Per Cristo si dà anche la vita

Ventitrè morti e almeno una novantina di feriti. E’ stata colpita di nuov, il 19 maggio, con una violenza inaudita, Kirkuk, cittadina irachena, 250 chilometri a nord di Baghdad. In queste terre, spiega l’arcivescovo, monsignor Louis Sako, “si vive un equilibrio molto precario, una situazione di attesa”. Qui spesso si sono scatenati conflitti etnici e religiosi tra la maggioranza curda e le minoranze araba e turcomanna. “Non si vede l’avvenire e la gente è molto preoccupata – continua mons. Sako -. Questo non aiuta a pianificare, a progettare. C’è anche speranza, ma non è sempre facile. L’Oriente è un mistero, ma questo mistero noi lo viviamo con tanta fede, che ci aiuta e ci sostiene, nonostante le troppe difficoltà”. Mons. Sako difende da sempre le minoranze minacciate ed è un promotore del difficile processo di democratizzazione e di riconciliazione in Iraq, tanto da essere stato insignito del Premio per la pace di Pax Christi. “Per cambiare la situazione – dice – occorre diffondere una cultura aperta e pluralista all’interno delle famiglie e nella scuola. Da parte loro, i governi devono prendersi le proprie responsabilità e difendere i diritti di tutti i cittadini, mentre i leader religiosi musulmani devono adeguare la religione alle sfide della modernità”.

Che cosa pensa degli attacchi ai cristiani?

“Il martirio per noi è una realtà. Non lo cerchiamo naturalmente, ma se è un fatto di fedeltà a Cristo o di lealtà a un ideale più grande, allora si può dare anche la vita. Il martirio è il nostro carisma. Dalla caduta del regime di Saddam Hussein, sono morti 900 cristiani. Altri sono stati rapiti, minacciati, o torturati. Eppure nessuno si è convertito all’Islam, nessuno ha rifiutato la propria fede. Se noi siamo “presi” dalla nostra fede, anche il sangue diventa qualcosa che ci vuole. In Occidente, voi avete come filosofia il dualismo: tutto è diviso. Invece noi siamo per l’unicità, tutto è misto: il divino, l’umano, il cosmo, il dolore, la gioia, la salute. Bisogna armonizzare tutto questo dentro di noi”.

Perché tutto questo odio?

“I musulmani hanno paura dell’Occidente, dove vige il laicismo, dove c’è confusione morale; hanno paura di perdere la propria identità religiosa. Vedono la televisione, sentono parlare di divorzio, di corruzione… e ne sono spaventati. Io penso che la secolarizzazione sia positiva, quando vuol dire libertà responsabile con rispetto degli altri. Coloro che vogliono essere cristiani, che siano cristiani, chi non vuole esserlo, sarà qualcos’altro. Democrazia significa libertà per tutti. Niente imposizioni, ma, attenzione, dall’altro lato, all’estremismo laico”.

Il cristiano non risponde mai alla violenza con la violenza.

“Ci chiedono perché non abbiamo una milizia. Perché non va con la natura del cristiano. A degli arabi che mi hanno regalato una spada, ho detto che per noi l’unica spada è l’amore, il perdono. E ho potuto sperimentare che i musulmani – per i quali la vendetta è sacra – si aspettano qualcosa di diverso da noi, e apprezzano questa testimonianza d’amore. La dignità della persona umana, della donna, il rapporto diretto con Dio, uomini e donne che pregano insieme in pace: queste nostre acquisizioni sono per loro motivo di interesse. L’Islam politico è un’altra cosa; è l’Islam fondamentalista che vuole ritornare al settimo secolo. Invece la gente semplice, e anche molti capi religiosi sono sorpresi e felici di conoscere un altro pensiero, una parola di speranza, una parola dello spirito”.

Uno dei punti più critici è la questione israelo-palestinese.

“Per i musulmani, l’Occidente, sostenendo Israele, è come se facesse una nuova crociata contro di loro. Intanto, da cinquant’anni, i palestinesi sono fuori dalla loro terra, ed è uno scandalo. Il petrolio è sfruttato dall’Occidente che progredisce in ricchezza. E loro che cosa ne hanno in cambio? Niente. Perciò pensano che tutto è sfruttato per il benessere dell’Occidente e per il malessere dell’Oriente. I regimi corrotti sono regimi sostenuti dall’Occidente. Perciò i fondamentalisti ritengono che non ci sia altro che lo stato islamico, per salvaguardare la propria identità”.

Come si vive in un Paese, dove l’Islam è religione di Stato?

