Economia. Il futuro? Meno imprese ma più solide

«Reggono soprattutto le imprese produttive ben strutturate e con forte presenza sui mercati internazionali. Ne deriva che anche le imprese di dimensioni modeste che vivono di forniture a queste imprese più grandi riescono a chiudere i loro conti e a mantenere in buona parte i livelli occupazionali ante crisi. E di queste realtà il Vicentino è abbastanza ricco». È questa secondo il presidente della Camera di Commercio di Vicenza, Vittorio Mincato, la causa alla base della capacità di resistenza delle imprese vicentine. Bisogna però non farsi prendere dall’entusiasmo. «Dire che il tessuto economico vicentino sembra reggere è prematuro – continua Mincato -, anche se vi sono tutte le condizioni perché ciò possa verificarsi. Voglio dire che è in corso una selezione delle imprese, grandi e piccole, al termine della quale sopravviveranno quelle che avranno saputo affrontare la crisi con un “approccio dinamico”, nel significato schumpeteriano (Joseph Schumpeter fu uno dei maggiori economisti austriaci del XX secolo ndr) del termine, cioè le imprese che avranno saputo presentarsi al mercato con  nuovi prodotti, sfruttando le innovazioni tecnologiche, conquistare nuovi mercati, modificare i metodi di produzione con una concezione nuova del rapporto con il lavoro. Penso che alla fine del processo le nuove imprese e le imprese sopravvissute saranno meno di quelle che c’erano prima della crisi, ma saranno imprese più solide».

Uno dei problemi annosi del Vicentino (e del Veneto più in generale) è la difficoltà a fare sistema. La crisi strutturale, così come si è manifestata in questi anni, sta portando a una maggiore capacità di sviluppare sinergie?

«Credo che questo problema, la difficoltà di “fare sistema” (ma mi piace di più definirlo “collaborazione tra imprese) sia connaturato con lo sviluppo tumultuoso che la nostra provincia ha avuto nella seconda metà del secolo scorso. Le imprese sono sorte spontaneamente e nei luoghi più impensati, anche dove non dovevano sorgere. Non raramente l’imprenditore si è fatto tale per necessità, perché, pur avendo tutte le abilità per lavorare, non trovava lavoro o l’aveva perduto. La sua impresa si è sviluppata grazie al suo lavoro indefesso, giorno e notte, sabato e domenica compresi. Ognuno ha creduto di più alla sua iniziativa, alla sua capacità, ai suoi mezzi, piuttosto che alla collaborazione con le altre imprese. Ora siamo giunti al capolinea e la collaborazione reciproca è diventata un dovere. Grazie anche al ricambio generazionale, è probabile che le interrelazioni fra imprese si sviluppino meglio di quanto è accaduto finora».

In questa prospettiva, qual è il ruolo della Camera di Commercio?

«Nel promuovere la collaborazione tra imprese il ruolo della Camera di Commercio è necessariamente limitato dalla circostanza che la riforma del 1993 ha attribuito il controllo della sua governance alle categorie economiche, le quali in questo ambito agiscono direttamente sul sistema delle imprese molto più efficacemente di quanto possiamo fare noi, in via sussidiaria e con risorse finanziarie e umane molto limitate. Vi sono tuttavia due istituti finanziati dalla Camera di Commercio che in questo ambito svolgono un’azione preziosa di stimolo allo sviluppo delle forme collaborative, il Cuoa di Altavilla Vicentina e il Centro produttività Veneto, due istituti di formazione dei quali la nostra provincia dev’essere orgogliosa».

Rispetto al futuro l’unica certezza è che nulla sarà come prima. Come si immagina la “locomotiva” del Nordest una volta usciti dalla crisi?

«Me la immagino meno frammentata, con alcune grandi aziende, di dimensione paragonabile a quella di alcune aziende che avevamo nel secolo scorso e che, ahimé, abbiamo perduto, capaci di offrire lavoro stabile a migliaia di giovani. E mi immagino che attorno a queste grandi aziende opereranno molte imprese industriali medio-piccole e una miriade di imprese artigianali specialissime, di nicchia, anch’esse in grado di impiegare molte risorse umane con livelli di preparazione scolastica elevatissima, grazie al formidabile apparato formativo di cui dispone la nostra provincia, dagli istituti tecnici all’università. E mi immagino che, usciti dalla scuola, i nostri giovani andranno ad arricchire il loro bagaglio professionale all’estero e ritorneranno qui per internazionalizzare il nostro modo di produrre e di vendere, così che potremo rapportarci in modo più aperto di quanto avvenga ora, con altre culture».

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 26 febbraio 2012

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