Afghanistan. «Va meglio, ma la guardia resta alta»

Afghanistan, Herat. Generale Luciano Portolano, capo del Regional Command West (credits Romina Gobbo)

Sono 4.200 i militari italiani impegnati nella missione Isaf (International Security Assistance Force) in Afghanistan, la maggior parte di stanza nella base di Camp Arena, quattordici chilometri da Herat (seconda città del Paese), gli altri negli avamposti, da Bala Murghab a Shindad, da Farah a Bakwa, da Bala Balouk al Gulistan. Si tratta del Comando Regionale Ovest (RC-West), attualmente sotto responsabilità Brigata “Sassari”, guidata dal generale Luciano Portolano; è un’area grande quanto il nord Italia (3 milioni e 200mila abitanti), che comprende quattro province: oltre ad Herat, Badgis, Ghowr e Farah. Assieme agli italiani ci sono i militari di altri 11 Paesi, per un totale di 8.000 uomini sul campo. E, nonostante la rabbia dell’opinione pubblica quando si registrano morti (dall’inizio della missione nel 2001, al 1° settembre scorso, sono rimasti uccisi 42 italiani, per un totale di 2.849 soldati) e le recenti polemiche relative alle spese militari, il governo Monti ha confermato l’impegno italiano all’estero. Diminuiscono gli stanziamenti per Afghanistan (6,5 milioni di euro) e Libano (0,8 milioni) e aumentano quelli per i Balcani (0,185 milioni) e per la cooperazione (per Iraq, Libano, Myanmar, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Libia sono previsti 3,3 milioni di euro più 2 milioni per lo sminamento). «Lo scopo della nostra presenza è supportare le forze di sicurezza afghane nell’acquisizione del controllo del territorio, neutralizzando i ribelli, affinché il Paese non sia più rifugio del terrorismo internazionale e sostenere le istituzioni locali – spiegava il generale Portolano a noi, gruppo di giornalisti embedded (giornalisti al fronte, a seguito dell’Esercito, ndr), che abbiamos celto il Capodanno alternativo -. Inoltre, attraverso i Prt (Provincial reconstruction team), aiutiamo nella ricostruzione, con progetti di urbanizzazione, con la realizzazione di infrastrutture, distribuendo aiuti alimentari e assistendo la popolazione dal punto di vista sanitario. Importantissimi sono gli incontri con i capi villaggio, perché è con loro che si decide quali interventi attuare».

L’Afghanistan è un Paese che per l’80% si regge sugli aiuti stranieri, dove il reddito medio pro capite non arriva a 1.000 dollari, dove solo il 13% della popolazione ha accesso all’acqua potabile e dove, a fronte di 12mila chilometri di strade asfaltate, il grosso risalente agli anni Sessanta, ce ne sono 30mila di sterrate. Quello che non manca sono i telefonini, ben 17 milioni, che assicurano la copertura nell’85% del paese, grazie a 3.500 ripetitori. Le attività di Prt sono sorte in seguito alla presa di coscienza che, per conquistare la fiducia e il consenso del popolo, non era sufficiente contrastare l’azione distruttiva dei ribelli, occorreva anche dare un’alternativa valida, insegnando che esistono i diritti umani, ed erogando servizi. Però c’è un tempo per tutto. E ora l’Afghanistan deve tornare agli afghani, così si è entrati nella “fase di transizione”, ovvero una graduale cessione di responsabilità nei vari settori dell’amministrazione dello Stato – sicurezza, giustizia, economia, finanza, esteri, sanità… – dalle forze internazionali alle forze di sicurezza e alle Autorità nazionali afghane. In questi giorni, il presidente Karzai, in visita a Roma, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato di non temere l’eventualità di un ritiro anticipato delle forze Nato rispetto al termine previsto del 2014, perché il «popolo afghano è pronto. Non sono preoccupato di un ritorno dei talebani con le armi. Se torneranno grazie al processo di pace, sono i benvenuti». Il recente annuncio dei talebani di aver raggiunto un accordo preliminare per l’apertura di una sede diplomatica a Doha, capitale del Qatar, nel Golfo Persico, va in questa direzione.

