Chi dà un futuro ai ragazzi afghani

Sapna ha otto anni e suona il pianoforte. Hamida ne ha 14 e suona il sitar. Negen ha 15 anni e suona il rubab. Non hanno in comune solo l’amore per la musica, ma anche la passione per la bicicletta e la piscina. Peccato che nel loro Paese, l’Afghanistan, alle ragazze tutto questo sia proibito. Le ho incontrate a San Giuliano, nell’hinterland milanese dove, assieme ad altri nove amici, nei mesi di gennaio e febbraio (quando le scuole in Afghanistan sono chiuse per il freddo intenso) sono state ospiti di alcune famiglie, per imparare che cosa significa vivere in un Paese dove c’è perfino la libertà di… pedalare, e anche di sognare.

Così si è scoperto che Sapna da grande vuole fare la giornalista, Hamida il dottore o il politico e Negen l’insegnante di musica. Alcune famiglie, riunite nell’associazione «Liberi pensieri», hanno avviato il progetto Aquilone, di accoglienza temporanea per bambini afghani. Famiglie normali, ma con un grande cuore.

 

«Per me poter accogliere questi bambini è un’esperienza entusiasmante», dice Claudio, impiegato in pensione, «è bello vedere come, giorno dopo giorno, imparano a fidarsi». «Non è stato facile all’inizio, né per noi, né per loro», incalza la moglie Elvira, insegnante in pensione. «Io e mio marito eravamo in apprensione. Io mi chiedevo che cosa avrebbero mangiato, se sarebbe loro piaciuta la stanza. Mio marito cercava di prepararsi alcune frasi per poter parlare con loro nella loro lingua». I ragazzi al mattino frequentano la scuola, al pomeriggio rientrano in famiglia. Dove possono vivere la quotidianità di una casa, senza la paura di esplosioni, senza il rumore dei colpi di arma da fuoco, senza elicotteri che, passando, fanno tremare i muri. «Noi», riprende Elvira, «non conosciamo la loro storia, se non qualche episodio; quando cominciano a parlare italiano un po’ si aprono, ma nella maggior parte dei casi non sappiamo nulla». «Abbiamo deciso di attivare questo progetto perché crediamo che quello che facciamo possa essere per loro un’opportunità», dice Piera, assistente sociale in pensione. «Può darsi che loro vogliano continuare ad avere rapporti con noi o può darsi che, ora che sono tornate in Afghanistan, ci dimentichino. L’importante è che quello che hanno vissuto qui possa servire alla loro crescita», spiega Giuliano, marito di Piera, programmatore in pensione. Ma tornano volentieri a casa? «Certo, perché sentono sulle loro spalle la responsabilità di cambiare le cose», conclude Piera.

«Vogliamo diventare la nuova classe politica del Paese»: parola di Manizha, neodiplomata, la prima degli ospiti negli orfanotrofi, iscritta a legge all’università di Kabul. Ha accompagnato lei i bambini in Italia. Ha solo 19 anni, ma le idee molto chiare. Nei due mesi di permanenza ha partecipato a vari incontri per raccontare la situazione del suo Paese, che da trent’anni non ha mai smesso di essere in guerra e dove la corruzione ha raggiunto livelli elevatissimi. Ha gli occhi grandi e lo sguardo timido, ma è una forza della natura. «Noi possiamo diventare leader, perché abbiamo una marcia in più». E questa marcia in più sono gli orfanotrofi dove questi bambini vivono, gestiti dalla Ong Afceco (Afghan child education and care organization), fondata e diretta da Andeisha Farid e sostenuta in Italia dal Cisda, organismo di coordinamento di alcune associazioni impegnate nel Paese asiatico «nella promozione di progetti di solidarietà in favore delle donne», come spiega la presidente, Cristina Cattafesta. Le strutture sono dodici, nelle varie province, accolgono 50-60 bambini ciascuna, provenienti da ogni angolo del Paese, dalle zone montuose del Nuristan al confine con il Pakistan, fino ai villaggi di Farah.

Come può un Paese sperare negli orfani? Non restava che andare a vedere. A Kabul, lo scorso marzo. Lì la parola orfanotrofio rischia di essere fuorviante. Intanto, perché questi bambini non sono tutti orfani, la maggior parte ha almeno un genitore e quasi tutti hanno fratelli e sorelle; hanno famiglie povere, ma che, comprendendo l’importanza dell’istruzione, hanno deciso di dare un’opportunità ai loro figli, grazie al contributo di enti e famiglie straniere. E poi questi orfanotrofi non sono case di accoglienza per trovatelli, ma luoghi di pace e serenità, dove ragazzi e ragazze (dai 6 ai 18 anni i maschi, finché ne hanno bisogno, le femmine), di tutte le etnie, vivono insieme. I bambini tagiki si prendono cura dei pashtun, gli hazara aiutano nei compiti gli uzbeki, i nuristani si occupano dei compagni di Kabul. E già questo è straordinario in Afghanistan. Tutti insieme cucinano, puliscono e tengono in ordine le stanze.

Nella capitale è stato aperto un anno fa anche il New Learning Center, un centro polifunzionale, dove i ragazzi degli orfanotrofi imparano il rispetto dei diritti umani e “respirano cultura”. Dalle lezioni di disegno alla pittura, dai corsi di inglese e di musica alla lavorazione del legno, dall’uso del computer al teatro. Così, non è strano sentire recitare Shakespeare nell’auditorium. Così come non è strano sentire nei corridoi parlare di sviluppo del pensiero, della condizione umana, ma anche della Costituzione afghana. Soprattutto le ragazze, alle quali tre giorni alla settimana è rivolto un seminario sulla leadership femminile. Sono ospiti speciali perché partono da una situazione più delicata: vengono incoraggiate a sviluppare la forza di carattere, ritrovando fiducia in sé stesse. Così il velo, piano piano, scivola dalla loro testa, e lascia posto alla possibilità di sentirsi ragazze che vivono la normalità. Alle migliori, future giornaliste, ingegneri, medici, docenti, politici, è garantita un’esperienza di tre mesi negli Stati Uniti, grazie alla sponsorizzazione dell’ambasciata americana. «L’87 per cento delle donne sono analfabete. Sono trattate come schiave, sottoposte a mariti e familiari. Sono costrette a indossare il burqa, mentre noi giochiamo a calcio in pantaloncini»: questa è la libertà alla quale Manizha aspira per le donne afghane.

«Metà della nostra popolazione è sotto i 18 anni. Ecco perché sono i bambini la speranza del Paese», dice la direttrice di Afceco, Andeisha, che ha già ricevuto numerosi premi internazionali. «Gli orfanotrofi sono isole di sicurezza, uguaglianza, tolleranza e democrazia. I ragazzi crescono con la consapevolezza che, indipendentemente dalle loro differenze, dovranno lavorare tutti insieme per rendere l’Afghanistan un posto migliore». Barack Obama l’ha definita «una grande donna che si assume molti rischi per educare le nuove generazioni». Per evitare problemi di immagine il governo tollera l’attività degli orfanotrofi, ma a volte manda la polizia. Gli agenti fanno irruzione, con la scusa che all’interno si insegna la religione cattolica, o che non si rispettano le tradizioni. Allora, sono guai seri. «Tutto viene messo sottosopra e i più piccoli si spaventano a morte», conclude Manizha. Ecco perché hanno bisogno periodicamente di un’immersione nella normalità. Quella di un’accogliente famiglia italiana.

© 2012 Testi e foto Romina Gobbo

pubblicato su ilnostrotempo.it, 28 aprile 2012


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