Drammi e meraviglie di un’antica cristianità – reportage dall’Etiopia

Il 17 gennaio è Natale. In Etiopia, naturalmente, dove il calendario religioso (ma spesso anche quello civile) è quello della Chiesa copta ortodossa. Il capodanno è l’11 settembre, mentre l’Epifania cade il 19 gennaio e, a differenza della nostra tradizione, la festa dura tre giorni ed è la più solenne dal punto di vista liturgico. Quanto all’anno, nemmeno quello corrisponde al calendario gregoriano: questo numero di Jesus, nel Paese del Corno d’Africa, dovrebbe essere datato mese di Tahsàs del 2005. Non è un vezzo, il gioco del raffronto di feste e annualità. Capita di frequente, ad Addis Abeba, di vedersi consegnare una ricevuta al ristorante o in qualche bar con la data di sette anni prima. Il diverso calendario è senz’altro poco più di una curiosità ma, parlando di Etiopia, ha quasi un valore simbolico delle peculiarità e contraddizioni di questo singolare Paese, miscuglio unico di potenti spinte verso l’innovazione e – se vogliamo dir così – occidentalizzazione, accanto a un forte e fiero attaccamento a tradizioni millenarie sopravvissute fino a oggi, a dispetto della storia e degli eventi.

«Ferenji, ferenji!»: stranieri, stranieri. Ci chiamano così i bambini etiopi che corrono a fianco del nostro pulmino, bianchi per la polvere delle strade sterrate. A nord della capitale Addis Abeba, quasi al confine con l’Eritrea, tutto è rimasto come al tempo in cui questa terra era una colonia italiana chiamata Abissinia. Sembra impossibile che, su questi altipiani vulcanici di 2 mila metri, con cime che superano i 4 mila, la mano dell’uomo abbia operato con così grande abilità: si passa dalla natura primordiale ai luoghi di raccoglimento più reconditi, senza soluzione di continuità. Ci sono le steli di Axum, i castelli di Gondar, le chiese nascoste dalla vegetazione sul lago Tana, quelle monolitiche di Lalibela, quelle rupestri del Tigray, tutte opere riconosciute dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Intorno, un mondo duro e aspro, martoriato dal sole. In Etiopia la terra parla. Sarà forse perché a Hadar, in Dancalia, sono stati ritrovati i resti fossili di Lucy, l’ominide che, con i suoi tre milioni di anni, rappresenta la nostra più lontana parente. Allora, sulla Rift Valley, non si può non sentire un afflato universale, pensando che da questa enorme spaccatura, che parte dal mar Rosso e arriva al Mozambico, tutto è cominciato. In questo «regno di pietra», le pietre sono vive e raccontano la storia di un Paese dall’identità plurimillenaria, citato nell’Iliade e nell’Odissea, e ben 78 volte nella Bibbia. Benvenuti nella «contrada remota della cristianità antica», dove ogni sasso «interpella profondamente la Bibbia, la Parola di Dio e quindi la fede», come spiega don Raimondo Sinibaldi, direttore dell’Ufficio diocesano pellegrinaggi di Vicenza. Una fede che si differenzia dalla nostra anche nelle sue espressioni liturgiche. Le funzioni iniziano alle 4, 4.30 del mattino e durano dalle 4 alle 8 ore, con un picco di 12, il giorno di Pasqua.

La chiesa di San Giorgio nel noto complesso monastico di Lalibela (foto K. NOMACHI/CORBIS)

La chiesa di San Giorgio nel noto complesso monastico di Lalibela (foto K. NOMACHI/CORBIS)

Il prete (abba, padre) ripete all’infinito un salmodiare ipnotico, in ge’ez, suonando il tamburo o il sistro. La gente non capisce nulla, perché l’antica lingua liturgica è appannaggio solo dei sacerdoti; i fedeli, rigorosamente scalzi, assistono in piedi, uomini e donne separati, i più anziani o acciaccati appoggiati al bastone, o a qualche colonna, collocati a varia distanza, a seconda del peccato che si sentono dentro. Il sacerdote, avvolto in tessuti sgargianti, non nega mai la benedizione, neppure allo straniero. Ma non gli chiedere che cosa pensa del Vaticano, semplicemente perché non ne pensa nulla, forse non ha nemmeno chiaro dove si trovi. Qui il tempo si è fermato e nessuno sembra aver voglia che riprenda a scorrere. Però qualcosa sta cambiando, specie tra le nuove generazioni. Così, per impedire che i giovani coltivino altri miti, c’è il prete di famiglia che osserva e controlla. «Ai giovani non piacciono i preti di famiglia, perché carpiscono tutti i segreti. Considerano questa Chiesa vecchia e vorrebbero venisse riformata», dice Ashu, la nostra guida. Anche l’Etiopia, insomma, è destinata a non essere più la stessa. E così, a fianco del vecchio aratro di legno, cominciano a comparire i trattori made in China. E cinesi sono le ruspe che asfaltano le strade. Nonostante questi timidi segni di una modernità incombente, il Paese dalle «facce bruciate» continua a parlare soprattutto la lingua del cuore. Lo fa con le sue chiese, realizzate in luoghi impervi per impedirne la distruzione a opera dei musulmani, ma anche con la sua gente, la cui sopravvivenza dipende dal raccolto, spesso soggetto ai capricci del tempo, ma altera, dignitosa, combattiva.

