No al linguaggio violento. Le parole possono essere armi – No to violent language. Words can be weapons

«”Non abbiate paura”: un messaggio fortissimo, una bussola per l’uomo moderno, spaesato, in crisi. Giovanni Paolo II predicava la speranza, che gli veniva dal grande amore per il Vangelo. Aveva colto la complessa posizione dei cristiani: una grande apertura fondata su convinzioni che non si scuotono. Identità e dialogo, in risposta alla paura dell’ignoto». Partiamo da qui con il ministro per la Cooperazione e l’integrazione Andrea Riccardi, per parlare delle paure dell’uomo moderno e della speranza che lo sorregge.

La paura dell’immigrato. È davvero ancora così sentita dalla gente, o è anche un po’ una strumentalizzazione politica?

«La politica ha la grande responsabilità di garantire sicurezza per tutti, cittadini italiani e cittadini immigrati. Mentre non può cavalcare paure spesso ingiustificate e comunque non così diffuse. Siamo in una fase di passaggio cruciale, dall’emergenza all’integrazione. Gli italiano lo hanno capito, vedendo crescere i loro bambini nelle scuole di quartiere insieme ai figli degli immigrati e contando sull’aiuto di badanti straniere per i loro anziani. Pensare agli immigrati è in qualche modo pensare anche agli italiani. È pensare a uomini e donne che stanno già dando un contributo alla ripresa di un Paese in crisi. La politica deve fare tesoro di queste esperienze concrete, imedia dovrebbero sottolinearne l’importanza. Invece, purtroppo, è proprio dall’informazione che a volte viene lo spaesamento. Quasi che nell’identificazione di una minaccia esterna e indistinta – l’immigrazione come concetto astratto e slegato dalla realtà – si cercasse la soluzione a tutti i nostri problemi. Le parole sono potenti. Possono far male. Non è indifferente il modo con cui lanciamo i nostri messaggi, né la direzione verso cui li indirizziamo. A tutti è richiesto il ripudio non solo della violenza, ma anche di un linguaggio violento contro altri gruppi etnici o religiosi. Perché le parole possono essere armi».

L’altra grande paura di oggi, ovviamente, è la crisi. Si può cominciare a pensarla come una speranza di sobrietà, di cambiamento di stile di vita? E gli 81 milioni di euro da voi stanziati per bambini e anziani sono un segno di speranza?

«I momenti di crisi possono rappresentare un’opportunità, perché ci costringono a rivedere stili di vita dati per scontati, gerarchie e privilegi anacronistici. Si apre lo spazio della solidarietà, che non è una forma di elemosina da parte di chi è più fortunato, ma è condivisione partecipe. Il nostro intervento va nella direzione di riconoscere l’importanza della famiglia, il ruolo che svolge, e le difficoltà che vive. Perché è inutile continuare a parlare di rimodellamento del welfare senza riconoscere la famiglia come una delle grandi risorse del welfare. Abbiamo preferito tagliare le spese, il superfluo e la rappresentanza. Abbiamo voluto evitare le logiche dei finanziamenti a pioggia, vincolando gli 81 milioni a progetti specifici sugli asili nido e sull’assistenza domiciliare agli anziani. Questi fondi non sono moltissimi, ma sono la gran parte del budget del Dipartimento famiglia».

Per la cooperazione, le difficoltà sono concrete, a cominciare dalle scarse risorse economiche. Come facciamo, per esempio, a dare un futuro all’Africa?

«Occorre tuttavia riflettere su come rimodulare l’aiuto pubblico dell’Italia allo sviluppo. Non ci si può limitare alla lamentela. Bisogna uscire dal deficit di idee. L’aiuto allo sviluppo non va considerato un atto di carità, deve diventare un’opportunità di crescita anche per il sistema Paese. Pensiamo proprio all’Africa: è lì che si gioca l’XXI secolo, è lì che sono le risorse, è lì che bisogna stare, insieme all’Europa. Non è un caso che Paesi emergenti, come Cina, Corea e persino Turchia, stiano investendo molto in Africa. È un continente con una notevole importanza strategica, anche dal punto di vista delle nostre politiche migratorie e per l’integrazione. Ci vuole un’intelligenza della realtà, maturata nella cultura, misurata sulle risorse, capace di unire forze diverse, per cogliere le possibilità di cooperare allo sviluppo, alla democrazia, alla pace e alla sicurezza. La cooperazione è un fondamento della politica estera di un Paese, la spia di come questo si rapporta a livello internazionale, ed è anche un aiuto alla stabilizzazione democratica e un contributo alla sicurezza».

Si dice sempre che la speranza è nelle giovani generazioni. Il problema è che poi a queste giovani generazioni non vengono forniti gli strumenti per poter essere la speranza, basta guardare i dati della disoccupazione.

«Parlare del futuro vuol dire parlare dei giovani. In Italia, quelli tra i 15 e i 29 anni sono pochi, pari a 9 milioni e mezzo (fonte Istat, 1 gennaio 2011), e sarebbero ancor meno, se non ci fosse una forte presenza immigrata. Dal punto di vista dell’educazione, che è indubbiamente “caratterizzante”, il loro tasso di partecipazione al sistema di istruzione e formazione è molto alto: nel 2009, l’81,8% dei giovanissimi era impegnato in percorsi di formazione e/o istruzione. Il problema inizia con la fascia di età tra i 20 e 30 anni, dove solo il 21,3% partecipa a una qualche offerta di formazione, mentre la media europea è più alta di cinque punti percentuali e la Germania arriva al 30%. Se poi passiamo alla sfera del lavoro, tocchiamo la nota più dolente. La disoccupazione, nella fascia di età 15-24 anni, riguarda, nel 2011, il 29% del campione. In Italia, un giovane su tre cerca lavoro e non lo trova. Al Sud, il dato è ancora più marcato e si arriva a uno su due. Non si tratta, come vediamo, semplicemente di mancanza di intraprendenza. Il problema vero è che la domanda di lavoro è bassa, indipendentemente dal fatto che si tratti di lavoro qualificato o meno. È qui, dunque, che occorre concentrarsi. Sfatando i miti, come quello secondo il quale nel mercato del lavoro i giovani e gli anziani sono alternativi, cioè in competizione, per cui gli anziani devono semplicemente “far largo ai giovani”. La ricerca economica dimostra che il lavoro dei vecchi e il lavoro dei giovani sono complementari come fattori di produzione di una società avanzata ricca come quelle italiana ed europea».

La speranza è nella politica? Lei ha detto che i partiti sono decisivi per la democrazia.

«I partiti sono fondamentali per la democrazia, sono i canali che dovrebbero favorire la continuità della partecipazione dei cittadini alle scelte politiche, che non si esaurisce al momento delle votazioni. Un tempo i partiti costituivano una delle reti più efficaci che operavano nella nostra società, tenendola insieme. Ora sono in crisi. Al momento della formazione del governo Monti, mi sono permesso di suggerire ai partiti di utilizzare questa tregua, questa pausa di riflessione lontana dalle dirette responsabilità di governo, per mettere a fuoco il proprio ruolo e rifondarsi. Mi sembra anche che oggi il sistema politico soffra di un deficit di partecipazione e di un inaridimento di cultura politica. Credo sia interesse di tutti, in primo luogo dei partiti, tenere una linea di austerità e di intelligente uso delle risorse».

© 2012  – Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – n. 20 – Inserto Festival Biblico – 20 maggio 2012 – pagg. 23, 24

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