Islam ecumenico antidoto all’integralismo

Imam Sergio Yahya Pallavicini

Imam Sergio Yahya Pallavicini

«Gli integralisti per me sono dei criminali, dei fanatici. Fortunatamente, rappresentano solo una minoranza, sotto l’1 per cento, che però non è poco, se consideriamo che i musulmani sono più di un miliardo». La condanna viene dall’Imam Yahya Pallavicini, vicepresidente nazionale Coreis (Comunità Religiosa Islamica, che riunisce oltre 50mila cittadini italiani musulmani), intervistato poco prima della sua partenza per gli Stati Uniti, invitato all’Assemblea delle Nazioni Unite, a parlare di libertà religiosa.

Imam Pallavicini, ci chiarisce il significato dei termini, fondamentalismo e integralismo islamico, che spesso vengono usati come sinonimi?

«I due termini rappresentano due realtà con sfumature molto diverse. Se ci riferiamo a un’interpretazione ideologica, puritana, questa ricade nel fondamentalismo. L’integralismo è ancora peggio. Per me è una parodia dell’integrità: un credente può essere integro, cioè vivere la propria fede in maniera integrale. L’integralismo, invece, è un eccesso. Nel caso del terrorismo islamista, legittima addirittura l’uso della violenza e degenera in situazioni spregevoli. Entrambi i termini sono sinonimo di esclusivismo, cioè di miopia intellettuale e prospettiva antireligiosa. La religione è fatta per liberare l’uomo dalle passioni e dall’egoismo. Assumere un pensiero esclusivo, tale che gli altri non possono essere liberi di pensarla diversamente, è quanto di più lontano ci sia da qualsiasi religione, ma anche da qualsiasi dinamicità intellettuale del pensiero comune».

Perché il fondamentalismo viene identificato dai più come islamico? Quando le stragi compiute “in nome di Dio” hanno una storia lunga forse quanto quella dell’umanità. 

«I fatti dell’11 settembre hanno fortemente colpito l’immaginario collettivo. Da lì è nata la coscienza – e per alcuni si è tramutata in fobia -, che esiste una degenerazione all’interno della comunità islamica, capace di realizzare attentati. Anche l’irrisolto conflitto israelo-plaestinese alimenta questa componente in termini di pregnanza mediatica. Poi esiste un altro aspetto, il fatto che il puritanesimo islamista violento sembra essere il peggior nemico dell’ideale della secolarizzazione progressista occidentale. Questo è quello che appare. In realtà, l’Islam ha un richiamo a dei valori più essenziali della vita, che volano alto rispetto a quelli del consumismo e del capitalismo. La vita religiosa, disciplinata dai riti, dalle cinque preghiere, dalla carità nei confronti dei poveri, da una dimensione più sentita della famiglia… è una prospettiva molto distante da altri tipi di concezione della vita. Tradizione e modernizzazione non necessariamente sono in conflitto. All’interno dell’Islam vige un dibattito profondo su come integrare armoniosamente la fede e la dimensione civile. Purtroppo, viene penalizzato dalle azioni dei fondamentalisti. Il rischio è che i pensatori occidentali si radicalizzino nel vedere, da una parte, la vita secolare occidentale e, in contrapposizione, la vita fanatica dei religiosi islamici».

La parola “salafita” deriva dal termine arabo salaf, che indica le prime generazioni di musulmani, che hanno vissuto l’Islam in modo più autentico, in quanto hanno potuto ascoltare il messaggio direttamente dal Profeta. Al salafismo oggi si richiamano alcuni gruppi estremisti.

«I salafiti rappresentano una sorpresa in termini di capacità di incidere, di raccolta del consenso. Mi colpisce che, sia nel mondo arabo-islamico, ma anche in Occidente, penetrino queste concezioni, per me puritane e bigotte, tanto da costringere i Fratelli Musulmani a delle alleanze, e non riesco a capire come possano avere presa in un semplice credente. Eppure, non c’è dubbio che il loro rumore abbia prodotto degli accoliti. Certamente agiscono sull’ignoranza, che c’è anche nel mondo musulmano, anche nelle nuove generazioni, e va di pari passo con la ricerca di qualche ideale alternativo da perseguire, per cui poi qualcuno si lascia prendere da questa psicosi collettiva. È un mix di ignoranza e stupidità. I salafiti vedono qualsiasi altra realtà come contaminata, impura, anche l’Egitto, anche l’Iran. O il mondo si trasforma secondo la loro visione, o è impuro. Solo che la loro visione non trova fondamento nella dottrina, è una pura utopia, che però aumenta la confusione sull’Islam tradizionale».

Spesso, semplificando, si tende a tradurre semplicisticamente jihad con “guerra santa”, che induce a una valutazione erronea del rapporto tra Islam e violenza.

