Progetto “Primavera rumena” – Project “Romanian Spring”

Se gli parli dei bembini delle fogne, se la prende, perché è un’informazione scorretta. «La fognatura da noi è qualcosa di ben preciso, i bambini semmai si rifugiano presso le condutture del riscaldamento perché qui gli inverni sono terribili». Padre Livio Valenti della congregazione dei Somaschi, dal 1997 di stanza a Targoviste, ottanta chilometri da Bucarest, ha qualche sassolino da togliersi con i giornalisti, che della Romania enfatizzano gli aspetti negativi e tralasciano quelli positivi. Con la reponsabilità di evidenziare le good news (buone notizie, ndr), siamo partiti verso nord per un tour che ci ha portati fino al santuario di Cacica, distretto di Suceava, nella regione della Moldavia. Io, giornalista vicentina, l’amico fotografo Fabio Zoratti, che in queste zone c’è stato più volte, e padre Livio. Ma da cronista non posso fingere di non vedere le “ombre”, oltre alle luci che, pur ci sono, ma il piatto della bilancia pende – purtroppo – in favore delle prime, nonostante che il primo gennaio 2007 la Romania sia entrata a pieno titolo in Europa. Esiste un problema sociale. I bambini romeni, per certi aspetti, vivono le stesse difficoltà degli africani. Molti sono abbandonati, spesso sono malnutriti, emaciati, malati. Ma non hanno lo stesso sorriso. Qui la gente è triste, rassegnata, depredata delle aspettative, delusa perché il dopo Ceausescu non sembra molto diverso dal prima. Il passaggio dal regime comunista alla cosiddetta democrazia, non ha fatto altro che allargare la forbice tra chi è sempre più ricco e chi è sempre più povero. Gli stipendi rimangono da fame (in media, cento euro al mese), mentre i prezzi lievitano. Questa esplosione consumista costringe la popolazione a fuggire all’estero (4 milioni di persone, di cui un milione e 300mila circa in Italia). La conseguenza spesso è lo sfascio delle famiglie: separazioni, ragazzini lasciati ai nonni o a parenti e amici.

Esiste un problema corruzione. Uffici pubblici, ospedali, scuole. «Tutto si compra e tutto si vende», dice il vescovo di Chisinau, capitale della Moldovia, monsignor Anton Cosa.

Esiste un problema di sviluppo economico. La produzione agricola – con 10 milioni di ettari di terreno coltivabile – potrebbe sfamare 250 milioni di persone. Invece i campi sono per lo più lasciati incolti. Mancano gli investimenti e non è pensabile mettere in moto l’economia di un Paese, con la zappa. Dopo un primo momento euforico, quando le aziende italiane si sono impiantate, attirate dalla possibilità di avere una massa di lavoratori a costo quasi zero, oggi i meccanismi burocratici impantanano ogni nuova iniziativa imprenditoriale.

Ecco, mi sono fatta prendere la mano dal negativo. Ma il viaggio continua a prende una connotazione diversa. Ogni tappa è un istituto religioso o la sede di un’associazione. Agli ultimi della terra ci pensano loro. Preti e suore impegnati sul fronte del disagio di minori e anziani. Il centro per bambini e ragazzi disabili, gestito dalla congregazione di don Orione a Bucarest è un esempio stupendo di chi sa accudire coloro di cui nessuno si occupa. Daniel ha sedici anni, è idrocefalo. Robert, tredici, rompeva qualsiasi cosa, mangiava qualsiasi cosa. E poi ci sono Marian, Ramona, Alen, Anka…ognuno con i propri problemi, più o meno gravi. Suor Graziella non ha dubbi. «I progressi fatti nel giro di un anno ripagano la fatica. Veder camminare chi non si muoveva, sentire parlare chi non emetteva suono…». Ecco un bell’esempio di dove può arrivare l’amore. Oltre le medicine (comunque scarse), oltre le attrezzature (comunque rare). La congregazione di don Orione è presente anche a Iasi, dove si occupa del reinserimento scolastico dei bambini tzigani. Inoltre, ha avviato una casa di accoglienzaper il recupero degli alcolisti, una delle maggiori piaghe sociali della Moldavia. 254 persone in trattamento. Il problema è serio, perché qui si comincia da bambini a far colazione con il vino. Poi si passa alla birra, ai superalcolici, alla vodka.

