La furia dell’acqua sul Madagascar

«Siamo al sud del sud del mondo». Così don Maurizio Rossi, di Bassano del Grappa (Vicenza), economo della missione salesiana “Maria Ausiliatrice” di Tuléar, nel Madagascar. Un sud che deve spesso fare i conti con i capricci monsonici.

Tuléar, a mille chilometri da Antananarivo, situata a cavallo del Tropico del Capricorno, è la città più danneggiata dal ciclone Haruna che, tra il 21 e il 22 febbraio scorsi, ha scatenato l’inferno. Aria fredda e calda si sono scontrate nel golfo del Mozambico, provocando il ciclone che ha flagellato il litorale con intense mareggiate, alte 4-5 metri. Prima si è abbattuto su Morombe, distrutta al 70 per cento, e dopo, appunto, su Tuléar, dove una pioggia torrenziale è caduta ininterrottamente per quattro giorni; a completare l’opera, l’esondazione del fiume Fiherenana, che ha inondato anche i quartieri a nord (Ankenta, Andaboly), fino a quel momento risparmiati.

Una bambina lava le stoviglie dopo l'alluvione

Una bambina lava le stoviglie dopo l’alluvione

Trecento i morti accertati, quasi quattromila i feriti, oltre seimila i senza tetto, impossibile calcolare i dispersi, trascinati via dalla corrente. L’acqua ha travolto persone, animali, suppellettili. Le case di fango, canne di bambù e lamiere sono state spazzate via, ma anche alcuni edifici in mattoni non ce l’hanno fatta a resistere alla furia del vento, violentissimo, che ha raggiunto quasi i 200 chilometri all’ora. Un vortice che ha sradicato alberi, travolto i pali della luce, sollevato le poche automobili e fatto volare cancelli, tetti e qualsiasi cosa trovava sulla sua strada. Poi è successo l’irreparabile, perché l’ondata di piena, alta quasi quattro metri, ha sfondato la diga, indebolita dal continuo prelievo di pietre da parte della popolazione, che le usa per le abitazioni.
Anche la scuola elementare, il centro parrocchiale e la chiesa hanno subito danni, ma «non c’è confronto con quello che è accaduto alla gente, che si è vista portare via la casa e quel poco che aveva. Loro hanno proprio perso tutto. E dove le case hanno retto, le famiglie vivono con 30-40 centimetri d’acqua sotto i piedi, che chissà quando si asciugheranno», dice don Maurizio, aiutato nella pastorale da tre confratelli.

L’acqua, benedetta per una terra assetata, quando è troppa o associata al vento, produce disastri. E poiché Tuléar soffre più la siccità che la pioggia, le autorità hanno soppresso i canali di scolo, così quando l’acqua arriva, riempie le strade e ristagna per lungo tempo. Quella del mese scorso non si è ancora asciugata. Attorno al complesso dei salesiani si è praticamente formata una palude.

La gente malgascia è abituata alla prepotenza della natura. “Haruna” per loro è una fatalità. «Il giorno dopo il disastro, le donne si mettono a lavare i panni nell’acqua sporca, perché la vita ricomincia da lì. Oggi la casa è stata distrutta, domani la si ricostruisce, tanto bastano quattro pali e un tetto di lamiera», continua don Maurizio, che il Madagascar lo conosce bene, visto che ci vive da 23 anni (prima nel nord, a Mahajanga, poi vicino alla capitale Antananarivo, quindi a Fianarantsoa e, infine, a Tuléar). Nel frattempo, chi ha perso la casa è stato ospitato da parenti e amici. «Sono pochi gli aiuti che arrivano», dice ancora don Maurizio, «perché siamo troppo isolati. Lo Stato è lontano e non si occupa troppo di questa parte del Paese. Come Chiesa, cerchiamo di essere presenti sia con la preghiera che con l’azione materiale».

Il Madagascar è uno dei Paesi più poveri al mondo (il 70 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà), con un’economia che si basa principalmente sull’agricoltura e la pesca nell’Oceano Indiano, ma la situazione è peggiorata ulteriormente negli ultimi decenni a causa della siccità, delle inondazioni sempre più frequenti nella stagione delle piogge (da novembre ad aprile), della brutale deforestazione che negli ultimi trent’anni ha messo a rischio la biodiversità della quarta isola più grande del mondo, e della crisi politica.
Attualmente a reggere il Paese è Andry Rajoelina, al potere dal 2009 a seguito del colpo di stato dell’esercito, che ha deposto Marc Ravalomanana. Ma ormai il periodo di transizione sta finendo. La Commissione elettorale ha fissato per l’8 maggio l’Election day: prima si eleggerà il presidente, poi il parlamento, quindi le varie cariche politiche dello Stato. «Questo è un momento delicato, perciò ci aspettiamo un po’ di tensione», conclude don Maurizio. «E poi i valori tradizionali stanno saltando, sostituiti dall’egoismo. Tutti aspirano ai posti di comando, ma non per il bene comune; la politica in Madagascar è ingrassare sé stessi e la propria famiglia».

Chi volesse offrire un aiuto, può contribuire tramite la BCC – Banca di Monastier e del Sile, filiale di San Donà di Piave (piazza Rizzo 9), coordinate bancarie Iban: IT17Z0707436282014000000929 – Causale: Per la popolazione di Tuléar, colpita dal ciclone “Haruna”.

 

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su famigliacristiana.it – 5 aprile 2013

http://www.famigliacristiana.it/articolo/madagascar-alluvione.aspx

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