Chiusura degli Opg: un impegno dimenticato

Farsi la doccia da soli, fare la spesa, cucinare, accudire la propria persona. Gesti semplici, quotidiani, ma “atrofizzati” in chi ha trascorso anni in una cella. Se poi si aggiunge anche che queste persone spesso sono psicotiche, la situazione si complica ulteriormente. Nonostante la legge fissi al 31 marzo 2013 il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), dove vengono internati i malati di mente che hanno commesso un reato, è quasi certa la proroga di almeno un anno, perché le strutture alternative non sono state create, nonostante la legge avesse stanziato anche i fondi: 120 milioni nel 2012 e 55 all’anno dal 2013 per la gestione. Nel frattempo continuano a convivere nella stessa cella l’uomo che ha sterminato la famiglia in un raptus di follia, quello che vent’anni fa si è denudato in piazza e il genitore colpevole di maltrattamenti. Parliamo di circa 1.200 internati fra Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere (Mantova). Alcuni pazienti restano rinchiusi tutta la vita, dimenticati da un sistema che non riesce a progettarne un processo di uscita; altri sono loro stessi che chiedono di restare, perché non se la sentono di affrontare il mondo esterno. Per cercare di far loro assaporare degli scampoli di vita reale, dai fondi dell’8 per mille della Chiesa cattolica e grazie alla collaborazione della Caritas italiana, sono state rese possibili alcune esperienze-pilota. “Il 60% di chi è internato nell’Opg di Aversa (250 persone), potrebbe stare fuori”, dice Francesco Iannucci, presidente del Centro animazione missionaria, che dal 2005 gestisce il centro diurno Il Ponte. “Alcuni, dopo uno specifico percorso di riabilitazione, trascorrono da noi, ogni giorno, 6-7 ore di vita normale. L’auspicio sarebbe che il nostro progetto andasse a morire, perché significherebbe che non esiste più il motivo per cui è nato”.

Don Giuseppe Insana, invece, dal 2000 ha aperto le porte di casa propria agli internati di Barcellona Pozzo di Gotto: “Gli Opg sono una vergogna”, chiosa. “Nel nostro, il personale è insufficiente per le 181 persone inferme di mente ricoverate; perciò sono abbandonate, soffrono di solitudine, vivono nella promiscuità, stanno sempre a letto e vige la legge del più furbo”. Com’è nato il suo impegno? “Non potevo continuare solo a celebrare Messe, dar loro dei santini o un pacchetto di sigarette”, dice. “Aiutarli a riabituarsi alla vita significa anche tentare di risanare i rapporti con i familiari, spesso compromessi da aggressioni, violenze e ferite profonde. Da noi ormai sono passate un centinaio di persone, abbiamo vissuto insieme nei locali gestiti dalla Casa di solidarietà e accoglienza, come in una famiglia. Alcuni ce l’hanno fatta, sono tornati a casa. Per noi tutti è stata un’esperienza di grande arricchimento”.

© 2013 Romina Gobbo 
pubblicato su Famiglia Cristiana – anno XXXV – n. 4 – aprile 2013

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