Lo stupro è una cosa seria

“Molte donne e ragazze dei campi profughi in Libia e Giordania – si legge in un rapporto stilato dall’International Rescuee Committee – sono state stuprate da uomini armati”. Nel Mali del Nord la violenza sessuale contro le donne è usata come strumento di guerra, affermano dalla Ong Intersos. Orrendo, ma non nuovo. Anzi, affonda le radici nella storia. Gli antichi greci – i cantori dell’amore per eccellenza – consideravano lo stupro di una donna “un comportamento socialmente accettabile nelle regole di guerra”. Ma parliamo di 2.500 anni fa. Da allora, qualcosina dovrebbe essere stato introiettato. Almeno per rispetto delle fatiche di Henry Dunant. Invece, le sopravvissute delle 200mila comfort women dell’esercito imperiale giapponese, usate durante la seconda guerra mondiale, non hanno ancora ottenuto giustizia da un governo sordo. E vogliamo parlare della Bosnia? A quasi 17 anni dagli accordi di Dayton, che hanno posto fine al conflitto balcanico, centinaia di donne continuano a pagare le conseguenze dello stupro. O di quanto successe in Rwanda? “Lo stupro era sistematico e perpetrato solo contro le donne Tutsi, manifestando un intento specifico, per questi atti, di genocidio”: sentenziò nel 1998 il Tribunale Penale creato appositamente dalle Nazioni Unite. Ma anche l’India ci mette del suo e non è certo un Paese in guerra. A New Delhi gli stupri aumentano – in una sorta di sfida alla giustizia -, mano a mano che si alzano le voci contro. E anche questa non è una novità. Negli anni ‘70, in India, il movimento femminista spiegò alle donne che la violenza domestica di cui erano vittime non era qualcosa di normale, come loro pensavano. Molte acquisirono consapevolezza e cominciarono a protestare. Il risultato fu un aumento della violenza. A denunciare ci vuole coraggio, anche oggi, perché ci si scontra con reti di protezione carenti e mentalità medievale. Arriva un tizio – con l’aggravante della toga – che dice che le donne la sera devono stare a casa e uno – con l’aggravante della tonaca – che dice che non devono indossare la minigonna. Così il reato è meno reato. Ma la questione femminile non va banalizzata, è una cosa seria. Colpevolizzare le libertà non lo è. Creare un database degli stupratori, sì, ma la legge italiana non lo consente.

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – 20 gennaio 2013

 

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