Per il nuovo incarico, il giusto mix tra esperienza e cordialità

Non potrà esserci mons. Pietro il 21 ottobre a Chiampo, a presiedere la celebrazione della festa della Madonna delle Grazie. Ma a mons. Bernardo Pornaro, che l’aveva invitato, ha chiesto: “Ricordatemi in modo particolare alla Madonna”. La devozione a Maria è sicuramente frutto del legame con Vicenza e Monte Berico, ma – mi ha raccontato mons. Pietro – «si è rafforzata durante questi anni di nunziatura in Venezuela, dove la fede mariana è particolarmente sentita». Il 21 ottobre, il nuovo segretario di Stato sarà già operativo in Vaticano. «Sono contento di questa nomina, perché è il segnale che nella Chiesa possono raggiungere posti di responsabilità anche persone preparate, ma che conservano la propria semplicità», afferma mons. Pierantonio Pavanello, cancelliere della diocesi di Vicenza. «Per mons. Parolin è sempre stato centrale il servizio alla Chiesa – ricorda il vicario generale, mons. Lodovico Furian -. Era già chiaro negli anni del seminario quando i suoi compagni simpaticamente lo chiamavano “l’ecclesiastico”, proprio a sottolineare come, già allora, per lui fosse chiaro che era decisivo mettersi dentro alla Chiesa di Dio in spirito di servizio e fedeltà. Recentemente ci siamo visti e ci siamo raccontati la nostra vita. Parlando della sua nunziatura in Venezuela, mi ha detto: “Il mio servizio è simile al tuo: anch’io incontro preti e vescovi, e sono impegnato a ristabilire relazioni, a sanare ferite”». «Mons. Parolin è stato mio prefetto quando ero in seminario, era il 1977 – racconta don Enrico Bortolaso, parroco di Veronella -. È una persona di una semplicità disarmante. A Roma mi è capitato di andarlo a trovare ed è sempre stato molto ospitale. Come quella volta in cui ho accompagnato un gruppo di pellegrini del mio paese; è sceso a salutare e ha donato a tutti un rosario». «Eravamo 63 in seminario a Vicenza a frequentare il liceo, ma solo mons. Parolin e mons. Gasparini sono arrivati al sacerdozio – dice Giancarlo Lunardi, ex sindaco di Zimella -. Era un ragazzo pacato, molto riflessivo, squisito nei modi. E così è rimasto. Per la sua esperienza in vari Paesi del mondo, ma anche per il suo carattere cordiale, credo proprio sia la persona giusta per un impegno così importante». «Conosco mons. Pietro dal 2005, e conosco la sua famiglia – dice Danilo Rosso -. Anche se da anni ormai è nunzio apostolico, è una persona molto alla mano, capace di stare tanto con il Capo di Stato che con la persona comune. La scelta di papa Francesco non poteva essere più azzeccata». Don Luigi Chemello, parroco di Schiavon (oggi in unità pastorale con Longa), racconta il legame di mons. Parolin con la sua terra. «Ho avuto il piacere di conoscerlo nel 2008, quando sono diventato parroco di Schiavon, dove una volta all’anno torna per far visita ai familiari. L’anno successivo dovetti sottopormi a un’operazione al cuore. Lui, che nel frattempo era stato nominato nunzio in Venezuela, mi chiamava tutti i giorni per sapere come stavo. Mi ha accompagnato nella guarigione. Ha sempre avuto molto a cuore le persone malate e gli anziani. Quando viene qui a Schiavon, non manca di andare a fare una visita alla casa di riposo. Piccolo segno di vicinanza: come unità pastorale, sosteniamo a Barquisimeto il piccolo Cottolengo dei padri di don Orione, che accoglie circa 200 ragazzi con handicap». Fa un salto indietro Milena Volpato: «Io ho ricordi di Piero – l’abbiamo sempre chiamato così – fino ai suoi 12 anni, perché poi mi sono sposata e mi sono trasferita a Vicenza. Mio papà e il papà di Piero erano molto amici, tanto che mio papà ha fatto da testimone al matrimonio di Gigetto e Ada. Gigetto veniva a casa nostra con la sua Bianchina azzurro chiaro e portava con sé Piero, questo bambinetto biondino, un po’ riservato, ma molto educato. Gigetto, proprio mentre stava salendo su quella Bianchina, di ritorno da un lavoro, è stato travolto da un’auto o da un furgoncino. Una tragedia che ha colpito tutto il paese; si figuri, un paese di 900 abitanti. Una morte così tragica, la signora rimasta da sola con tre bambini, il più piccolo, Giovanni, di 6 mesi. Ma la fede in quella famiglia non è mai venuta meno. La mamma non ha perso messa un giorno. La sua vita da quel momento si è svolta fra la chiesa e il cimitero situato dietro il campanile».

 

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 1 settembre 2013

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