Qualsiasi cosa, purché finisca!

«Il popolo siriano vuole la fine del regime di Assad». Non ha dubbi A., 55 anni, di Damasco, in Italia dagli anni ’80. L’anonimato è d’obbligo perché alcuni suoi familiari sono ancora nella capitale siriana, da dove è difficilissimo uscire. A. ha portato a casa, nel Vicentino, la sorella e due nipoti, ma con altri parenti non vi è riuscito. Dopo Assad, che cosa accadrà? C’è il rischio che vadano al potere gli integralisti? «No, perché il popolo siriano è laico; nessuno vuole vedere donne velate». Eppure, la presenza di milizie jihadiste è certa. Da dove arrivano questi mercenari? Ceceni, afghani… «Sono convinto che li abbia fatti entrare lo stesso Assad per dimostrare che i suoi oppositori sono dei terroristi. Sono pieni di armi e di soldi, e con questi finanziano ospedali e scuole e danno cibo a chi non ne ha. Ecco perché la gente li tollera. Chi non ha niente, pur di mangiare… Ma è solo una situazione contingente legata alle difficoltà estreme in cui si trova la popolazione». Quale sarebbe, per lei, la soluzione? «Quella politica. Bisogna cacciare Assad e creare un governo ad interim, magari per un anno, che transiti il Paese verso le elezioni». Adesso sembra si sia arrivati al compromesso: niente intervento americano se Assad consegna le armi chimiche. «Il popolo siriano è allo stremo. Tutti in linea teorica sono d’accordo con il Papa che la guerra non è la soluzione, anche perché un bombardamento dal cielo coinvolgerebbe tutti. Le bombe non sono così intelligenti da sapere che non devono colpire i civili. E poi Assad ha nascosto i rifornimenti di armi negli appartamenti e nelle scuole. È una sfida: volete le armi? Venite a prendervele. Tuttavia, la gente non ne può più, e spera che Obama trovi una soluzione. Qualsiasi cosa, purché finisca».

Chi è Assad?

«Uno che non aveva le capacità per essere presidente, ma soprattutto uno che non ha capito nulla. Quando ha sostituito il padre, la gente aveva posto speranze in lui. Poteva essere un presidente importante, accogliere le istanze della popolazione e porsi come un modello per tutto il mondo arabo. Ma non gli bastava. D’altra parte, la sua famiglia ha in mano tutta la finanza del Paese e ricopre gli incarichi più prestigiosi. Nessuno di loro era disposto a rinunciare a nulla».

Le armi chimiche le ha o no?

«Certo che le ha, finché vuole. Le aveva anche il padre. Arrivano dalla Russia, dall’Iran. Però è stato furbo. Ha cominciato buttando poco gas per vedere la reazione, nessuno ha parlato, ci ha riprovato. La sua sfortuna sono stati i volontari di Medici senza frontiere, che hanno riconosciuto nei cadaveri le lesioni provocate da neurotossine».

Ma perché se può tranquillamente ammazzare centomila persone con le armi convenzionali, ha bisogno di usare i gas?

«Perché vuole dimostrare di essere intoccabile. Mentre andava in moschea, nei giorni del Ramadan, i ribelli hanno lanciato un missile che gli è esploso vicino, è evidente che ha deciso di fargliela pagare. Lui è così. Nessuno può dire niente. Ricatta l’esercito con la minaccia delle ritorsioni alle famiglie. Ci sono 200mila persone nelle prigioni siriane, le madri non sanno dove sono i loro figli. Le prigioni non bastavano più, adesso usano le scuole. I ragazzini vengono rapiti per farli combattere, le donne violentate. È un potere basato sul terrore».

Che cosa sperano i siriani?

«Più di 100mila morti, un milione di bambini sotto le tende, 500mila orfani. Per non parlare di 7,8 milioni di persone che se ne sono andate, quasi la metà della popolazione di un Paese che conta 20 milioni di abitanti. Che cosa si può sperare? I siriani non credono più a niente. L’America dice che interviene, ma non si muove, l’Inghilterra fa marcia indietro. L’Europa non conta nulla, se non per aumentare i problemi. C’è una circolare dell’8 settembre 2012 con cui Assad dice all’Europa di non far entrare i siriani nello spazio Schengen, e infatti l’Europa non concede visti. È stato difficilissimo far arrivare qui mia sorella e i miei nipoti, e si tratta di un ricongiungimento familiare. Così la disperazione costringe molti a scappare e ad imbarcarsi sulle “carrette” che affollano il Mediterraneo. Una storia che ormai tutti conosciamo bene. Molti muoiono, chi riesce a dimostrare di avere un parente qui, lo si può raggiungere; gli altri rimangono nei Cie con continue proroghe, perché non possono essere riassorbiti dai Paesi europei».

© 2013 – Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici”, 15 settembre 2013

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