Verso l’Amazzonia con il cuore in ascolto

«Parto con la consapevolezza che qualsiasi cosa noi portiamo là, non basterà mai a compensare quello che porteremo a casa». Giacomo Cazzola, 29 anni, sta per affrontare la sua prima esperienza di missione. Assieme a lui, Alen Serena, 32 anni: «Sento l’esigenza di confrontarmi con gli altri, di mettermi in ascolto».

Giacomo e Alen sono due dei 22 tra ragazzi e ragazze, che quest’anno sono “rimasti folgorati” dalla proposta di apertura alla mondialità animata dai saveriani di Vicenza, in collaborazione con altre congregazioni religiose diocesane e con l’Ufficio diocesano missionario. «La nostra è un’esperienza di Inter-congregazionalità unica nel Triveneto e, secondo me, anche a livello italiano – spiega padre Luciano Bicego  dei Saveriani -. Il progetto, che prevede un primo anno di corso di formazione teorica (incontri mensili da settembre a giugno), un mese di esperienza missionaria in loco, e un secondo anno dedicato al discernimento, è reso possibile proprio dalla collaborazione tra istituti religiosi diversi, maschili e femminili. Ciascuno di essi “apre le porte”; qui, offrendo educatori per la formazione teorica, nei Paesi di missione, mettendo a disposizione strutture di accoglienza e persone. Quest’anno lavorano con noi i padri verbiti, i servi di Maria, l’Istituto San Gaetano, le suore Dorotee, le Orsoline, le suore della Divina Volontà e le Piccole sorelle del Vangelo».

Da quando la proposta è partita, 12 anni fa, già 800 giovani (ma anche adulti) sono volati in terra di missione. «Chi frequenta il corso generalmente ha tra i 18 e i 35 anni, e sono equamente divisi tra ragazzi e ragazze – spiega ancora padre Bicego -. È un percorso di ascolto degli altri, ma anche di sé stessi. Dopo, sono pronti a partire. Sul posto, non viene loro richiesto di impegnarsi in attività particolari, semplicemente di osservare, di entrare in contatto con una cultura, una mentalità e uno stile di vita diversi. C’è, poi, un secondo anno per fare il punto sul l’esperienza vissuta, affinché essa possa incidere sul cambiamento della persona. Alla fine, alcuni scelgono di partire per periodi più lunghi, altri trovano qui la loro missione».

Non sempre la scelta di partire ha a che fare  con ragioni religiose, spesso è la voglia di confrontarsi con la povertà a fare da tirante. «Io non sono particolarmente credente – afferma Alen -, ma ho sentito di dover fare qualcosa  per gli altri. Questo da tempo mi ha posto in atteggiamento di ricerca: qualche anno fa, me ne sono andato da solo in Kenya, per entrare in contatto con la popolazione locale e respirare un po’ della loro serenità».

«Le destinazioni vengono decise – dice padre Bicego – a metà corso, ciascun partecipante esprime una preferenza, che poi viene vagliata dallo staff degli educatori che tengono conto delle varie attitudini e sensibilità. Per lo più, i ragazzi chiedono l’America Latina, perché vi riscontrano una mentalità simile a quella europea, ma molte richieste sono anche per il continente africano, mentre risulta più difficile affrontare i Paesi asiatici, per la complessità legata al dialogo inter-religioso».

Giacomo e Alen, che partiranno nel periodo novembre-diem re, si inoltreranno nella foresta amazzonica per vivere con gli induisti. «Ho voglia di vivere un’esperienza che mi arricchì. Il cuore. Voglio fare un viaggio che mi faccia rientrare con un “bagaglio” più grande di quello con cui sono partito. Sono contento di andare in Amazzonia, ma credo che più che il posto dove vai, sia importante lo sguardo con cui vai», conclude Giacomo.

 

© 2013 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – sabato 13 luglio 2013

 

IN INDIA “CERCO LA BELLEZZA DI OGNI UOMO”

“Ho festeggiato i miei sessant’anni, lo scorso marzo,  in India, a Kuchipudi, un villaggio della diocesi  di Guntur, nello stato dell’Andhra Pradesh. Sono partito per la missione dieci anni fa e da allora non mi sono più fermato”. Ecco una “vocazione missionaria” adulta. Giuseppe Marcon, ristoratore vicentino, una moglie e due figli, “nel mezzo del suo cammin”, ha ritrovato quel sogno che a vent’anni aveva riposto nel cassetto. L’incontro con i saveriani ha dato la spinta. In un lebbrosario di Madras, gestito dalle suore salesiane, è scoccato l’innamoramento per gli ultimi della terra.  “Chi sta fuori, considera il lebbrosario un mondo a parte, ma dentro, si respira un’atmosfera di normalità. La lebbra non è sconvolgente, va affrontata nel modo giusto. Con i lebbrosi abbiamo condiviso momenti bellissimi. Ho ancora negli occhi la gioia di una bambina nell’abbracciare i suoi genitori; malati, deturpati, ma erano i suoi genitori”. Giuseppe si è fatto trascinare dall’esperienza vissuta, tanto da aver costituito la onlus “Da Kuchipudi a…”, puntini di sospensione che vogliono dire “sappiamo dove abbiamo cominciato, ma non dove finiremo”. Quindi, non solo India, ma tutte quelle “periferie del mondo” tanto care a Papa Francesco. “Non so se questo desiderio di impegnarmi per gli altri nasce dentro di me o viene da Dio. Io cerco la bellezza di ogni uomo. La via da seguire me la indicò una suora al mio primo viaggio in India: “Quando vediamo ciò che basta agli altri, non cercheremo più le cose superflue per noi”. È uno stile di vita, nient’altro”.

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