani di Betlemme si sono spinti per lo più verso il Cile. La politica occidentale si disinteressa del problema. Onu ed Unione europea si sono dimostrati incapaci, ma il difensore internazionale fa sorridere mons. Sako: «Che cosa può fare l’Occidente? Mettere i militari davanti a tutte le case dei cristiani? Renderle dei bunker? Ma la gente vuole muoversi. E poi bisognerebbe proteggere tutto il popolo iracheno». Per mons. Sako: «La soluzione non può essere che il dialogo ecumenico, l’educazione alla giustizia sociale, che riconosca a tutti pari dignità».

© 2011 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – Inserto sulla libertà religiosa nel mondo nel 2010 “Quando pregare diventa difficile” – domenica 12 giugno 2011

 

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