Violenza sulle donne ora l’India dice basta

«Una donna ogni tre è vittima di un qualche tipo di violenza. Non è un problema solo indiano, è un problema globale. La nostra società dev’essere per tutti, non per pochi»: sono parole di Bimla Chandrasekar, direttrice di Ekta, Resource Centre for Women, incontrata qualche settimana fa nel suo ufficio di Madurai, nello Stato del Tamil Nadu, India del sud. E, se è vero che la violenza di genere è trasversale, è però anche vero che in queste settimane è proprio la “democratica” India a essere messa sotto accusa. Il 19 dicembre scorso, migliaia di persone, furiose per lo stupro e l’uccisione di una studentessa su un autobus, da parte di un branco di sei uomini, sono scese nelle strade della capitale indiana, per dire “Basta alla violenza alle donne”. E a Capodanno si sono verificati altri due abusi nei confronti di una ragazza di diciassette anni (a New Delhi) e di una bambina di sette (a Bangalore, nel sud del Paese). Con questi due nuovi casi, l’India si conferma particolarmente pericolosa per le donne.

L’attività del centro Ekta è iniziata nel 1990, dapprima con l’obiettivo della formazione al femminile. «Le donne necessitavano di competenze – dice Bimla -, perché non avevano accesso ai training professionali. Cominciammo con un piccolo gruppo di partecipanti, organizzando corsi di economia, microcredito, microfinanza, diritto, comunicazione. Ma capimmo subito che non potevamo fermarci lì, perché le donne avevano anche difficoltà di accesso alle cure mediche, soprattutto al momento della gravidanza. Fu quello sanitario il nostro secondo step, convinte che le donne hanno diritto alla salute, alla sicurezza e al benessere». Ma anche su questo frangente la strada è ancora lunga, visto che, solo nel 2010, nel Paese si sono registrate 56mila morti per parto. Intanto, è esplosa l’emergenza violenza, non solo quella “estranea”, ma soprattutto quella domestica, considerata nel passato una cosa normale. «Le donne non ne parlavano, non tanto perché se ne vergognassero – aggiunge Bimla -. Semplicemente pensavano che non fosse loro diritto parlarne. Pensavano che fosse necessario tollerare e sacrificarsi per le loro famiglie, al fine di essere brave mogli e madri. E loro volevano essere brave mogli e madri». Poi, negli anni ’70, esplose il movimento femminista; eliminare la violenza domestica era la meta. Così molte donne cominciarono a trovare il coraggio di parlare. Ciò che fino ad allora era stato considerato normale, cominciò a essere sentito come un problema. «Le donne cominciarono a ribellarsi e a mettere in dubbio l’autorità maschile, ma questo costò loro ancora più violenze e stupri. Il messaggio era e resta chiaro: quando tu donna critichi il potere maschile, tu donna perdi la tua bellezza».

Così, la delinquenza tra le pareti di casa ha continuato ad aumentare: secondo il Registro nazionale della criminalità, tra il 2010 e il 2011, gli stupri hanno visto un incremento del 9%. L’ultimo Rapporto “Men and Women in India 2012”, pubblicato dal Ministero indiano per lo sviluppo, stima che il 43,4% dei crimini contro le donne sono commessi dai mariti o dai familiari. Nel 2011 solo il 10,4% dei casi sono stati denunciati e, di questi, solo l’8,3% è andato a sentenza. Al momento, ci sono circa 40mila casi di violenza sessuale in sospeso. Una delle difficoltà sono le prove. Servono le evidenze mediche, ma spesso le donne non ne dispongono, perché quando vengono picchiate, non si rivolgono quasi mai al pronto soccorso, soprattutto per paura, perché la tendenza generale è a considerare le donne responsabili di quanto hanno subito. Ragazze, bambine, giovani donne, donne sposate e anche donne di età più avanzata nella loro vita sono state vittime di una qualche forma di violenza domestica: fisica, psicologica, mentale, verbale, sessuale o economica. I matrimoni precoci continuano a essere praticati. Secondo l’International Centre For Research On Women, il 45% delle ragazze indiane si sposa prima dei 18 anni. I rapimenti sono saliti del 19%. E la compravendita illegale di giovani spose (molte non superano i 10 anni di età) nel 2011 è cresciuta del 27,7%. Un altro motivo di preoccupazione è la differenza tra maschi e femmine nel numero di nuovi nati. Il censimento delle nascite nel 2011 ha registrato nel Paese un rapporto di 914 femmine per ogni 1.000 maschi dagli zero ai sei anni, contro una media mondiale di 1.020 maschi per ogni 1.000 femmine. Quando i genitori vengono a sapere di stare aspettando una figlia femmina, spesso scelgono di abortire. Nel distretto di Tricky, nel Tamil Nadu, “ce la fa” a nascere qualche bambina in più rispetto alla media nazionale: 958 ogni 1.000 maschi.  Insomma, l’India continua a essere una società patriarcale, dove persiste la disuguaglianza di genere (il 46% delle donne tra i 15 e i 19 anni, non è coinvolta in nessuna decisione). Mentre «I genitori dovrebbero insegnare alle loro figlie femmine i loro diritti fin dall’infanzia»: afferma M. Jaichandran, giudice dell’Alta Corte di Chennai. «Purtroppo, l’aumento dell’istruzione femminile ha fallito nel liberare le donne dalla violenza, la quale continua a essere profondamente radicata»: sostiene V. Vasanthi Devi, presidente della Commissione per le donne dello Stato del Tamil Nadu. Tanto che una ricerca dell’Unicef dell’anno appena passato, ha rilevato che il 50% delle adolescenti indiane (e il 57% degli adolescenti maschi) ritiene giustificabile che un uomo picchi la moglie. Nel 2005 il Parlamento Indiano ha licenziato il Domestic Violence Act: prevede forme di protezione delle donne che hanno subito violenza, come il diritto a vivere nella propria casa, il diritto alla sicurezza e alla salute. L’Act ha, inoltre, il merito di avere chiarito e ampliato la definizione di violenza domestica. Oggi vi rientrano a pieno titolo oltre che la violenza fisica, quella sessuale, psicologica, economica (il 40% delle donne non ha accesso al denaro) e verbale. Ma ancora non è sufficiente. «C’è la necessità di azioni concertate tra governo, organizzazioni sociali, magistrati, forze dell’ordine, sanitari…, per sradicare la violenza contro le donne nella società – aggiunge il giudice Jaichandran -, perché la legge da sola non basta». E poi «Se c’è una legge e qualcuno trasgredisce – riprende Bimla – dev’essere garantita la punizione. Solo così le donne saranno incoraggiate a denunciare».

