Guerre dimenticate, dai media e dalla gente

Cinquantasette guerre in 45 Paesi: erano gli anni ‘90; nel 2000 sono state 25 e l’anno dopo 24. Nel 2011, si sono combattuti 388 conflitti armati. Attualmente, ne sono in corso 18. Nonostante continui a crescere il numero delle vittime civili e militari in Afghanistan, il 46% degli italiani non ricorda che nel Paese asiatico ancora si combatte. E solo il 10% degli interpellati sa che prosegue la guerra in Siria. Sono alcuni dati (incredibili) contenuti nel IV Rapporto sui conflitti dimenticati, realizzato da Caritas Italiana, in collaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno, pubblicato per i tipi de Il Mulino. Morti, feriti, macerie, polvere: i nomi dei Paesi per lo più sfuggono alla nostra memoria. Uno dei motivi è l’assuefazione; a forza di fare la conta dei morti, ci si scorda che dietro ai numeri ci sono persone. E poi, più un evento è lontano nello spazio, e più lo si sente estraneo. Che cosa rende, infatti, una notizia appetibile? Il carattere della novità e della prossimità. Mi interessa ciò che riguarda la mia vita, la mia famiglia, la mia città. E, nei momenti di crisi, questo diventa ancor più vero. Concentrato sui miei problemi, lascio quelli degli altri fuori dalla porta. Come se una guerra fosse un problema solo degli altri. Non tutte le guerre, poi, ricevono la stessa copertura da parte dei mass media. Esistono conflitti di “serie A” e conflitti di “serie B”, alcuni occupano le prime pagine dei giornali, altri vengono del tutto ignorati, oppure raccontati con superficialità. Fatto sta che l’attenzione dell’opinione pubblica va calando. “La pace è frutto della giustizia”, dice papa Benedetto XVI. Giustizia significa, innanzitutto, più equa redistribuzione delle risorse. Ma le guerre si combattono proprio perché chi al mondo vive meglio non desidera un’“equa spartizione”, desidera mantenere, anzi incrementare il privilegio. Sudan, Nigeria, Sierra Leone, Somalia (giacimenti petroliferi), Congo (coltan, come a dire sangue in cambio dell’ultimo modello di cellulare), Siria (posizione strategica nell’area mediorientale), Afghanistan (posizione strategica nell’area asiatica), Israele (territorio e risorse idriche). Il buon proposito per il 2013? Non chiamiamoci fuori, perché questi non sono conflitti etnici (come spesso li si definisce=“affari loro”), sono conflitti politici-economici, cioè globali.

© 2013 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 6 gennaio 2013

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