Diario indiano di una occidentale

Per la seconda volta mi trovo in India. Due anni fa sono stata nel nord del Paese; ho visitato New Delhi, Jaipur, Benares, Agra, Haridwar.
Ora sono nel sud, a Madurai, nello stato del Tamil Nadu. Per l’occhio europeo, alcuni aspetti sono comuni, in una grande, come in una piccola città. Tutt’intorno a te, ruota un variopinto, caotico mondo. Agli incroci, ci sono persone a piedi, taxi, gente che trascina carretti pieni di ogni cosa, auto private, rickshaws (l’India ha fatto la fortuna della Piaggio), autobus, biciclette, mucche (sacre), motociclette (tante), rigorosamente con tre passeggeri, madre, padre e figlioletto, camion… tutti insieme. Finora non ho visto elefanti, ma al nord ce n’erano parecchi, e finemente decorati.
Aggiungici che in India si guida a sinistra, per me è impossibile capire chi ha diritto a passare per primo. Ma penso che anche per gli indiani non sia facile. Così tutti suonano il clackson. Ne risulta un caos ancora maggiore, ma divertente.

Una corsa in autobus
Prendere l’autobus è un’esperienza; di primo acchito, sembra che tutti portino ovunque. Puoi salire su un numero qualsiasi, sempre di corsa, perché si fermano e ripartono in un baleno. All’interno, vieni stordito da un odore misto, tra il dolciastro, le spezie, il sudore. Di tutto, di più, anche qualche zaffata di fognatura, che entra dai finestrini, perennemente aperti, come le porte (che in realtà non ci sono), tanto qui fa sempre caldo. Quest’inverno, la temperatura segna 28-30 gradi. Una volta seduti, ci si accorge che è molto più semplice di quello che si pensava. Il bigliettaio passa, chiede i soldi per il biglietto e poi viaggia con i passeggeri per tutta la durata della corsa. Ci puoi fare pure una chiacchiera. Finché, in prossimità della fermata, lui fischia e a voce alta e ti invita a scendere, perché si ricorda dove gli hai detto che devi andare. Al confronto, i nostri autobus, dove vigono solo macchinette per obliterare, risultano così spersonalizzanti.

manutenzione

Tuc-tuc in manutenzione

Interessante alternativa, sono i rickshaws, anche detti tuc-tuc, rigorosamente gialli, a tre ruote come le nostre “api”. Sono comodi, perché ce ne sono migliaia, a ogni angolo di strada, e abbastanza economici. Bisogna contrattare un po’, ma si impara presto. Loro si divertono e tu anche. Il problema è sopravvivere a una corsa su una strada principale, trafficatissima, con gli autobus che, a ogni sorpasso, ti sfiorano, la pioggia insistente e l’acqua alta sulla carreggiata. Sono i momenti in cui ti chiedi se il driver ha fatto manutenzione ai freni e da quanto tempo non cambia l’olio. Se ne esci sano e salvo, l’India non ti spaventa più. Per la prima volta, ho contrattato al contrario; ho dato al driver più di quanto mi aveva chiesto, a mo’ di ringraziamento per aver evitato la donna con bambino che si è lanciata in mezzo alla strada per attraversare.

“Che pigri questi occidentali”
Una lezione di yoga in un ashram indiano è un’altra esperienza da concedersi. Basta non lasciarsi demotivare dalle foto esposte, che ritraggono contorsionismi per noi irraggiungibili. Il nostro maestro è un vero guru, con barba e capelli bianchi, e lunghi, lunghi. Avrà una sessantina d’anni – anche se qui è davvero difficile capire l’età delle persone -; certo è che si muove molto più agilmente di noi. “Keep the position. One, two, three…”, fino a dieci. Qualcuno sta per crollare. E il maestro si fa una risata. “Che pigri questi occidentali!”, deve pensare..
In questa città, dove i turisti sono davvero pochi, la gente mi guarda con sguardo interrogativo e mi chiede in continuazione: “Where are you from?”. Rispondo “Italy” e tutti sorridono compiaciuti. Da lontano, il mio Paese sembra il più bello del mondo. Il problema della comprensione si presenta quando chiedo di poter fare una foto. Sono molto amichevoli, e quindi acconsentono quasi sempre, ma fanno uno strano gesto con la testa, che a vedersi non è molto chiaro. Dicono “sì”, girando la testa a destra e sinistra, allo stesso modo in cui noi diciamo “no” e viceversa. Ma se chiedi un’informazione a una persona, accorrono in dieci per cercare di aiutarti.

fiore

I mercanti nel tempio
Chiediamo dove trovare abiti freschi e colorati, alla maniera delle donne indiane (ma senza pretendere di avere lo stesso portamento altero, sarebbe una battaglia persa). Nel centro di Madurai, c’è un interessante mercato, che propone qualsiasi cosa per ogni necessità. E’ situato in uno strano luogo, piuttosto originale non c’è che dire, in un’ala del tempio di Sri Meenakshi, consorte del dio hindu Shiva. Qui i mercanti dal tempio non sono stati cacciati, anzi, fanno buoni affari. C’è un intrico di stretti corridoi, scuri, con banchetti da ambo i lati; un buio labirinto, dove è facile perdersi. Sono con delle amiche. Loro hanno acquistato della stoffa con la quale farsi cucire i tipici larghi pantaloni, chiamati “Ali Babà”. Il sarto prende loro le misure e assicura che saranno pronti in un paio di giorni. Lungo la strada, alcuni bambini cercano di venderci cartoline e un flauto. Apprezziamo le cartoline, ma nessuna di noi sa suonare il flauto. Sorry.
Un altro tipico aspetto indiano è la presenza continua dell’elemento religioso. Anche qui a Madurai è così. Non è solo per via di questo enorme tempio, finemente decorato, ma anche perché ogni angolo di strada è disseminato di statue di divinità o icone. La gente si ferma, offre una manciata di riso e recita una preghiera. Le donne indossano sari scintillanti, bigiotteria colorata ai polsi e alle caviglie, che a ogni passo sobbalza e tintinna, hanno mani dipinte con l’hennè e portano lunghe trecce nelle quali sogliono porre un fiore profumato. Quanto sono eleganti! Noi europee abbiamo parecchio da imparare. Noi che vestiamo tutte alla stessa maniera, stile casual, funzionale, ma privo di fantasia.

© 2012 testo e foto Romina Gobbo/cck.Reporters

pubblicato su http://it-it.facebook.com/pages/Scuola-di-Giornalismo-A-Chiodi-CCK – 10 dicembre 2012

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