Piccoli alunni di una scuola per sordomuti di Addis Abeba usano il linguaggio dei segni per interagire con la maestra (foto A. RICHTER/AURORA PHOTOS/CORBIS)

Piccoli alunni di una scuola per sordomuti di Addis Abeba usano il linguaggio dei segni per interagire con la maestra (foto A. RICHTER/AURORA PHOTOS/CORBIS)

Che cosa ne pensa di possibili elezioni? ho chiesto a un contadino. Ha risposto: «Spero che domani piova». L’acqua quest’anno ha tardato e gli animali al pascolo non trovavano erba. E poi c’è la zolla, durissima: aspetta che piova il contadino, perché la terra si impregni d’acqua e diventi malleabile, per seminare il teff, il cereale da cui si ricava farina con cui si impasta l’injera, il tipico pane che è alla base dell’alimentazione in Etiopia. La terra qui è proprietà dello Stato, retaggio del regime comunista di Menghistu, che nel 1975 nazionalizzò tutti i terreni agricoli e li redistribuì a fittavoli. Una terra reale, quella del duro lavoro dei campi, e una terra simbolica, quella delle origini e delle radici. Quest’ultima è rappresentata dalle chiese e dai monasteri: in Etiopia ce ne sono 127 mila (e 258 mila preti). Le più famose si trovano a Lalibela, antica capitale della dinastia Zagwe, situata sulle montagne del Lasta, a 2.600 metri sul livello del mare. Re Lalibela, venerato come santo, fece costruire la città a beneficio dei pellegrini etiopi impediti a recarsi in Terra Santa, dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei musulmani di Saladino. Le chiese monolitiche della «nuova Gerusalemme», risalenti al XII secolo, sono interamente scavate nelle rocce. Sono tutte denominate Bet (in ebraico, casa) e sono collegate tra loro da gallerie e cunicoli, in una sorta di percorso iniziatico dalle tenebre alla luce. La più suggestiva è quella dedicata a San Giorgio, che sprofonda per 13 metri nella roccia madre e che porta inciso sul tetto il segno di una croce greca. Non è un caso, in fondo: in nessun altro Paese al mondo esiste una così grande varietà di croci. Se ne trovano dappertutto: sulle case, tatuate sulla fronte o sulla mano, sui vestiti della gente, sui manoscritti, sui bastoni dei pellegrini. E i sacerdoti le tengono in mano per offrirle al bacio dei fedeli.

Un villaggio di pastori nell'Etiopia centrale (foto P.A. PETTERSSON/CORBIS)

Un villaggio di pastori nell’Etiopia centrale (foto P.A. PETTERSSON/CORBIS)

Tra i cristiani etiopi, la festa liturgica più importante dell’anno, curiosamente, non è il Natale (che quest’anno cade il 7 gennaio) ma il Timkat, cioè l’Epifania copta, che si celebra a partire dal 19 gennaio, dura tre giorni e commemora il battesimo di Cristo nel Giordano. Per l’occasione, a Gondar, che è considerata la «Camelot d’Africa» per i suoi castelli secenteschi, i pellegrini arrivano da ogni angolo del Paese apposta per immergersi nella piscina fatta costruire da re Fasilidas nel 1635. Oltre a Gondar e Lalibela, un altro scorcio imperdibile di questa cristianità etiope antica e pulsante è la zona del lago Tana, sulle cui isolette sorgono una ventina di chiese di epoca tra il XIII e il XVI secolo. Il lago, con i suoi 3.600 chilometri quadrati, una lunghezza di circa 75 chilometri e una larghezza di 60, è il più ampio del Paese. Nella penisola di Zeghie si trovano i monasteri di Ura Kidane Meheret (chiesa del Perdono) e Bet Mariam (casa di Maria), entrambi a pianta circolare. Gli interni vantano cicli pittorici dai colori splendidi: scene bibliche, ma anche vite dei santi, con gli angeli dagli occhioni neri – gli stessi della popolazione – che ti guardano da ogni angolo e svolgono silenziosi la loro missione di protettivi custodi.

