La pace, realtà in costruzione

«Per me la pace è una realtà in costruzione, e si costruisce con dolore, un po’ come la Pasqua cristiana, dove la passione porta alla risurrezione». Così José Enriquez, segretario generale Pax Christi International (Movimento cattolico internazione per la pace), intervenuto a Roma, al convegno di Pax Christi Italia, lo scorso fine settimana. Dal 26 al 28 aprile, circa 200 aderenti si sono dati appuntamento nella capitale per discutere del nuovo corso da dare al Movimento, a cinquant’anni dalla Pacem in terris di papa Giovanni XXIII, e a venti dalla morte di don Tonino Bello, presidente di Pax Christi dal 1985 al 1993, anno della sua scomparsa. «La nostra spiritualità di pace – spiega Enriquez – ci porta a dare una risposta non violenta anche in situazioni complesse di violenza e distruzione. Il titolo del congresso, “È l’ora della nonviolenza”, è stato scelto proprio a partire da questa prospettiva».

Dopo il saluto di monsignor Mariano Crociata, segretario della Cei, i lavori sono stati guidati dal presidente nazionale, monsignor Giovanni Giudici e dal coordina- tore nazionale, don Nandino Capovilla. All’Istituto Seraphicum, che ha accolto i congressisti, si è discusso di come «farsi carico di coloro che vivono nelle periferie esistenziali, di come continuare a parlare di dignità della persona umana; del carattere sacro della vita; del ruolo centrale della famiglia; dell’importanza dell’istruzione; della libertà di pensiero, di parola, di professione religiosa». Costruire la pace è un impegno che riguarda tutti, come ha sottolineato il vicepresidente di Pax Christi Italia, Sergio Paronetto: «Ognuno deve porsi tre domande: se non ora, quando? Se non qui, dove? Se non io, chi? E poi rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare».

Pax Christi Italia è parte di un movimento più ampio, Pax Christi International, che si ispira al vangelo e alla storia dell’insegnamento sociale cattolico. La tradizione di profondo impegno con la nonviolenza attiva, riguarda tutti, poi ci sono le peculiarità nazionali. «Pax Christi International è un Movimento che a me piace de- scrivere come un mosaico – riprende il segretario generale -. Abbiamo temi comuni, però in ogni Paese si lavora con grande autonomia. Per questo, le iniziative si sviluppano in molti livelli e gli accenti si pongono in accordo con le realtà locali».

Per quanto riguarda il disarmo, per esempio…

«Il disarmo ha molti aspetti connessi tra di loro e per questo, le iniziative vanno in parecchie direzioni. Pax Christi Germania promuove la riduzione delle spese militari e si è incontrata più volte con il ministro della difesa per esporre chiaramente la posizione del Movimento di pace. Pax Christi Regno Unito tiene desta l’attenzione sul grosso investimento del governo in sottomarini nucleari e chiede il reindirizzamento dei fondi. Pax Christi Stati Uniti promuove la cancellazione del programma di droni per diverse ragioni, specialmente di ordine morale. In Italia, Pax Christi, proprio al congresso, ha lanciato la campagna “Scuole smilitarizzate”, perché il nostro Movimento da anni registra un’intrusione sempre più pesante delle forze armate nello svolgimento di attività scolastiche nelle scuole superiori. Invece, i docenti devono difendere con più forza l’educazione alla pace per i nostri giovani. Ancora un esempio di non violenza: gruppi di Pax Christi in Africa, nella regione dei Grandi Laghi, hanno avviato un programma per il reinserimento di ex combattenti, che educa alla nonviolenza e cerca la riconciliazione tra gli ex combattenti e le loro comunità».

Che cosa pensa del recente Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali?

«È un passo di grande importanza. Si pensi che ci sono più regole per il commercio delle banane che per quello delle armi! Il commercio delle armi non è disciplinato da un accordo globale giuridicamente vincolante. Ci sono alcuni accordi commerciali internazionali di armi, ma la maggior parte è di portata regionale e con gravi lacune nella copertura. Pax Christi International ha lavorato molto come rete singola e in collaborazione con reti affini per arrivare a quest’approvazione. Adesso continueremo ad impegnarci per avanzare in questo percorso che è appena iniziato. È urgente la ratifica. Abbiamo bisogno di cinquanta Paesi».

Pensa che sia davvero possibile la pace? In questo momento, quanto sta accadendo, soprattutto in Siria, non lascia molto spazio alla speranza.

«Credo che la pace sia possibile e questa è la motivazione più profonda del mio impegno. Ha ragione, la situazione della Siria non lascia molto spazio alla speranza, però c’è ancora speranza! La pace è una realtà sempre in costruzione, e in questo senso ha una dimensione escatologica, come il Regno di Dio: è qui tra noi, ma non ancora pienamente. Possiamo pensare all’Europa di 1940- 1944 e guardare l’Europa di oggi, c’è tanto da fare ancora, ma ci sono stati tanti passi avanti nel cammino della pace. E penso anche al Paese dove sono nato, El Salvador; dal 1980, quando mons. Romero è stato ucciso, ai nostri giorni, c’è stato un cammino significativo».

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 5 maggio 2013

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