L’ignoto come opportunità. E la paura viene meno

«Un prodotto dal marketing assai difficile da imporre»: questa è la democrazia per Alberto Negri, inviato del Sole 24Ore, esperto di Medio Oriente, che interverrà domenica 27 maggio, alle 10.30, a Vicenza, a Palazzo Opere Sociali, per il convegno Mondo arabo. La primavera di un cambiamento epocale, organizzato dal nostro settimanale. Assieme a lui, l’economista Riccardo Moro.

«Gli Stati Uniti – dice Negri – hanno invaso l’Iraq affermando di voler distruggere le armi di distruzione di massa (che non c’erano), ma hanno puntato sull’esportazione della democrazia. Il modello occidentale è visto con diffidenza: ma chi non sarebbe diffidente se venisse da quella parte di mondo dove il colonialismo ha imposto frontiere geografiche e mentali, modi di vita e rapporti di forza politici ed economici? La democrazia dovrebbe essere un sistema che tutela i diritti di tutti; basti questo per capire quanto sia difficile applicarla in Paesi del mondo arabo e musulmano con forti minoranze etniche e confessionali, tra l’altro, situazioni spesso ereditate dai confini tracciati al tempo del colonialismo. E, comunque, la stessa democrazia occidentale è declinata in maniera diversa, nello spazio e nel tempo». Così succede che «alcune minoranze etniche, religiose o di genere hanno maggiori diritti di altre, a seconda che si trovino negli Stati Uniti, in Europa, o in Italia».

«In questo momento, soprattutto in Egitto, dove sembrano affermarsi le componenti più fondamentaliste, non dobbiamo dimenticare che ci sono state elezioni e vi hanno partecipato più partiti, e questo è già un passo avanti, rispetto a un passato statico – spiega Riccardo Moro -. Certo, quel passato dava alcune garanzie (una certa stabilità internazionale, la relazione con Israele…), ma impediva anche qualsiasi spazio ai cittadini, privi di un autentico esercizio di libertà, politica ed economica, ma anche culturale e artistica. Il problema nasce dal fatto che noi abbiamo un’idea della democrazia influenzata dai nostri parametri. Poi, però, vediamo quello che è successo a casa nostra, o in America, dove, per anni, se non ci si chiamava Bush o Clinton, non si poteva fare il presidente. Servono forme diverse, nuove, che consentano alle persone di partecipare ai cambiamenti, e poi, al governo. Non dimentichiamo che, dal punto di vista teologico, l’Islam è più democratico di quello che si possa pensare, perché è molto proiettato sul ruolo della comunità. Democrazia e Islam non sono incompatibili».

Così come l’Islam non è incompatibile con la modernità. «L’Islam non rifiuta la modernità – riprende la parola Negri -, se ne serve dal punto di vista tecnologico, scientifico, militare e anche sociale. Lo fa, però, in maniera selettiva, eliminando o adattando la parte della modernità che non si concilia, non solo con i principi del Corano, ma anche con gli usi e i costumi di società tradizionali, diversi da Paese a Paese musulmano. All’interno della società musulmana, c’è una forte tensione, che non riguarda soltanto Oriente e Occidente, Islam e Occidente, ma, soprattutto, tradizione e contemporaneità. è questo contrasto interno, tra società patriarcale e modernità, che porterà ai maggiori cambiamenti, probabilmente ancora più importanti e forse più duraturi dei cambi di regime ai quali abbiamo assistito». Nel mondo arabo, quelle donne che l’Occidente vede solo costrette sotto un velo, hanno, invece, un ruolo fondamentale. Facciamo cadere uno stereotipo. «Le donne stanno emergendo – afferma Alberto Negri -, non solo perché dotate di maggiori opportunità e istruzione (sono ormai la maggioranza dei laureati in gran parte del mondo arabo), ma per i cambiamenti nella vita quotidiana, nell’economia e soprattutto nei rapporti dentro le famiglie. La rappresentanza dei loro diritti politici, civili e legali, è uno dei temi del momento».

Un altro chiarimento doveroso è che l’Islam non è un monolite. Non lo è al suo interno, dove il dibattito è forte. Ma, soprattutto, attenzione alle generalizzazioni, perché ogni Paese fa storia a sé. In Tunisia, Enhada è una formazione moderata con una costituzione laica e un’agguerrita minoranza radicale salafita. In Egitto, i partiti religiosi, come la Fratellanza Musulmana devono contenere diverse tendenze; i radicali sono ben rappresentati e la legge islamica (sharia) è da molto tempo uno dei riferimenti della costituzione. In Marocco, il partito musulmano della Giustizia è moderato ed è tenuto a bada dal re, che ha un forte potere decisionale su tutto. In Libia, la situazione è assai fluida: oltre alle spinte islamiche diffuse in tutto il Paese, prevalgono i localismi e i regionalismi. La gente si chiede verso che tipo di economia stanno andando i Paesi mediorientali. «L’Islam non è mai stato contro il capitalismo o il libero commercio – risponde Alberto Negri -. Ai tempi di Maometto, Mecca e Medina si facevano la guerra per motivi commerciali, oltre che religiosi. Nessuno dei due governi si è pronunciato contro il capitalismo, il commercio, o la proprietà privata, peraltro protetta dal Corano. Il problema è che in molti di questi Paesi l’economia era in mano a un leader e ai gruppi di potere, come le forze armate, nel caso dell’Egitto. Non solo, le privatizzazioni hanno spesso favorito gruppi d’affari legati ai leader, è accaduto nella Libia di Gheddafi e nella Tunisia di Ben Alì. Questo non significa che i Paesi arabi e musulmani, come pure gli altri, debbano accettare tutto quello che viene dal mondo capitalistico, comprese le fallimentari ricette del Fondo monetario e della Banca mondiale. D’altra parte, se in un qualunque Paese del mondo arabo, si chiede come va l’economia, la risposta è un’altra domanda: “Come va la corruzione?”. Perché qualunque attività economica è collegata alla capacità di un singolo, o di un gruppo, di piegare il sistema ai suoi interessi». «Io non amo usare la parola capitalismo, perché è forviante – conclude Moro -. Se con capitalismo si intende un’economia dominata dal fattore produttivo, e si usa qualsiasi mezzo per mantenere il dominio, non ho dubbi. Allora bisogna cambiare. Se l’alternativa è la nazionalizzazione, abbiamo visto che non funziona. Le persone naturalmente tendono a scambiarsi le cose, per fare questo hanno inventato la moneta e usano il mercato, è normale, non è un modello. Dal mondo islamico, potremmo ricavare alcuni stimoli per regolare meglio il mercato di casa nostra. Il mondo islamico, infatti, ha elaborato alcune regole economiche e finanziarie molto interessanti, volte a evitare l’usura, per esempio, così come a porre attenzione agli ultimi. Il Corano dice che non si deve prestare a interesse. Perciò è stato creato un sistema di prestiti alternativo. Ciò che conta è la relazione tra le persone: io ho un bisogno, tu mi metti nelle condizioni di soddisfarlo. Ma l’Islam non è contrario al mercato. Il mondo ebraico-cristiano ha elaborato tutta una cultura politica del welfare, che nell’Islam è ancora agli inizi. Non vedo assolutamente il rischio di chissà quale deriva economica verso sistemi autocratici, chiusi alle relazioni internazionali. Non solo perché il mondo musulmano ha bisogno di queste relazioni, ma anche perché culturalmente ha tutti gli strumenti per gestirle».

2012 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 27 maggio 2012

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