Polvere, rabbia e dolore: l’infinito incubo afghano – Dust, anger and pain: the infinite Afghan nightmare

La capitale nella morsa delle violenze: «Sempre più delusi»

Il giorno dopo a Kabul, mentre si contano le vittime, è sempre il giorno delle polemiche. «La gente è sempre più arrabbiata e delusa dalle promesse non mantenute dalla comunità internazionale»: a dirlo è la senatrice Belqees Roshan, membro della Commissione per i diritti umani e la giustizia, del Parlamento afghano. Un parere che trova conferma ascoltando i cittadini. Molti sperano che le forze internazionali se ne vadano, perché così «avremo un nemico in meno».
«Non hanno fatto nulla per noi», afferma Fatima, tornata cinque, sei anni fa da un campo profughi pakistano, all’epoca piena di speranza nei confronti del presidente Karzai.
«Il governo è una sorta di fantoccio in mani straniere», incalza Naseer Fayaz, giornalista dell’emittente privata “Ariana”, costretto a dimettersi per un incidente “diplomatico” con l’ambasciata iraniana, e che non ha dubbi: «Usa e Inghilterra non se ne andranno mai». L’Afghanistan è strategicamente troppo interessante.
La paura delle associazioni femminili è che i diritti delle donne vengano sacrificati sull’altare di un accordo con i taleban. I numerosi burqa che si incontrano nella capitale afghana danno da pensare. Di statue azzurre con bimbi in braccio che chiedono la carità agli angoli delle strade, ce ne sono ancora tante.

Quello che non si può non notare, girando per Kabul, è che questi dieci anni e più di occupazione non hanno migliorato granché la situazione. Il 70% della città è ancora da ricostruire, mentre le case finite sono troppo costose per poter essere acquistate dalla maggior parte della popolazione, il 36% della quale vive con circa un dollaro al giorno. Così il divario tra ricchi e poveri si allarga.
Lo si vede bene percorrendo queste strade trafficatissime (su una popolazione stimata in quasi 6 milioni di persone, le auto sono un milione) e polverose.

Una polvere che sa di macerie e di stantio. La prima parola che si impara a Kabul è “dust” [in inglese, “polvere”, N.d.R.]. E, quando piove, la polvere diventa fango, palude che non dà scampo. Le ruote affondano, le scarpe si imbrattano. Nelle case musulmane, coperte dalla moquette, non si entra con le scarpe, il perché è evidente nelle giornate di pioggia. Le fognature sono a cielo aperto: canalette di scolo ai lati delle strade, dove non è raro vedere qualcuno che si accuccia, così come non è raro che qualcuno ci finisca dentro, specialmente la sera, complice l’oscurità. Perché neppure l’energia elettrica in questa città è scontata. Non ci sono lampioni. E i fari delle auto sull’asfalto creano l’effetto nebbia.

Ma è meglio non uscire. La capitale afghana non è sicura: questa è l’unica certezza. «Quando uno esce a Kabul – afferma l’ex deputata Malalai Joya, scampata a sei attentati, incontrata in un luogo segreto, dopo due cambi di auto – non sa se tornerà a casa». Gli elicotteri militari sorvolano la città in continuazione, facendo tremare le case. C’è tensione, c’è paura. Intrappolati in continuazione negli ingorghi stradali, non si può non pensare che in caso di vero pericolo, non c’è via di fuga.

E di sicuro un velo non è sufficiente a coprire i nostri tratti occidentali. L’ambasciata italiana, quella americana, quella tedesca stanno assieme nel quartiere di Wazir Akbar Khan, all’interno di un’area tramutata in roccaforte. Gli afghani non possono entrare, perciò l’autista ci lascia al cancello. Proseguiamo a piedi, in mezzo a muraglioni di cemento, reticolati, filo spinato, carabinieri e contractor privati. Chi Kabul l’ha frequentata in passato racconta che fino a quattro, cinque anni fa, all’ambasciata italiana si arrivava davanti, si bussava e veniva aperto. Oggi c’è questo lungo pezzo di strada blindato da percorrere. E, nonostante questa zona sia un fortino, nessuno è tranquillo. Padre Giuseppe Moretti, parroco dell’unica chiesa cattolica esistente in Afghanistan, ripete da tempo che Kabul è sempre meno sicura. Tanto che i fedeli che partecipano alla messa sono molto diminuiti negli ultimi anni. Erano un centinaio, oggi sono 15, 20: non si fidano ad attraversare la città.

E l’ospedale di Emergency (aperto nel 2001) è tornato a essere un ospedale solo per le vittime della guerra. «Arriva gente colpita da proiettili, saltata su una mina, ferita nei bombardamenti, oppure accoltellata» spiega l’infermiere Luca Radaelli, che si è licenziato dall’ospedale Sacco di Milano per trasferirsi definitivamente a Kabul. «In un anno, registriamo circa 2000 ammissioni, più le visite. Il 2011 è stato l’anno con più morti fra i militari internazionali, i militari e i civili afghani, con un record assoluto nel mese di agosto di quell’anno».

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – 17 aprile 2012

 

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