«La parola jihad si riferisce alla tradizione di Muhammad (Maometto per l’Occidente, ndr). Il combattimento esteriore si è concluso quando il Profeta è morto. A quel punto, è iniziato il combattimento grande, interiore, contro le passioni o le suggestioni dell’anima. È chiara ed evidente la disposizione di non legittimare alcun uso della violenza in termini di conflitto reale. Bisogna concentrare lo sforzo nella ricerca della pace interiore ed esteriore, nella sublimazione del carattere, nella valorizzazione delle relazioni con il prossimo, di qualsiasi cultura o religione sia. Questo insegnamento del Profeta è essenziale, invece viene completamente misconosciuto. Ci si ferma ai letteralismi, alla contrapposizione tra kufr (miscredenza) e jihad. I jihadisti non sono più musulmani, perché non credono più nel Profeta, nei testi sacri…, credono in un idolo che si chiama jihad. La loro religione è il combattimento fisico o rancoroso, o amaro. Tutto sbagliato. Il massimo del jihad è veramente la conoscenza di Dio, sia nella sua misericordia in terra, che al di là della terra stessa. Idealizzare questo cammino spirituale con un’interpretazione militare o militante, è una perversa ideologizzazione della realtà spirituale. È un’inversione del cammino spirituale, perché invece che partire dall’uomo integrale e andare verso l’universale, fino a identificarsi con esso, uno idealizza sé stesso come combattente e pensa di portare la pace nel mondo, eliminando l’umanità; è paradossale».

Si può criticare l’Islam?

«Oggi non ci sono più luoghi dove esiste la priorità gerarchica di un potere sacrale rispetto a quello civile. La democrazia ha ribaltato il sistema. Il sacro fa parte del sistema, non è ispiratore. Soprattutto in Occidente, non possiamo negare un’opinione critica che si manifesti anche sulla religione, ma accettando questa possibilità, siamo altrettanto liberi di non condividerla. Noi siamo religiosi, accettiamo che ci siano istanze non religiose e cerchiamo di rispondere, con l’azione, l’intelligenza e la testimonianza».

Con riferimento anche alla cronaca di questi giorni, qual è, per Lei, il limite tra libertà di espressione e insulto?

«Esistono modi e livelli di critica che non hanno nulla a che fare con la libertà di espressione, ma piuttosto con una volontà di disturbare, se non addirittura di provocare, esplicitando cattiveria e disonestà di pensiero. Noi accettiamo una libertà di valutazioni le più diverse possibili, ma chiediamo almeno un’onestà intellettuale, che purtroppo non sembra più tanto praticata in questa società. Criticare è dannoso, perché provoca reazioni ancora peggiori, sbagliate, in termini di violenza. La condizione per riuscire a far dialogare la libertà religiosa e la libertà di opinione è, a mio avviso, alzare il livello dell’educazione, così da alzare il livello delle opinioni e anche quello della religione».

La religione, che dovrebbe essere portatrice di pace, è spesso causa di conflitto. Perché, secondo Lei?

«Il problema è che in Italia la confessione islamica non ha ancora ottenuto il riconoscimento per una piena dignità nella pratica della sua fede. C’è imbarazzo, ancora più complicato da istanze che non hanno niente a che fare con la religione. A frenare sono ancora una volta la paura, e quindi l’iden- tificazione dei musulmani come fondamentalisti, e poi il continuare a pensare ai musulmani come a degli immigrati, perciò destinati a rientrare nei loro Paesi di origine. Quando siamo ormai alla terza generazione. Oppure c’è l’istanza economica: faccio un accordo con l’Islam perché mi serve il petrolio dall’Arabia Saudita. A continuare con queste istanze, si rischia l’effetto contrario. Le istituzioni devono capire che c’è una sola via: dare riconoscimento alla maggioranza silenziosa, che cerca di promuovere un Islam ecumenico e in relazione con le altre realtà della società contemporanea. Questa è una priorità per il dialogo con l’Islam, non solo in Italia, ma anche in Europa».

Che cosa pensa del messaggio di pace del Papa in Libano? Serve alla riconciliazione?

«Il Papa deve fare quello che deve, è al servizio sia dei saggi che degli ignoranti. Dobbiamo sperare che questi messaggi tocchino il cuore. Può capitare che da una testimonianza un cattivo abbia il cuore toccato e si converta. Non abbiamo scelta, dobbiamo farlo questo lavoro, sapendo che Gandhi, Tagore e altri sono stati poi assassinati da estremisti della propria comunità. Ci saranno persone che saranno toccate e rinsaviranno, dall’altro lato, c’è il rischio di suscitare reazioni violente. Ma se si smettesse la testimonianza, non solo del Papa, ma anche delle semplici persone oneste, rimarrebbe soltanto la voce dei rumorosi. È un bene quello che è stato fatto. La speranza è che il Papa abbia suscitato non soltanto evidente emotività, ma anche riflessioni».

Pensa che prevarrà lo scontro o il dialogo?

«Io sono costretto a essere spe-ranzoso. Viviamo tempi molto difficili, perciò non c’è scelta. Bisogna diffondere un messaggio nel quale la gente possa credere e investire. Per assurdo, noi siamo l’alternativa al terrorismo, invece dovrebbe essere il terrorismo alternativo alla realtà. C’è molta insicurezza, molta confusione, proprio per questo sembrano avere più successo in termini di rumore, le istanze più assurde. Oggi fa audiens qualcosa che stona, non più la musica sacra, quella classica. Da qui l’importanza dell’educazione, che non significa che tutti devono diventare cultori. La sensibilità intellettuale non ha a che vedere con il numero di libri letti. I falsi maestri dei fondamentalisti hanno letto molti libri. Noi confidiamo nella saggezza dei “semplici”, che hanno una naturale sensibilità per riconoscere la differenza tra una melodia classica e una dissonante».

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 30 settembre 2012

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