Più forte dell’acqua del battesimo l’appartenenza alla tribù

Monsignor Camillo Ballin, 63 anni, originario di Fontaniva (Padova), comboniano, dal 2005 vicario apostolico di Arabia del Nord (Kuwait, Bahrain, Qatar e Arabia Saudita). Ha trascorso quarant’anni della sua vita nei Paesi islamici.

Monsignore, com’è la situazione dei cristiani nei Paesi in cui lei ha vissuto e operato?

“Ho vissuto 24 anni in Egitto, 10 in Sudan e 6 in Kuwait. Sono Paesi dove i cristiani sono minoranza e devono affrontare situazioni e problemi diversi. Hanno in comune il fatto di essere Paesi islamici, dove i cristiani sono tollerati, ma trovano molti limiti nell’espressione della loro fede. In nessuno dei tre è possibile costruire chiese (il Kuwait è meno rigido su questo punto) ed è proibito celebrare fuori della chiesa ufficialmente riconosciuta. Di solito si tratta di edifici costruiti oltre cinquant’anni fa, quando il fondamentalismo islamico non esisteva ancora o non era così aggressivo come oggi”.

Analizziamo la situazione Paese per Paese: l’Egitto.

“In Egitto i cristiani devono confrontarsi anche con la propria divisione interna. La maggioranza appartiene alla Chiesa copto-ortodossa, ben poco benevola verso la Chiesa cattolica.E’ una Chiesa rigidamente chiusa in sé stessa, preoccupata della sua sopravvivenza, poiché è in atto un’erosione continua da parte dell’Islam. Migliaia di copto-ortodossi ogni anno diventano musulmani. Inoltre, all’interno della Chiesa cattolica non è facile avere una pastorale comune. Sono presenti tutti e sette i riti orientali cattolici (oltre la presenza della parte ortodossa di cinque di essi) e il dialogo è a volte difficile”.

Il Sudan.

“In Sudan la Chiesa è più unitaria. Esiste un’esigua minoranza di cattolici orientali che si ritrovano nella chiesa greco-cattolica di Khartoum, tutti gli altri cattolici appartengono al rito latino, quindi c’è più unità. Tuttavia, anche questa unica Chiesa deve affrontare il problema delle tribù, dalle quali provengono i fedeli. Qui vige il detto ‘Il sangue è più forte dell’acqua’, cioè l’appartenenza alla tribù è più forte dell’acqua del battesimo, che invece dovrebbe unire tutti in Cristo, indipendentemente dall’appartenenza naturale. Inoltre, la Chiesa in Sudan deve ora fare i conticon la nuova configurazione geografica, che sarà sancita il prossimo 9 luglio. Nord Sudan e Sud Sudan: due Paesi completamente autonomi. Come sarà la vita della Chiesa in ognuno dei due?”

Il Kuwait.

“Mentre in Egitto e in Sudan i cattolici sono cittadini del Paese e ne hanno il passaporto, in Kuwait i cristiani sono tutti stranieri (eccetto circa 200 persone protestanti e quattro piccolissime famiglie cattoliche). Sono presenti per lavoro, e questo dà loro diritto alla residenza. Arrivati alla pensione, devono andarsene. Si tratta di masse enormi di fedeli, appartenenti a tutti i riti (celebriamo in dodici lingue). A loro dovrebbe assicurare l’intero anno liturgico, la sola chiesa ufficiale esistente, che è come volere la quadratura del cerchio. Tensioni e malintesi sono frequenti. Mentre in Europa dovete spingere i fedeli a partecipare alla messa, da noi bisogna…frenare”.

Come si può promuovere l’unità della Chiesa cattolica?

“Questo è un bel problema. In tutti i Paesi del Golfo ci sono tutti i riti. Ognuno vorrebbe essere una comunità a parte, isolata, indipendente. Invece bisogna realizzare una sola Chiesa cattolica, non tante Chiese cattoliche l’una accanto all’altra”.

