Il dialogo non è una somma di monologhi – Dialogue is not a sum of monologues

«Il dialogo è qualcosa di diverso da una somma di monologhi». Roberto Catalano è uno che se ne intende. Torinese, una lunga esperienza in India (dal 1980 al 2008, dove ha insegnato lingua italiana e ha prestato servizio presso l’Istituto di cultura italiano di Mumbai), dal 2008 è responsabile del Centro per il dialogo inter-religioso del Movimento dei Focolari. «Il dialogo in Italia mi sembra sia un processo abbastanza complesso; la società fa fatica a metabolizzare – sia a livello di istituzione, che di opinione pubblica – questi processi migratori che portano con sé la presenza di altre religioni, in particolare dell’islam. Ci sono anche parecchi ortodossi che arrivano, ma l’islam è sicuramente la “religione di importazione” di maggior impatto. Mentre non ci si rende conto per nulla dell’“invasione silenziosa” delle spiritualità asiatiche, in particolare di diverse tipologie di buddismo. Le conversioni dei cristiani sono più verso il buddismo che verso l’islam. L’islam cresce per via delle migrazioni. Noto questa miopia nella valutazione quando si parla di dialogo inter-religioso».

Spesso i media non aiutano il dialogo.

«Infatti. I vari stereotipi creati dai media a livello mondiale, vengono introiettati dalla gente, che si alimenta di questi stereotipi con tutte le paure del caso. C’è, poi, un altro aspetto: l’islam italiano è molto frammentato, a differenza di altri paesi europei: in Germania è di estrazione turca, in Francia di estrazione magrebina… In Italia i migranti provengono da 190 paesi, ciascuno con caratteristiche proprie, e questo rende difficile un cammino di islam unitario. Anche quando i musulmani si uniscono in associazioni, in genere lo fanno sulla base della provenienza geografico-linguistica. La mancanza di unità crea difficoltà anche per la Chiesa. A differenza di altri paesi, dove il dialogo, ma anche l’integrazione, sono facilitati da una struttura istituzionale e legale esistente che si occupa della presenza delle altre religioni, in Italia questo non c’è. Tutto è lasciato in mano a parrocchie, onlus, Caritas. Perciò il grosso del dialogo avviene a livello di volontariato, poi, casomai, arriva al livello istituzionale, si va dal basso verso l’alto».

Sul fronte teologico, è possibile incontrarsi?

«Le rispondo con quello che mi disse un rettore di una nota istituzione accademica che lavora nel campo dell’islam. “Se si parte dal dialogo teologico per arrivare a quello della vita, non si sa se ci si arriva”. Bisogna fare il contrario. Cioè, se ci si incontra per discutere questioni teologiche, prima o poi si va allo scontro, mentre, se il dialogo teologico è un punto di arrivo di tutta un’esperienza che parte da un dialogo della vita, da una collaborazione quotidiana, allora il dialogo teologico può avere una possibilità di successo, perché, anche di fronte agli scogli, c’è un clima di fiducia consolidato, di distensione, che permette di afrontarli, e anche di riconoscere, con più serenità, che su certe questioni ci si deve fermare e incontrarsi su altro, sui valori condivisi, per esempio».

Il dialogo è una questione di convenienze – per quanto importantissime e urgenti come la pace -, oppure c’è la consapevolezza che dal “diverso” può derivare un arricchimento?

«Chi comprende la situazione, si rende conto che è una questione di sopravvivenza, almeno in alcune aree del mondo, in altre meno (in America Latina, per esempio, non è così presente lo scontro di civiltà). O si dialoga, o ci si scontra. Perciò, si parte da una convenienza, però, di fatto, chi fa dialogo seriamente poi capisce che è anche un arricchimento».

Trovare Dio assieme è più facile o più difficile?

«Mi occupo di dialogo inter-religioso da vent’anni. Con i buddisti ho sperimentato una forte presenza di Dio, senza mai creare confusioni, sincretismi. Sono esperienze spirituali forti, in cui insieme di avverte la presenza dell’Assoluto, ognuno con la sua modalità; gli indù, per esempio, parlano di “sante vibrazioni”. Sperimentare insieme agli altri il rapporto con Dio è diverso, forse anche più arricchente, perché magari si colgono sfumature che da solo, come cristiano, non sarebbe stato possibile».

La guerra siriana quanto ha distrutto di un tessuto sociale dove convivevano più religioni?

«In Siria esisteva un modus vivendi – anche come retaggio dell’impero ottomano – che aveva portato ad una certa armonia e rispetto reciproci fra le varie confessioni, in una società fondamentalmente musulmana. Sono stato lì di recente, ho parlato con molte persone, che mi hanno detto che non credono più al dialogo. D’altra parte, prima del conflitto erano persone che vivevano nello stesso quartiere, andavano a scuola insieme, erano vicini di casa; la guerra ha minato i rapporti, non c’è più fiducia reciproca, anche all’interno della stessa comunità musulmana».

Quanto male fa il terrorismo al dialogo?

«Molto, anche perché fa molta notizia, e qui c’è una forte responsabilità dei media, che tendono a manipolare l’informazione per scopi islamofobici o cristianofobici. Ma la realtà va letta in maniera corretta. Non dobbiamo dimenticare che, quando scoppia una bomba in Pakistan o in Iraq, o in Siria, ammazza molti più musulmani, non fosse altro per motivi numerici».

© 2013  – Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 27 ottobre 2013 – pag. 5

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