La lista di Bergoglio: le vite salvate in Argentina

Rocambolesche corse in auto da una parte all’altra di Buenos Aires con una donna nascosta nel bagagliaio, gente imbarcata clandestinamente su navi dirette in Europa, qualcuno camuffato da prete che si aggira per la città. Sembra la trama di un film giallo. Invece sono le strategie che papa Francesco metteva in atto quando era solo… il provinciale dei gesuiti d’Argentina. Sono contenute nel libro-inchiesta di Nello Scavo, “La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura. La storia mai raccontata”, pubblicato per i tipi della Emi (Edizione Missionaria Italiana), e con la prefazione del premio Nobel per la pace, Adolfo Pérez Esquivel. Scavo, giornalista di Avvenire, è intervenuto lunedì 14 ottobre, a Vicenza (al centro culturale San Paolo di viale Ferrarin) per raccontare questo suo lavoro, che sta facendo parecchio discutere. Ideato per controbattere alle accuse fatte a Papa Francesco di essere stato complice – o quantomeno connivente con la dittatura argentina, che dal 1976 al 1983, fece sparire 30mila persone, ne arrestò cinquantamila, molte delle quali furono torturate, e costrinse all’esilio 2 milioni di oppositori –, ha portato ad un esito diverso dall’idea iniziale. Ed è un vero piacere stare a sentire lo stesso Scavo mentre spiega come ha “scavato” – nome omen – per trovare quella verità che il giornalista deve ricercare per dovere professionale, oltre che morale.

All’indomani dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro (13 marzo 2013), la stampa si è scatenata, di qua e di là dell’oceano. Articoli del New York Times, e soprattutto dell’argentino Pagina/12, a firma del noto giornalista Horacio Verbitski, poi ripresi in italiano dal Fatto Quotidiano, riportavano insinuazioni pesanti sull’allora provinciale della Compagnia di Gesù. Comincia da lì la laboriosa ricerca di Scavo forte di una ventennale esperienza, nonostante la giovane età (è del ’72), di cronista giudiziario, che si è occupato di criminalità organizzata e terrorismo globale. «Mi sono chiesto: e se il Conclave avesse scelto l’uomo sbagliato? Ho trascorso la notte successiva all’elezione, sul web, ricercando tutto quanto era stato scritto sulla vicenda, ma al mattino ero già convinto della debolezza delle accuse».

Come ti sei sentito mentre affrontavi una ricerca così delicata?

«Ero aperto a ogni possibilità, sia in senso positivo, che negativo. Niente mezze misure: riabilitazione piena, oppure condanna senza appello. Non mi interessava fare dell’agiografia. Sapevo perfettamente che se avessi trovato prove “contro”, sarebbe stato uno scoop sensazionale; certo, da cattolico, mi sarebbe dispiaciuto, tuttavia, sono un cronista giudiziario, e non mi sarei sottratto alla verità».

Di sicuro non potevi immaginare che il ruolo di Bergoglio durante quella drammatica pagina di storia, fosse stato in realtà totalmente diverso da quello che si vociferava.

«Infatti. Mano a mano che proseguivo nelle ricerche, mi rendevo conto, non solo che le accuse si basavano su deduzioni più che su prove, ma anche che stava venendo alla luce qualcosa di nuovo. Gonzalo, Alicia, Ana e Sergio e tanti altri, mi raccontavano una storia diversa, la storia di un uomo che, facendo espatriare chi entrava nel mirino del regime, ha salvato molte vite. Quante ancora non si sa, perché, da quando il libro è uscito, mi stanno arrivando tante segnalazioni, che adesso vanno verificate».

Bergoglio di tutto questo non ha mai parlato se non durante i due interrogatori nell’ambito dei processi sulle violazioni dei diritti umani da parte della dittatura. Perché, secondo lei?

«Per il rispetto che papa Francesco nutre per il dolore del popolo argentino. È ancora una ferita aperta: 30mila persone scomparse significa 30mila famiglie che non sanno dove portare un fiore».

 

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su Gente Veneta online – 19 ottobre 2013 – e cartaceo n. 38/2013

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