«Il nemico è in arretramento – aveva affermato il colonnello Luigi Viel, comandante della Task Force North, di Bala Murghab, 175 chilometri da Herat, non molto lontano dal confine con il Turkmenistan -. I combattenti sono pochi e male armati, con difficoltà a reperire munizioni. E non hanno più dalla loro il favore della popolazione, che invece è con noi». Numeri precisi non ne ha dati, ma qualche stima parla di 1.500-2.000 insurgents (lett: insorgenti), come vengono chiamati quanti hanno scelto di imbracciare le armi contro le forze internazionali e contro il governo, che considerano illegittimo e colluso con gli stranieri. Ma chi è questo nemico? Al sud ci sono i ribelli più ideologizzati, i talebani scacciati nel 2001, che ambiscono a tornare al governo; al nord, si tratta più di criminalità organizzata, che fa affari con il traffico di droga, approfittando di frontiere particolarmente porose, tanto con l’Iran che con il Pakistan. «L’Afghanistan “sta crescendo” – raccontava il generale Portolano -. E in questa fase diventa ancora più importante la lotta all’import-export di armi, alla droga, alla corruzione. Bisogna puntare soprattutto alla crescita delle forze di sicurezza afghane». Parole dal sapore amaro, dopo che, nei giornis corsi, quattro soldati francesi sono stati uccisi nell’Est del paese da un attentatore che indossava la divisa dell’esercito afghano, e la conseguente minaccia del presidente Sarkozi di ritirare in anticipo le truppe se non saranno garantite condizioni di sicurezza. Il presidente Karzai ha parlato di episodio isolato e il comandante Mohaiuddin Ghorj, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito afghano, intervistato nei primi giorni di gennaio, nel suo ufficio a Camp Zafar, a pochi chilometri da Herat, aveva sottolineato che il livello di corruzione dell’esercito afghano è «molto, molto, molto più basso che in altri organismi».

Non c’è dubbio che la situazione è in miglioramento, ma, ha concluso il generale Portolano: «La guardia resta ovviamente alta», soprattutto nei confronti del nemico più insidioso, ovvero gli ied (Improvised Explosive Devices), ordigni esplosivi improvvisati, responsabili del maggior numero di morti e feriti, e di cui il territorio afghano è disseminato; hanno l’obiettivo di impedire il transito, soprattutto lungo la ring road, la strada che congiunge tutte le maggiori città. Perciò spostarsi con le auto è complicatissimo, per esempio, per percorrere i 175 chilometri da Herat a Bala Murghab, ci vogliono 5, 6 giorni, con il rischio costante di “saltare”. Lo sanno bene gli uomini del Genio Gustatori, che bonificano le strade per garantire la sicurezza dei convogli. Ecco perché quando si hanno giornalisti o altri civili al seguito, si preferiscono i trasferimenti in elicottero, con procedure rapide di decollo e atterraggio, sportelloni aperti e mitragliatrici sempre puntate.

 

ANDREA, VICENTINO AD HERAT

Afghanistan, Herat. Il vicentino Andrea Cordaro (credits Romina Gobbo)

Uno su 8.000. C’è anche un vicentino di stanza al Regional Command West di Herat, in Afghanistan. Andrea Cordaro, 44 anni, del 3° Stormo dell’Aeronautica, con sede a Villafranca (Verona), ma con casa a Polegge di Vicenza, è arrivato a Herat a metà novembre e terminerà il suo servizio fuori sede, il prossimo maggio. Quattro anni in Germania, sotto la Nato, e un bel po’ di esperienze di viaggio, hanno fatto di lui l’uomo giusto per occuparsi della gestione del materiale speciale aeronautico. In termini semplici significa che si occupa degli apparati di ricambio telegrafico, dei pezzi di ricambio per gli automezzi. «Mi piace avere la valigia in mano. Sono figlio di genitori semplici, papà nelle ferrotramvie e mamma casalinga. Questo lavoro (si è arruolato nell’88, ndr) è stato per me un’opportunità unica, mi ha permesso di studiare inglese e di fare interessanti esperienze in contesti internazionali. Prima avevo fatto il pizzaiolo per 17 anni e poi il contabile in una grossa ditta vicentina. Ma ho capito subito che la carriera militare sarebbe stata la sola in grado di soddisfare i miei desideri e le mie aspirazioni personali».

 

© 2012 Testo e foto di Romina Gobbo 
pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 29 gennaio 2012 – pag. 5

 

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