La casa di riposo di suor Elisabetta a Butea è un altro esempio dove la cura non è solo una questione di farmaci e pannoloni. 38 anziani, 18 in sedia a rotelle, dai 45 ai 90 anni. A Roman, il lavoro di suor Emilia Rossi delle Dorotee, è rivolto alle ragazze adolescenti. Poiché si tratta di una città universitaria, la necessità primaria per le studentesse che arrivano dalla campagna, è un luogo dove alloggiare. Così la casa delle Dorotee è diventata un pensionato. E, poiché le ragazze hanno anche bisogno di fare esperienze vere, sono impegnate nel volontariato in un orfanotrofio di disabili e in una casa di riposo. Così la solidarietà viene “fatta in casa”, e non sempre importata. A Roman ci sono anche i Giuseppini del Murialdo. Il centro diurno dove i ragazzi svolgono i compiti oltre ad attività integrative, è un esempio di enumenismo (il 69% di chi frequenta è ortodosso, il 25% cattolico; ma ci sono anche i pentecostali e i musulmani, per un totale di 46 ingressi al giorno).

I Verbiti a Traian si occupano invece della formazione di religiosi e religiose. Perché, “per curare le altre anime, bisogna prima avere la propria sazia”. E a Iasi c’è anche la Caritas, ben attiva, con padre Egidio che è anche responsabile nazionale. 16 punti di assistenza domiciliare per chi è isolato e solo. Ecco le good news: goccia dopo goccia, un mare di iniziative concrete.

Come quella di Biagio, agronomo, di Messina, che si è stabilito a Rachiten, con il supporto della Ong torinese “Enzo B.”, per aprire l’azienda agricola “Fattoria delle sorgenti” e far produrre questa terra incolta, offrendo lavoro alla gente del posto.Pomodori pachino, cipolle, patate, salvia… Certo, è fatica, ma Biagio tiene duro. Forse è questa la vera buona notizia: chi sceglie di operare in questa terra faticosa, ha voglia di tener duro, aiutato dalla fede in Dio e nell’uomo.

A Cacica siamo arrivati il 14 agosto, giusto in tempo per la processione serale con la statua della Madonna. Migliaia di candele accese. Un colpo d’occhio suggestivo. Anziani e giovani uniti da un sentire comune. Il santuario è uno dei luoghi di devozione mariana più significativi, perché conserva la riproduzione della Madonna di Czestochowa. Nell’occasione, è rimasto aperto tutta la notte, con un viavai continuo di fedeli. Scene a noi italiani non più consuete, perché nel Bel Paese c’è una sorta di pudore nel mostrare le emozioni.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Targoviste, il “regno” dei padri Somaschi. Una casa per accogliere dodici ragazzi svantaggiati – oggi dagli undici ai diciannove anni -, dove la vita si svolge come in famiglia, secondo il modello del fondatore Girolamo Miani. Padre livio, padre Lorenzo e padre Albano. Oltre all’accoglienza dei minori, le attività sono varie: dall’aiuto alle famiglie in difficoltà attraverso i sostegni a distanza, alla formazione professionale, al tentativo di coinvolgere imprenditori italiani per creare posti di lavoro. Una preziosa opportunità di futuro a chi non riesce neppure a pensarlo, visto che per anni altri hanno pensato per loro. Ma anche un modo per far capire ai ragazzi romei che esistono i rapporti veri, che si possono avere amici, che poter contare su qualcuno è cosa normale. «Perché – conclude padre Livio – sono loro i protagonisti della battaglia quotidiana per il benessere e la dignità». La rinascita della Romania può ripartire da qui. E la cronista vicentina è fiera di scrivere questa good news.

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato sul calendario dei padri Somaschi – dicembre 2012

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