Bimla Chandrasekar, direttrice di Ekta, Resource Centre for Women, Madurai

Bimla Chandrasekar, direttrice di Ekta, Resource Centre for Women, Madurai

Bimla, perché gli uomini si accaniscono così contro le donne?

«Per molto tempo, la società ha cercato di legittimare la violenza dell’uomo sulla donna, sottolineandone la differenza biologica. Ma noi non vogliamo mariti violenti, non vogliamo mariti in prigione, vogliamo mariti, fidanzati, padri, fratelli e figli amorevoli. Perché non dovrebbe essere possibile?»

Il vostro centro lavora anche con gli uomini?

«Avevamo cominciato, ma non è stato possibile proseguire, perché non partecipavano. Così abbiamo modificato il progetto e oggi ci rivolgiamo solo alle donne. I relatori parlano loro degli uomini, del loro potere e di come questo potere influenzi la società nella quale viviamo. Anche le donne sono responsabili della discriminazione, perché spesso le madri preferiscono i figli maschi. Un altro punto interessante sul quale i relatori si soffermano è la negoziazione fra marito e moglie. Vogliamo insegnare alle donne che la violenza non è mai la soluzione».

Che cosa succede quando una donna arriva nel vostro centro per chiedere aiuto?

«Le donne arrivano con ferite, spesso hanno un occhio pesto, la testa fasciata o le ossa fracassate. Vengono da regioni diverse, con diverse culture e background e un differente modo di affrontare il problema. Hanno bisogno di sfogarsi, hanno il diritto di trovare ascolto e rispetto, perciò noi le lasciamo parlare. Solo dopo, se ce lo chiedono, interveniamo».

Per esempio provvedendo a trovare loro una casa (Short Stay House) temporanea in cui abitare, così da potersi allontanare dal partner violento. Ce ne sono 42 nel Tamil Nadu. Le donne possono stare dai sei mesi ai tre anni. Ekta altrimenti può intervenire fornendo supporto psicologico (è dimostrato che le donne che hanno subito violenze, soffrono di depressione più delle altre), legale, cure mediche, aiuto per la denuncia, o qualsiasi altra cosa di cui possano avere bisogno. Se decidono di denunciare, il giudice può disporre ordini di protezione. Per esempio, al marito può essere vietato di avvicinarsi alla moglie. Nel momento in cui l’ordine di protezione viene posto in essere, la donna può cominciare a ricostruire la sua vita. Il Codice Penale Indiano prevede sette anni di prigione per lo stupro, che diventano dieci, se lo stupro è perpetrato da un gruppo.

La Costituzione indiana ha abolito il sistema delle caste, ma esso persiste nella società. I dalit (intoccabili) rappresentano la casta più bassa; fanno i lavori che gli altri non vogliono fare. «Le donne di questa casta – conclude la direttrice di Ekta – vivono in villaggi isolati, lontani dalle città. Così sono ancora più vulnerabili (a novembre, una sedicenne dalit è stata stuprata da sette uomini). La loro condizione è molto peggiore di quella delle donne delle caste superiori le quali, in varie occasioni, hanno avallato le atrocità contro le donne dalit, mentre dovrebbe prevalere la solidarietà di genere».

Ekta supporta la campagna globale “One Billion rising”, che ha l’obiettivo di sensibilizzare sulla violenza domestica alle donne, sull’ingiustizia e sulla discriminazione di genere. Essa coinvolge 277 Paesi del mondo perché la violenza contro le donne è un problema globale (una ogni tre donne nel mondo è stata vittima di un qualche tipo di violenza). La campagna si concluderà il 14 febbraio 2013 con un evento planetario. Le donne di tutto il mondo scenderanno in piazza per far sentire la loro voce di condanna di ogni forma di violenza.

© 2013 – Romina Gobbo

pubblicato su Il nostro tempo – 20 gennaio 2013

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