In questi Paesi gli eventuali episodi di aggressione/discriminazione sono dovuti al rapporto conflittuale con l’Islam, o ci sono motivazioni diverse? (economiche, politiche…)

“In Egitto e Sudan non è possibile un’azione sociale, se non con estrema difficoltà. Si è facilmente accusati di proselitismo. In Kuwait invece è assolutamente impossibile, perché la parte fondamentalista ritiene tutta la penisola araba terra sacra di Maometto e quindi nessun’altra religione deve esistervi, eccetto l’Islam. Il governo non segue questa idea, ma a volte gli torna utile. Non vedo una discriminazione su basi politiche o economiche, ma solo su base religiosa: sono Paesi islamici e vogliono restare tali”.

I cristiani se ne vanno dal Medio Oriente e l’Occidente sembra restare indifferente.

“All’Occidente non interessa il mondo cristiano orientale, ma solo gli affari economici e le convenienze politiche. L’Occidente non solo è indifferente all’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente, ma addirittura non si accorge che fra pochi decenni esso stesso sarà musulmano. In Occidente si sono persi i valori umani e religiosi e l’Islam si sente chiamato a colmare questo vuoto morale e spirituale. L’Europa è diventata post-cristiana. In nome della libertà personale, il secolarismo sta spazzando via ogni senso di appartenenza a Gesù Cristo, che è relegato ad affare privato. Per cui, come possiamo pensare che l’Occidente si preoccupi dell’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente?”

C’è stato un apporto dei cristiani negli ultimi avvenimenti dell’Egitto? Non solo nel senso di persone che hanno partecipato alle manifestazioni, ma anche di aver contribuito al dibattito sulla libertà contro la dittatura, nell’aver fatto crescere una consapevolezza?

“La rivoluzione in Egitto è stata fatta dai giovani egiziani, cristiani e musulmani, che non vedevano un futuro. I fondamentalisti hanno tentato di impossessarsi di tale rivoluzione, e il pericolo resta. Ma in origine la sommossa non era religiosa, ma sociale, umana. Ora i cristiani chiedono che sia cambiata la costituzione in cui si afferma che l’Islam è religione di Stato. E che sia cancellata l’appartenenza religiosa dalle carte di identità. Ci riusciranno? Tutto dipende da come sarà il futuro prossimo dell’Egitto”.

Perché noi costruiamo moschee in Europa e non chiediamo facilitazioni per i cristiani che vivono nei Paesi arabi? Non chiediamo reciprocità?

“L’Occidente non guarda ai valori religiosi e in nome della democrazia concede tutto senza chiedere nulla in cambio. Mi ha urtato e scandalizzato che un cardinale, arcivescovo di una grande Arcidiocesi in Italia, abbia sostenuto i diritti dei musulmani in Italia (cosa in sé giusta), ma non abbia mai menzionato le durissime condizioni dei cristiani nel mondo arabo. E quel cardinale è stato considerato un paladino da un importante settimanale italiano. Nel mondo arabo siamo soli, non possiamo contare che sulla potenza di Dio”.

Lei è un profondo conoscitore dell’Islam. E’ una religione che può insegnarci qualcosa in fatto di fede?

“Nell’Islam c’è una grande confusione tra religione e fede. Pratiche religiose, come il digiuno, sono considerate espressione di vera fede, anche se poi nel concreto manca l’attenzione agli altri, a quelli che non sono musulmani. Essi rappresentano un esempio per noi per il loro attaccamento al Corano, che considerano parola di Dio. Quanti nostri cristiani hanno, o leggono la Bibbia?”

L’Islam per l’Occidente è una minaccia o una sfida?

“L’Islam è una minaccia se viene accettato senza conoscerlo, come sta succedendo in tutta Europa. Qualche partito che rivendica autonomia locale, mette insieme islam e xenofobia, generando ulteriore confusione. Si deve esigere dai musulmani il rispetto totale delle leggi europee, come loro in Medio Oriente esigono il rispetto delle loro. I governanti dovrebbero favorire il dialogo tra islam ed Europa, in modo che si conoscano meglio a vicenda. Ma questo non succede. Per cui, quando i musulmani avranno raggiunto in Occidente un numero consistente – il che non avverrà tra moltissimi anni -, si capovolgerà la situazione politica e sociale dell’Europa, che diventerà musulmana. E non ci sarà più via di ritorno. E l’Europa uscirà dalla storia”.

© 2011 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – inserto “La libertà religiosa nel mondo. Rapporto 2010” – domenica 12 giugno 2011

 

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