Contro la questua l’inclusione lavorativa

L’anno nuovo si apre con il delirio del giornalista Zsolt Bayer, uno dei fondatori del partito al potere in Ungheria, Fidesz, e amico personale del premier Viktor Orban, che ha pensato bene di definire l’etnia rom “inadatta a coesistere con le persone”. È l’ultima “sparata”, che conferma quanto sia radicato il seme dell’odio etnico in una parte della dirigenza magiara. Non porteranno via i bambini e non faranno il malocchio, ma di chi vive in un campo senza allacciamento elettrico e senza acqua cor-rente, non è che ci si possa fidare davvero. Così, se anche lo stereotipo negli anni si è allentato, lo stigma resta. In questo clima, cercare lavoro diventa difficilissimo, così lo stigma si autoalimenta, la società prende le distanze e la marginalità diventa la norma.

Se ne parlerà sabato 19 gennaio, a partire dalle 9.30, all’Istituto Rezzara di Vicenza, nel convegno internazionale, dal titolo I Rom: esperienza di vita e di lavoro, in un confronto tra il caso italiano e quello sloveno. Organizzato da Martina Zuliani, dottoressa magistrale in Istituzioni e politiche dei diritti umani e della pace all’Università di Padova, l’evento vedrà la partecipazione di rappresentanti dell’Institute for Ethnic Studies di Lubiana e della Croce Rossa Italiana. Seguiranno le esperienze di inclusione lavorativa attuate dalla Caritas diocesana vicentina e dalla ditta Rigoni di Asiago; ci sarà tempo anche per un assaggio di cibi, immagini e musiche rom.

Perché è evidente, dice la dottoressa Zuliani, che «L’inclusione non può avvenire dimenticando la tradizione; la lingua, gli usi e costumi, la musica, la danza… vanno conservati per non perdere l’identità di un popolo. Soprattutto in Italia c’è grande ignoranza su quello che è veramente rom. La questua, per esempio, non è tipica, è una mera strategia di sopravvivenza, subito abbandonata nel momento in cui si trova un lavoro. Il campo non è tipico dei rom, risale al dopoguerra, alla necessità di spostarsi velocemente per sfuggire alle persecuzioni. A causa dello sterminio nell’Europa occidentale e dei lavori forzati nelle fabbriche comuniste, la comunità rom ha perso una generazione. Politiche sbagliate e speculazioni varie fanno sì che non si riesca a superare la logica dei campi. Una società perseguitata per secoli, è una società che non si fida, chiusa in sé stessa. Costruire un percorso comune sarà un lavoro lungo».

Ciò che balza subito all’occhio è che tutte quelle persone che noi chiamiamo sbrigativamente – e anche con un’accezione volutamente negativa – “zingari”, non sono un monolite, bensì un mondo da imparare a conoscere, se si vuole vincere la paura e arginare l’intolleranza.

Anche la stratificazione della popolazione è variegata. In Slovenia, su due milioni di abitanti, i Rom sono oltre 3.200 (un dato non certo, perché, proprio a causa delle discriminazioni, molti tendono a non dichiararsi Rom); per l’Italia, parliamo di 150mila persone, ma su 60 milioni.

«In Slovenia – riprende Zuliani – prevalgono i Rom con cittadinanza slovena; in Italia, metà hanno cittadinanza italiana, l’altra metà sono immigrati. In Slovenia, sono riconosciuti come sedentari; loro stessi pensano al nomadismo come a una sorta di epoca mitica. In Italia non c’è un riconoscimento ufficiale, ma la maggior parte è stanziale, vive in aree attrezzate, alloggi popolari o case in affitto o private. Solo il 3 per cento resta nomade e si tratta per lo più di giostrai o appartenenti a famiglie di circensi. Per quanto riguarda la Slovenia, le comunità più povere si trovano nel sud; a est, vicino all’Ungheria, ci sono i villaggi dove si sta meglio; a nord-ovest vivono i Sinti (rimasti pochissimi, una trentina di fami- glie) e nelle grandi città gli immigrati, provenienti dall’ex Jugoslavia. La maggior parte sono migrati prima della caduta del muro, mentre i Rom kosovari sono arrivati dopo e hanno lo status di rifugiati; non ci sono Rom rumeni».

Lo stereotipo più frequente è che i rom non lavorano e vivono di espedienti.

«Certo, molti Rom in Italia non lavorano, perché avere la residenza in un campo è motivo di marchio indelebile. Nelle grandi città, dove la presenza è più forte, esistono cooperative nel settore del riciclo dei materiali, soprattutto metalli, in Abruzzo, sono impiegati negli agriturismi e si occupano dell’allevamento dei cavalli, un mestiere loro tradizionale; poi, ci sono associazioni e cooperative che danno lavoro alle donne. In un passato non molto lontano, i nomadi erano apprezzati per le loro abilità manuali. Ancora oggi i diversi gruppi rom si identificano dal lavoro che hanno svolto per secoli. Ci sono i caldarari, per esempio, che hanno sempre costruito pentole in rame, gli aurari, che lavoravano l’oro, gli ursari, che allevavano orsi, i laudari, che erano musicisti, i rudari, o artigiani del legno».

Com’è considerata la donna nella comunità rom?

«Nella comunità ci sono tensioni maschiliste, ma la donna ha sempre contribuito al mantenimento della famiglia, prima con la questua o la chiromanzia (sia chiaro, non ci credono neanche loro; sono solo attività per sostenersi), oppure attraverso la vendita di piccoli oggetti o abiti. Le donne rom hanno sempre cucito i loro vestiti; è impressionante vederle all’opera, sono velocissime. Se la famiglia è buona, il merito è della donna; da anziana è la più rispettatata nella comunità, perché è portatrice di saggezza».

Rom e Sinti, le due etnie che sentiamo nominare più spesso: che cosa le distingue?

«Sono diversissime. Innanzitutto, la lingua. Entrambe vengono dal sanscrito, ma il dialetto sinto ha contaminazioni diverse. I Sinti tendono a essere più nomadi, viag- giano in vagoni di legno; i Rom viaggiano in tende. I Sinti vorrebbero macro-aree dove vivere con le case mobili; il Rom preferisce la casa. C’è forte razzismo tra i due gruppi, è difficile anche metterli attorno a uno stesso tavolo».

Dal punto di vista religioso?

«Di norma, il popolo rom tende ad acquisire le religioni praticate nel contesto in cui si trova a vivere. In Slovenia, Rom e Sinti sono cattolici, a parte gli immigrati da Kosovo e Macedonia, che sono musulmani. In Italia, i Rom sono per lo più cattolici, ma ci sono anche ortodossi e musulmani, i Sinti un po’ cattolici e un po’ evangelici. In Finlandia esistono anche le chiese rom. E, dove c’è una chiesa, la comunità si rafforza».

© 2013 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 13 gennaio 2013

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