Far combattere i bambini è reato gravissimo

“Thomas Lubanga Dyilo: colpevole di crimini di guerra”. Lo ha stabilito, all’unanimità, la prima camera della Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja. L’ex capo ribelle è accusato di aver arruolato con la forza, bambini sotto i 15 anni, durante il conflitto di Ituri, nella provincia orientale del Congo, negli anni 2002-2003. Rischia dai 30 anni di carcere alla reclusione a vita. La sentenza è destinata a passare alla storia, perché è la prima finora espressa dai giudici dell’organismo internazionale, riferita a crimini relativi ai bambini-soldato, e arriva dopo tre anni dall’avvio del processo, durante il quale sono stati sentiti una sessantina di testimoni.

La condanna ha riportato l’attenzione sul tema della giustizia internazionale e sul ruolo della stessa Corte.

Lubanga vanta un illustre predecessore: il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, primo capo di Stato in carica, incriminato per crimini di guerra, il 27 maggio 1999, nel pieno dell’intervento Nato in Kosovo. Ma Milosevic fu giudicato da un Tribunale speciale, sorto appositamente per la ex-Jugoslavia, e sotto egida Onu. Dopo i casi Kosovo e Rwanda, si è inteso istituire una Corte penale internazionale permanente e indipendente (non è un organismo Onu, ma con le Nazioni Unite collabora attivamente); ha competenza per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, commessi da cittadini di uno Stato membro (attualmente, sono 120 (con la recente adesione del Nepal), o sul territorio dello Stato, a partire dal primo luglio 2002, data di entrata in vigore del Trattato di Roma (stipulato il 17 luglio 1988). L’Italia ha ratificato il Trattato, ma non ha ancora completato la legge di attuazione.

«Dal ‘48 esiste la Dichiarazione universale dei diritti umani, che ha detto quali sono i crimini; mancava, però, un organismo con la specifica funzione di giudicare se questi crimini sono stati commessie da chi. A questo risponde la Corte penale internazionale, con sede all’Aja, che ha “mandato” per intervenire solo quando i singoli Stati non possono o non vogliono processare un proprio cittadino in stato di accusa per i tre crimini di competenza; questo a salvaguardia delle sovranità nazionali», ha spiegato Silvana Arbia, a capo della Cancelleria della Cpi, incontrata a Milano, nell’ambito di una conferenza. Alla Cancelleria fa riferimento anche l’ufficio del Registro, che gestisce una delle più importanti in- novazioni della Corte dell’Aja, ovvero la possibilità per le vittime – per la prima volta nella storia della giustizia penale internazionale – di presentare le loro opinioni e osservazioni dinnanzi al Tribunale. In questi dieci anni, più di 10mila persone hanno chiesto di partecipare alle audizioni e ci sono state 7.000 richieste di riparazione.

Il giudice Arbia, origini lucane, ma veneziana di adozione, con laurea a Padova, si è fatta le ossa in Rwanda, come pubblico ministero del Tribunale speciale per i crimini commessi nel ‘94 nel Paese africano, quando, in circa tre mesi, almeno 800mila persone di etnia tutsi vennero trucidate dal regime estremista hutu. Passare dall’Africa all’Olanda ha significato il completamento di un’esperienza. «Quello che più mi ha attratto di questo Tribunale permanente, che già di per sé può avere un effetto deterrente maggiore rispetto a uno creato ad hoc, era proprio il fatto che, oltre a reprimere e punire i responsabili di crimini internazionali gravissimi, la Cpi ha il mandato di assicurare la protezione dei testimoni e la riparazione per le vittime, tutelandone la dignità».

All’attenzione della Corte sono attualmente sottoposti altri 14 casi di giustizia internazionale, tra cui quello di un altro capo milizia, Jean-Pierre Bemba del Movimento di liberazione del Congo (Mlc). Clamoroso e controverso resta il caso del presidente sudanese Omar Hassan Ahmad Al Bashir, sulla cui testa pendono due mandati d’arresto (del 2009 e del 2010) della Corte, in relazione al genocidio del Darfur (dal 2003 sono morte almeno 400mila per- sone e, nonostante la firma della tregua a febbraio 2010, il disastro umanitario prosegue), ma che continua indisturbato a esercitare la sua carica, respingendo le accuse e non riconoscendo l’autorità del Tribunale.

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici, 25 marzo 2012

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