Nel monastero di Debre Mariam, che sorge su una delle isole del lago Tana (foto A. McCONNELL/R. HARDINGWORLD IMAGERY/CORBIS)

Nel monastero di Debre Mariam, che sorge su una delle isole del lago Tana (foto A. McCONNELL/R. HARDINGWORLD IMAGERY/CORBIS)

Puntando verso nord si arriva ad Axum, che secondo il Kebra Nagast (il Libro dei re) nel X secolo a.C. era il luogo di residenza della mitica regina di Saba. Dal I all’VIII secolo d.C. quello axumita fu uno dei regni più potenti dell’umanità, crocevia fondamentale fra Africa e Asia per quasi mille anni. Axum è considerata una città sacra, perché, secondo la leggenda, Menelik, figlio della regina e di re Salomone, vi portò l’Arca dell’Alleanza, con dentro le tavole della legge, consegnate da Dio a Mosè sul Monte Sinai, e oggi conservata in una cappella accessibile solo ai monaci custodi. Patrimonio dell’Unesco è anche il «Parco delle steli», monumenti funerari a forma di obelischi: ci sono quello di re Ezana (IV secolo d.C.), 23 metri di altezza e 150 tonnellate di peso e, sdraiato, il più grande obelisco monolitico che l’uomo abbia mai tentato di erigere: 33 metri di altezza per 572 tonnellate. Cadde probabilmente mentre veniva innalzato; simbolicamente, rappresenta il crollo della Babele etiopica. Continuiamo verso nord, sempre affiancati dall’«Africa che cammina»: processioni interminabili di esseri umani, avvolti in shamma e gabi (pesanti mantelli di cotone tradizionale) laceri. Le donne, cariche come bestie da soma, barcollano, piegate sotto un fardello quotidiano da venti chili o con, in testa, il peso di grossi contenitori d’acqua. Guadagnano 10 euro al giorno, trascinando fascine di legno su dislivelli di mille metri. Hanno gambe rachitiche e visi rugosi; dimostrano cento anni, ne avranno trenta. Dopo il passo di Alequà, a 3.010 metri, si scende di 1.000, fino a Yeha, patria della prima civiltà etiopica, dove si trovano le rovine di un tempio pagano del V secolo a.C., dedicato alla luna, probabilmente eretto da una popolazione sabea (proveniente dalla vicina penisola arabica). Nel villaggio sottostante, un funerale si svolge in un clima di serenità e raccoglimento. Qui la morte fa parte della vita, è un fatto naturale; si piange il giusto, poi si ricomincia. Mentre il nostro viaggio si avvicina al termine, ci passano in mente le tanti croci artistiche di magnifica fattura che adornano chiese e monasteri. Ma saltano agli occhi anche quelle crudelmente metaforiche che si chiamano povertà, malattie e mancanza di istruzione. Un abitante su 10 in Etiopia necessita di assistenza alimentare dalle organizzazioni umanitarie, soprattutto nei periodi di siccità. La sanità è a pagamento: chi non può pagare, muore. La vita media per le donne è 50 anni, per i maschi 48. Specie al Sud, nella valle dell’Omo, i bambini muoiono come mosche, di malaria e di dissenteria. Qui la cerimonia più importante è l’onomastico, perché i genitori assegnano il nome al figlio solo dopo che ha compiuto sei anni, prima lo chiamano semplicemente bambino. In tutto il Paese, poi, si allarga la piaga dei bambini di strada: ne sono stati censiti 150 mila, 60 mila nella sola Addis Abeba. La scuola non è obbligatoria e solo il 25 per cento la frequenta; il 60 per cento degli uomini e il 70 per cento delle donne è analfabeta. La vita delle donne è durissima: l’80 per cento nei villaggi è soggetta a «mutilazioni », perché solo così viene considerata una brava moglie. La pratica viene imposta alle ragazzine all’età di 7-8 anni, quando non sono in grado di ribellarsi. La dote per una donna è di 30 mucche. Se si tratta di una vedova, invece, ne bastano cinque.

Negozietto di un sarto a Harar (foto J. HICKS/CORBIS)

Negozietto di un sarto a Harar (foto J. HICKS/CORBIS)

© 2013 – Romina Gobbo Pubblicato su Jesus – gennaio 2013 http://www.stpauls.it/jesus/1301je/reportage.htm

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