Primavera araba o inverno dello scontento arabo?

«Più che di primavera araba, in molti parliamo di “inverno dello scontento” arabo, visto che ancora non è chiaro come si evolverà la situazione». A parlare così è Matteo Legrenzi, docente di Relazioni internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che, il corrente venerdì 8 luglio, alle 11, interverrà nella sala “G. Bari” (via Faccio, 38 – Vicenza), all’incontro organizzato dal Circolo del Terziario di Confcommercio imprese per l’Italia, dal titolo Crisi del nord Africa e del Medio Oriente: scenari e prospettive politico-economiche. Assieme a lui, dopo il saluto del “padrone di casa”, il presidente Sergio Rebecca, anche Fausto Biloslavo, giornalista di guerra.

Prof. Legrenzi, se mi sostituisce la primavera araba con l’inverno dello scontento, i recenti sommovimenti dell’Africa del nord e nel Medio Oriente, perdono tutto il loro romanticismo.

«Il fatto che ci siano della incognite, non significa che non si sia verificato qualcosa di eccezionale. Solo che è ancora troppo presto per fare previsioni sul futuro. Innanzitutto, per il momento non si può parlare di rivoluzioni, ma di rivolte. È chiaro che i regimi precedenti avevano esaurito qualsiasi tipo di capacità propulsiva. L’Egitto è governato, in questo momento di transizione, da un consiglio militare di generali. Speriamo nella democrazia del dopo elezioni, ma prevale l’incertezza. Anche dal punto di vista della competizione tra forze laiche e islamiste – tra l’altro, all’interno di queste ultime sono nate moltissime correnti -, non si sa chi prevarrà. I movimenti islamisti sono molto compositi e molto diversificati; ci sono posizioni intermedie, e nuove tendenze stanno emergendo. All’interno della stessa Fratellanza, il discorso politico è molto articolato».

Come possibile scenario futuro, si è fatto spesso riferimento al modello turco. Che cosa ne pensa? Tenuto conto che non rappresenta tuttora una democrazia compiuta.

«Il modello turco si pone effettivamente come un modello di successo, nel Medio Oriente. E se è vero che la Turchia non è una democrazia compiuta, è altrettanto vero che questo non per colpa degli islamisti, ma perché permane l’intromissione militare in alcuni aspetti istituzionali, che hanno consentito solo una forma di democrazia limitata. Il modello turco è una possibilità, tuttavia dev’essere chiaro che ogni situazione è diversa; ogni Paese è un caso a sé».

Ogni Paese è un caso a sé e, quindi, ogni rivolta va contestualizzata. Ma se dovessimo trovare una matrice comune per le rivolte arabe…

«In comune tutte queste rivolte hanno l’indignazione nei confronti della corruzione. Le popolazioni si sono scoperte stanche dell’arroganza di regimi corrotti, hanno voluto sottolinearne la mancanza di legittimità e quindi li hanno rovesciati, o hanno provato a farlo. In Tunisia ed Egitto la gente si è ribellata al processo di ristagno di istituzioni corrotte, che ancora si giustificavano con la retorica di liberazione nazionale. Nel Bahrein sopravvivono visioni settarie, che vedono una dinastia sunnita governare una maggioranza sciita. La repressione della casa reale non ha fatto altro che alimentare questo sistema settario. Altro esempio, lo Yemen non ha mai vissuto un controllo totale del territorio da parte del regime centrale. Qui, a pesare maggiormente sono le divisioni tribali, e poi non dimentichiamo che si tratta del Paese più povero all’interno del mondo arabo».

Sempre per rimanere in tema di elementi comuni, si può parlare, in generale, di volontà di superamento del modello capitalista e dell’affermazione di idee di sinistra?

«Il neoliberalismo, le riforme verso un mercato più libero sono state vissute molto male in questi Paesi, perché sono state viste come il modo di arricchirsi di una ristretta élite vicina al presidente. Infatti, tra le parole d’ordine delle rivolte, c’è “Giustizia”. Certamente, prima o poi queste economie – dove una parte della popolazione vive alla grande e l’altra, la maggiore, non riesce a sfamarsi – andranno riformate, in qualche direzione. Ma non è facile, proprio perché questi Paesi finora hanno vissuto le imposizioni del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale, che hanno significato l’arricchimento di pochi; la gente, perciò, è sospettosa, il che rende più difficile il processo riformatore e non aiuta gli investimenti dall’estero. La situazione è molto grave. C’era bisogno di rinnovare la classe dirigente, ma i problemi economici rimangono. Per quanto attiene alle idee di sinistra, qualcosa emerge, ma queste popolazioni sono ancora ben lontane da una precisa connotazione politica».

In questi Paesi la prospettiva dello sviluppo umano dovrà andare di pari passo con quella dell’occupazione.

«In particolare, vi è un grande lavoro da fare sui sistemi educativi. L’Egitto, per esempio, garantisce livelli di alfabetizzazione accettabili, ma presenta grandi difficoltà nello sviluppare scuole tecniche, nell’avere un’educazione superiore di buon livello. Chiunque alle prossime elezioni risulterà vincitore, dovrà investire molto nell’istruzione e nella formazione».

La risposta dell’Europa a tali fermenti è stata piuttosto fiacca, più incagliata nell’affrontare il flusso di profughi in arrivo, che capace di capire la portata di questi nuovi fenomeni sociali.

«In realtà, la risposta dell’Europa è stata fiacca, perché su questioni dirimenti, soprattutto relative a una zona strategicamente importantissima come il Medio Oriente, mettere d’accordo gli interessi di 27 Stati non è facile. È un problema strutturale. Riuscire a stilare una politica comune europea quando veramente la posta è alta, è un’impresa non da poco. Ma sarebbe auspicabile, anche perché la prosperità dell’Africa mediterranea è connessa a questo».

Un Egitto democratico potrebbe rappresentare un elemento destabilizzante per la leadership degli Stati Uniti sul pianeta?

«Che l’Egitto complichi un po’ di più la politica mediorientale degli Usa, questo è vero, ma sono altri i Paesi che possono ostacolarne la leadership: Cina, Russia… Si spera che l’alleanza che comunque permarrà tra Egitto e Usa divenga più matura, non più tra uno stato-cliente e una superpotenza. La chiusura con l’aiuto dell’US Army della striscia di Gaza da parte dell’Egitto, ha minato molto la legittimità del presidente Mubarak. Perciò alleati sì, ma dipende dalle condizioni. Non si può tornare a quello che era un rapporto di vassallaggio. La Turchia, per esempio, pur essendo membro della Nato, nella politica estera ha ampi margini di autonomia che una volta non aveva (negoziati con la Siria…). Non si può andare troppo contro i sentimenti della popolazione, neanche in un regime autarchico come era quello egiziano, perché poi questo si paga».

Un apporto fondamentale nelle recenti rivoluzioni è stato dato dall’uso dei social network, utilizzati per aggirare la censura.

«È in corso un forte dibattito tra noi studiosi sul ruolo dei social network, ma anche all’interno dei vari regimi. I Paesi del Golfo stanno investendo molto per arrivare alla tracciabilità di questa “rete sociale”. Anche la repressione in Iran – dove già in passato si era agito tramite il web – è stata facilitata dal fatto che con facebook si riusciva a intercettare gli amici di tutti. Gli autocrati si sono accorti dell’importanza di internet e si stanno muovendo di conseguenza, cercando di prevenire, in maniera più sofisticata, l’uso di questo strumento».

© 2011 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici, 10 luglio 2011

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