Lotta armata ma anche di “propaganda”

Tutti d’accordo, dunque, che il fondamentalismo riguarda tutte le religioni, eppure la maggior parte della gente continua a identificarlo con il mondo islamico, specialmente quando si verificano azioni violente. Ne parliamo con il prof. Domenico Tosini, ricercatore presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, esperto di tematiche legate al terrorismo.

«Il fondamentalismo islamico appare più predisposto alla violenza perché è inserito in un contesto storico-sociale caratterizzato da forti ingiustizie, che ne favoriscono la deriva violenta. Anche perché questi gruppi armati sembrano pro- mettere un riscatto sociale. Sostenendo regimi come quello tunisino, quello egiziano o quello libico (oggi rimpiazzati) come baluardi del terrorismo, paradossalmente l’Occidente ha favorito la repressione interna. Così, alcuni gruppi hanno cominciato a vedere nella lotta armata, l’unico mezzo per difendere la dignità. Non è un caso che le proteste, all’indomani di questo pseudo-film, si siano accese in particolare nei Paesi che hanno conosciuto la “Primavera araba”. In Egitto, Tunisia, Libia… permangono molte aspettative di cambiamento, ma, nell’immediato, non vengono soddisfatte: la disoccupazione resta alta, così come l’ingiustizia sociale. In questo clima di delusione, i leader estremisti hanno buon gioco nell’ergersi a difensori di quanti – soprattutto giovani – chiedono miglioramenti della vita sociale. Nei Paesi del Maghreb la maggior parte della popolazione non è assolutamente interessata a gruppi fondamentalisti, che vogliono imporre uno Stato legato alla legge islamica. Molti giovani sono vicini alle idee occidentali; sono scesi in piazza, per lottare per ideali liberali, democratici. Però, se questi ideali vengono traditi, se le ingiustizie permangono, se le risorse del gas, del petrolio vengono svendute alle multinazionali occidentali, trascurando di aiutare la popolazione, allora sì, si corre il rischio di una radicalizzazione interna».

Come e quando avviene il passaggio dal fondamentalismo al terrorismo? Cioè da un pensiero, diciamo così, estremo, all’azione distruttiva?

«La parola chiave è la legittimazione della violenza come forma di lotta. Il fondamentalismo può essere riscontrato anche in forme pacifiche. Ci sono movimenti – sia in ambito ebraico, che cristiano – che non ricorrono alla lotta armata, pur avendo progetti di cambiamento della società. I Fratelli Musulmani sorsero con l’obiettivo di reislamizzare la società egiziana, per tornare al messaggio fondamentale dell’Islam, ma senza ricorrere alla violenza. Successivamente, alcune frange interne al movimento, si staccarono e intrapresero la lotta armata. Non consideravano sufficiente questo processo di islamizzazione dal basso, volevano una rivoluzione dall’alto e trovarono la loro guida in Ayman al-Zawahiri, co-fondatore con Osama bin Laden, di al-Qaeda. Costoro si vedono come una sorta di avanguardia portatrice della verità e si sentono legittimati a imporre con la forza, con la violenza la propria visione della società. Il nemico viene via via deumanizzato, rappresentato come un’entità che appartiene – per così dire – a un’altra dimensione, perciò può essere offeso, ucciso, massacrato senza che quest’atto risulti deplorevole. È questa l’immagine usata dai terroristi quando devono reclutare o fanno propaganda, altrimenti non riuscirebbero a far passare il messaggio che la violenza va bene anche contro i civili». Infatti si verificano molti più attacchi nei Paesi musulmani e molte più perdite tra i musulmani. «La guerra seguita all’occupazione americana dell’Iraq ha visto come numero maggiore di vittime gli stessi iracheni, soprattutto arabi sciiti. Questo perché il processo di deumanizzazione si riproduce anche all’interno dell’Islam. I gruppi armati sunniti consideravano gli iracheni sciiti “venduti agli americani” e li rappresentavano come serpi velenose. Hanno, quindi, dato il via contro di loro a una violentissima campagna terroristica e, contemporaneamente, attraverso i siti internet, cercavano di di far passare il messaggio – tipico del fondamentalismo sunnita -, che gli sciiti non rispettano i canoni del vero Islam. Accade anche in Pakistan, dove ancora una volta vengono presi di mira soprattutto sciiti, ma anche le altre minoranze. Alcuni studiosi dell’Islam ritengono che, accanto alla campagna terroristica contro l’Occidente, ci sia parallelamente una campagna contro gli sciiti, ritenuti una vera e propria minaccia per il vero Islam».

Ma le campagne terroristiche necessitano di chi si immola. Niente di più facile che reclutare giovani arrabbiati e delusi, che in questi Paesi non mancano.

«In Afghanistan, in Iraq si sono verificate le campagne terroristiche suicide più violente degli ultimi trent’anni. Ma tanti ragazzi sono stati reclutati anche nello Yemen, in Arabia Saudita, in Libia. Le motivazioni sono tante. In Iraq, alcuni avevano subito violenze, torture, perdite di familiari, quindi l’intento era vendicarsi contro gli americani. Poi nel mondo islamico è molto sentita l’idea che bisogna battersi per l’Islam. Ancora, ci sono motivazioni ideologiche, in parte legate al bisogno di essere considerati degli eroi, fino alla credenza religiosa di conseguire benefici nell’aldilà. Ma non sempre si tratta di volontari; in Afghanistan e Pakistan ragazzi molti giovani sono stati reclutati in modo coercitivo. Infine, quando ci sono situazioni come in Palestina, dove i palestinesi hanno subito discriminazioni, violenze, nella lotta contro Israele, prevalgono la disperazione e la voglia di vendetta».

Oggi al-Qaeda che cos’è? Dobbiamo ancora temerla?

«Il nucleo storico (organizzazione centrale) è stato creato in Afghanistan da Bin Laden, a partire dagli anni ‘80. Dalla morte del fondatore, questo nucleo si è molto indebolito; restano poche risorse al confine col Pakistan. A partire soprattutto dall’11 settembre 2001, al-Qaeda ha cambiato volto, è diventata un network di gruppi, che, per guadagnare visibilità, sempre di più hanno usato questo “brand”. È avvenuto in Iraq, ma anche in Algeria, dove un gruppo terrorista locale ha assunto il nome di al-Qaeda nel Maghreb islamico. E poi, via, via, altri gruppi si sono allineati, prendendo ispirazione anche rispetto all’organizzazione militare e comunicativa. Dunque, non c’è più una catena di comando appartenente al gruppo storico, oggi guidato da al-Zawahiri. Quello che impressiona è che questi gruppi hanno fatto proprio anche lo strumento dell’attacco suicida, utilizzandolo in Iraq, in Algeria, nello Yemen, nella Penisola Arabica, ma anche in Somalia (Al- Shabaab) e in Nigeria (Boko Haram), e recentemente anche in Siria contro il regime di Assad. Una nota positiva è che i massacri perpetrati da questi gruppi anche contro i civili, contro donne e bambini, hanno finito con il disgustare il mondo musulmano, riducendo all’osso la poca legittimazione che avevano».

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 30 settembre 2012

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