Dossier Afghanistan. Testimonianze dagli shelters

Una delle donne ospitate nello shelter (ph Romina Gobbo)

Una delle donne ospitate nello shelter (ph Romina Gobbo)

«Mi sono sposata a vent’anni. Mio marito era un drogato, mi picchiava perché quando “si faceva”, non capiva più nulla», racconta Leila. «Mi hanno fatto sposare a 10 anni, adesso ne ho 28. Lo scorso anno mio marito si è preso una seconda moglie. Io non posso avere figli e lui voleva che andassi con altri uomini, ho rifiutato, così mi picchiava», dice Zineb, mentre mostra le cicatrici sulle braccia.  «Avevo 11 anni quando mio padre e la mia matrigna mi hanno costretta a sposare un uomo molto più vecchio di me e disabile. Non ero ancora “signorina”, ma pretendeva rapporti»: il nome preferisce non dirlo. 

Di storie simili qui ce ne sono tante. Siamo in uno dei tre shelter (case rifugio per donne maltrattate) di Kabul, gestiti dall’associazione Hawka (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan). Un appartamento anonimo, per la sicurezza, con 30 posti letto, che accoglie donne bisognose di protezione, spesso con i loro bambini, scappate da mariti violenti, abusanti o drogati.
Le ragazze raccontano la loro storia allucinante a voce bassa, quasi sussurrando, mentre le mani nervose, giocherellano con il velo. Quanto dolore in giovani vite! Ascoltiamo incredule, il groppo alla gola, quasi ci vergogniamo di violare così la loro intimità. Rispondono alle domande lentamente, tra pause e sospiri, fino a che non riescono più a trattenere le lacrime. Solo una ragazza accetta di farsi fotografare, ma con il viso coperto.
Sono tre a Kabul gli shelter, 14 in tutto l’Afghanistan, ma sempre insufficienti rispetto al dilagare della violenza fisica, psicologica e sessuale: quella perpetrata tra le mura domestiche, colpisce l’87% delle donne. «Abbiamo fondi solo per tre anni»,  è l’appello della direttrice di Hawka, Selay Ghaffar: «La perdurante instabilità del Paese ostacola l’afflusso. Alle donne offriamo rifugio e protezione, assistenza medica e psicologica. Insegniamo loro a leggere e scrivere, ma anche a essere consapevoli della loro condizione di esseri umani. Non devono pensare che quello che subiscono è diritto del padre, del marito, del fratello… e che in quanto donne devono obbedire. Poiché offriamo anche assistenza legale per quante vogliono divorziare, ci accusano di essere noi a forzarle in questo senso, ma non è così. Si segue la strada del divorzio quando non c’è altra scelta. Abbiamo anche corsi professionali: bisogna renderle indipendenti economicamente, perché è quando escono dal rifugio che comincia la parte più difficile».
La situazione delle donne in Afghanistan è terribile e in continuo peggioramento, secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), diffuso a fine marzo. Circa il 60% dei matrimoni sono programmati e più del 50% delle spose ha meno di 16 anni. La donna è un bene di famiglia, da vendere al miglior offerente, per motivi economici, per pagare un debito, o per riparare un’offesa. Scappare da casa a molte sembra una soluzione, ma per la Corte suprema di giustizia è reato, indipendentemente dal fatto che i motivi siano maltrattamenti e abusi. Lo stupro è una pratica diffusa e non viene considerato reato, perciò resta impunito, così come il delitto d’onore, da parte di padre e fratelli.
A causa dell’arretratezza mentale e dello stigma sociale, la maggioranza di questi casi non viene nemmeno alla luce. Per la vittima cercare giustizia significa esporsi all’accusa di adulterio, che prevede il carcere. In quello di Herat, ristrutturato con finanziamenti italiani, ci sono 120 donne, dai 18 ai 70 anni. Sembra più una casa di accoglienza, probabilmente più confortevole e sicura di quella dalla quale sono scappate, ma l’ingiustizia palese è che, per “delitti morali”, scontano pene da un mese a vent’anni. C’è poi l’altra “soluzione”, quella estrema: più di 2.000 donne ogni anno si danno fuoco. L’ospedale Istiqlal di Kabul ha un apposito reparto ustioni, il 90% dei ricoveri sono femminili.
«Esistono alcuni strumenti che garantiscono l’uguaglianza di uomini e donne (la Costituzione, per esempio) di fronte alla legge», conclude Selay, «tuttavia i giudici sono parte del sistema di potere fondamentalista dei signori della guerra che governano il Paese, sistema che non differisce dal precedente, dei talebani. Nel caso di relazioni illecite, la donna rischia anche la condanna a morte dei tribunali islamici, una sorta di “giustizia” parallela».

© 2016 Foto e testo di Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it  – 1 maggio 2012

http://www.famigliacristiana.it/articolo/donne-afghanistan.aspx

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