“Immediatamente la religione è politicizzata, perché l’Islam è un sistema politico. Questo significa che, anche se ufficialmente si parla di uguaglianza, in realtà si verificano spesso discriminazioni nei confronti delle altre minoranze religiose. La legge musulmana viene imposta a tutti. E allora può succedere, per esempio, che in un concorso si preferisca un musulmano piuttosto che un cristiano, o viceversa. In Iraq, nonostante esso sia uno stato islamico, l’imposizione della shari’a non è forte. Un po’ si sente nella formazione del governo, dove si sceglie in maniera settaria e non professionale. Però da noi il rapporto fra cristiani e musulmaniè migliore che in altri Paesi. Noi possiamo costruire chiese, pregare, formare partiti. C’è libertà, ma manca la sicurezza. Dovrebbero garantirla gli americani, che hanno sciolto l’esercito e la polizia, e aperto le frontiere (le 47mila truppe americane dovrebbero ritirarsi entro il 31 dicembre, ndr). Poi ci sono i Paesi vicini, che non vogliono un Iraq democratico e hanno grande impatto sulla politica irachena”.

E il problema dell’esodo?

“L’esodo continua in una maniera un po’ più lenta. La popolazione migra verso il Kurdistan, dove c’è sicurezza, ma non ci sono servizi, non c’è lavoro. Oppure va fuori, verso l’Occidente, perché non hanno più fiducia nel governo. Vanno in Siria, Libano, Giordania, prima dei recenti fatti, andavano anche in Egitto. Sono più i musulmani ad andarsene, ma quando se ne vanno i cristiani (meno del 3 per cento; fino agli anni ’90 erano il 5 per cento), che sono in minoranza, si nota”.

L’Occidente sembra essere un po’ sordo davanti ai problemi dei cristiani d’Oriente.

“Adesso va un po’ meglio, grazie anche ad alcuni giornalisti, c’è una certa sensibilizzazione sul problema dei cristiani, c’è solidarietà. Ma nel concreto, che cosa si può fare? Onu e Unione Europea dicono che possono proteggere i cristiani. Ma come? E’ utopistico. Possono mandare i soldati davanti alle loro case? Ma loro vogliono uscire, andare al lavoro… vivere. Si deve proteggere tutto il popolo iracheno, non solo i cristiani. E’ un lavoro che richiede tanto tempo e tanti sforzi: bisogna formare, educare questi Paesi ai diritti dell’uomo, a riconoscere l’altro, che è diverso da me, accettarlo com’è e non come io vorrei che fosse. Questa formazione al pluralismo, alla diversità, aiuterà la convivenza, ma secondo me, l’Occidente non conosce l’Oriente. Gli intellettuali pensano che Occidente e Oriente siano la stessa cosa, invece cultura, religione, mentalità sono diverse; la maniera di ragionare è diversa. Guardiamo l’Egitto, per esempio. Oggi l’Occidente appoggia i giovani. Ma da chi sono sostenuti questi giovani? Dai fratelli musulmani, di sicuro. Che libertà cercano? Bisogna aiutare la gente, piano piano, a capire la democrazia e la libertà. Aiutarli in un progetto, un cammino. Non si vive con gli slogan. Forse c’è una facciata di libertà, ma bisogna andare più a fondo e cercare di capire. Anche i cristiani sono scesi in piazza, ma era solo una presenza formale. Il gruppo più incisivo sono stati i musulmani e vogliono un regime fondato sulla shari’a; loro non lo dicono, l’Occidente non lo capisce”.

Che futuro aspetta il Medio Oriente?

“Non ci sarà nei Paesi arabi stabilità e democrazia senza l’integrazione di tutta la popolazione in un’unica cittadinanza. I Paesi arabi sono formati da un miscuglio di etnie, culture, lingue, religioni e dottrine. Arabi, curdi, assiro-caldei, turcomanni, schebeks, copti, armeni, sciiti, sunniti, cristiani di diverse denominazioni, yaziti, drusi e molte altre. Si deve trovare un modo per farli convivere. Ma quando il modo di pensare e di vivere è patriarcale, tribale e settario, quando i programmi di educazione e di insegnamento vengono stabiliti dall’alto e quindi sono giudicati infallibili, non viene permesso di pensare e analizzare le cose. Questo non va bene”.

Chi ha fede, ha maggiori speranze?

“La fede dà un’altra dimensione della vita. La vita nostra è limitata, ma con la fede si allarga. Purtroppo, in Occidente i cristiani l’hanno persa, c’è un vuoto. In Oriente, invece, questo rapporto è automatico, un po’ magico, divino, molto flessibile, ricco di amore, che porta con sé un soffio di pace e di gioia. E’ in contrasto con l’individualismo assoluto che esiste in Occidente; individualismo è egoismo. Da noi la persona umana è quasi annullata, perché ci sono la famiglia, la tribù. Per avere armonia e facilitare la convivenza, è necessaria la riconciliazione tra la persona umana e la comunità. Il mio essere non è solo per me, ma anche per gli altri”.

© 2011 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – inserto “La libertà religiosa nel mondo. Rapporto 2010” – domenica 12 giugno 2011

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