Il kamikaze non è un patriota

«Mai prima, in un giorno sacro, si erano verificati atti di terrorismo di tale portata». È stato questo il primo commento a caldo dei presidente afghano Hamid Karzai, poche ore dopo l’attacco suicida di martedì 6 dicembre, a Kabul, vicino alla moschea che ospita la tomba del leader sciita Abdul Fazal Hussein.

Il kamikaze si è fatto esplodere nelmezzo di una processione, nel giorno dell’Ashura, la festa più sacra per gli sciiti di tutto il mondo. Commemora la morte dell’imam Hussein, nipote del profeta Muhammad, assassinato nel 680 a Kerbala, in Iraq. Il bilancio è di 54 morti e oltre 160 feriti. Quasi contemporaneamente, una bicicletta-bomba e una motocicletta-bomba sono esplose a Mazar-i-Sharif, quarta maggiore città afghana nel nord del Paese (sei morti) e a Kandahar City, nel sud (cinque feriti), aggravando il bilancio. Un’altra processione sciita è stata presa i mira anche a Karachi, in Pakistan, dove un ordigno ha ferito due persone. I talebani si sono dissociati dagli attacchi; quello di Kabul è stato rivendicato dall’organizzazione terroristica islamica pakistana “Lashkar-e Jhangvi Al-Alami”.

Oltre alla tragicità dell’evento, a colpire è il fatto che si è davanti ad un afghano che uccide altri afghani. Il generale americano John Allen, a capo della missione Isaf (International Security Assistance Force) della Nato in Afghanistan, ha affermato che: «Questi attentati sono l’ultimo esempio del flagrante disprezzo per la vita umana, degli insorti». Ed effettivamente, all’attentatore suicida, intriso di quella che viene definita la “cultura del martirio”, che gli conferisce prestigio, viene imposto una sorta di distacco morale rispetto alla violenza che dovrà infliggere. È la strategia asimmetrica, tipica di chi si contrappone a un nemico militarmente più avanzato, nonché vincolato al diritto internazionale; l’esempio più calzante sono proprio gli attentati suicidi contro i civili, che mirano a creare terrore e tensioni, allo scopo di piegare la volontà politica del nemico, sia esso interno (il governo in carica), o esterno, nel caso dell’Afghanistan, gli Stati Uniti e loro alleati.

I rapporti tra sciiti (minoranza) e sunniti (comunità maggioritaria) sono stati messi a dura prova dall’intensificarsi delle violenze seguito all’invasione straniera e alla caduta del regime dei talebani nel 2001.

© 2011 Romina Gobbo 

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 11 dicembre 2011 – pag. 1

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: