Filippine. Un popolo che non molla

Si chiama bayanihan, è lo spirito di fratellanza che accomuna i filippini. «È questa la forza che fa sì che quando si verificano episodi come questo tifone Haiyan (qui chiamato Yolanda), ma anche come il sisma di qualche settimana fa, la popolazione filippina non si perda d’animo e si dia da fare per aiutare chi è stato colpito. Sta succedendo proprio questo in questi giorni, dove la mobilitazione è generale. La bayanihan è quel sentimento per il quale ognuno si sente un po’ responsabile dell’altro». A dirlo è il missionario saveriano padre Sandro Barchiesi, responsabile di una delle due parrocchie dell’area metropolitana di Manila.

«Ero tremendamente spaventata, con la mia famiglia non siamo riusciti a raggiungere il centro di evacuazione, l’acqua ha invaso la casa», racconta Jane, 12 anni, ai volontari dell’organizzazione umanitaria Save the children. «Una famiglia che voleva restare unita, si è aggrappata ad un palo della luce, tutti insieme, madre, padre e figlio, ma quando il ciclone è passato, il marito non c’era più, strappato via dalla forza del vento», dice padre Sandro.

Ecco un paio di drammatiche storie dalla zona travolta dal ciclone Haiyan, che l’8 novembre, si è abbattuto sulle isole centrali delle Filippine, quelle meno raggiungibili anche logisticamente, radendo al suolo le città di Tacloban e Ormac City sull’isola di Leyte, ma devastando anche l’isola di Samar, e le città costiere di Baco (sott’acqua all’80 per cento) e Guiuan, città di 40mila abitanti, la prima ad essere investita dal tifone, di cui non si hanno notizie.

Raccogliere informazioni non è facile, perché le strade sono impedite da alberi caduti, pali dell’elettricità, detriti di ogni genere, le comunicazioni sono interrotte, i telefoni non funzionano, perché i ponti sono crollati e non c’è energia elettrica. Manca anche l’acqua potabile, perché pure i condotti idrici sono saltati e questo fa te- mere l’esplodere di epidemie, anche perché lungo le strade vi sono corpi in decomposizione.

«Nella mia parrocchia ci sono persone che hanno parenti in quell’area, ma non ne sanno più nulla – riprende padre Sandro -. I giornalisti sul posto, fanno da tam tam, ma essi stessi sono rimasti intrappolati».

Le prime cronache stimavano 10mila morti, ma nei giorni scorsi la cifra è stata ridimensionata dal presidente Benigno Aquino che, intervistato dalla CNN, ha parlato di circa 2.500 morti accertate.

«Ma manca tutto il conto degli abitanti dell’entroterra – dice ancora il missionario -. Perché, anche se con difficoltà, i mezzi riescono a raggiungere le città più grosse, mentre non ce la fanno ad addentrarsi nelle zone più isolate, dove ci sono molti villaggi, intere comunità (29 municipalità) dalle quali non arrivano segni di vita. Due nostri confratelli sono originari di quelle zone, loro adesso lavorano in Sierra Leone, ma delle loro famiglie non sappiamo nulla».

Complessivamente, sarebbero quasi 10 milioni i coinvolti, di cui 4 milioni bambini e 700mila le persone evacuate; il 70-80 per cento delle strutture del territorio colpito è distrutto. La situazione è drammatica. Manca tutto: cibo, medicinali, coperte, ma anche vestiti e scarpe. Le Nazioni Unite stimano che serviranno almeno 225 milioni di euro. Anche l’Italia farà la sua parte, con un milione di euro in aiuti diretti e un contributo di 350mila alla Federazione Internazionale della Croce Rossa che opera sul posto.

Come funziona la macchina degli aiuti? «Direi abbastanza bene. Il governo è fortemente impegnato attraverso un servizio simile alla protezione civile italiana. Subito sono arrivati i marine americani con i mezzi militari, e questo è importante perché loro così possono muoversi. La Chiesa locale si sta attivando nel raccogliere fondi attraverso la Caritas (che, tramite una tv locale ha promosso una specie di Telethon), che poi si occuperà di redistribuire alle famiglie gli aiuti, che saranno portati in loco con gli aerei militari. Anche qui ad essere penalizzato sarà l’entroterra, praticamente impossibile da raggiungere». Già migliaia di sopravvissuti assediano l’aeroporto di Tacloban, sperando di poter salire sugli aerei militari che tornano a Manila dopo aver scaricato aiuti umanitari e squadre di soccorso.

La Conferenza Episcopale filippina ha reso noto che la campagna di solidarietà della Quaresima 2014 sarà interamente dedicata a sostenere progetti di riabilitazione e ricostruzione delle zone distrutte. Sono 22 (su 86 complessivi) i territori ecclesiastici (fra diocesi e vi- cariati apostolici) interessati in qualche modo dagli effetti di “Yolanda”.

«Qualcuno cerca di speculare, come sempre accade – conclude padre Sandro -, e accusa il governo. Ma questo tifone ha superato qualsiasi previsione, faccia conto una virulenza come quella dello tsunami che colpì la Thailandia. Un tifone forza 5 è distruttivo, niente lo ferma. Il presidente aveva lanciato l’appello, affinché la gente andasse nei rifugi, ma nemmeno i rifugi possono nulla. Parliamo di vento e onde alte fino a 15 metri, che hanno raggiunto i secondi piani delle case».

Padre Marco Milia oggi è rettore e segretario generale dei saveriani, perciò vive a Roma, ma a Manila c’è stato dal 1996 al 2008. «Stavolta il Paese faticherà davvero a riprendersi. L’economia si basa sull’export e questo è in mano alle grandi multinazionali, perciò non c’è grande beneficio per la popolazione. La vera risorsa sono le rimesse dei filippini all’estero. Ma tra alluvioni e tifoni, che avvengono in continuazione, finisce che questi soldi servano solo a coprire le emergenze e mai ad innescare un vero processo di sviluppo. C’era un certo turismo al sud (Mindoro), ma è in atto una situazione di guerriglia, che rende la zona a rischio».

La carta geografica situa in Asia le Filippine, ma nella storia questa nazione è stata una sorta di ponte fra oriente e occidente, e la complessità è notevole. «Il popolo filippino – spiega padre Milia – ha radici asiatiche, per le sue origini indonesiane e malesi; ha il cuore spagnolo, per i trecento anni di colonizzazione; ha la mentalità americana per gli ultimi cent’anni di dominio da parte degli Usa. Un vero miscuglio culturale, religioso e linguistico non ancora del tutto integrato».

L’arcivescovo Jose Palma, presidente della Conferenza Episcopale – che ha rimarcato la forte fede dei filippini, “più forte del tifone” – (l’85 per cento dei filippini è cattolico), ha inviato una lettera a tutte le parrocchie, invitando i sacerdoti a offrire per nove giorni le intenzioni di preghiera nelle messe, per le vittime del tifone e le loro famiglie.

«Anche Vicenza si unisce nella preghiera», dice padre Paulino Bumanglag, direttore del Centro pastorale dei filippini (con sede nella parrocchia dell’Araceli, alla quale afferiscono un migliaio di persone), oltre che coordinatore nazionale della comunità. Il suo telefono squilla in continuazione, chi chiede notizie dei familiari, chi offre aiuto. Padre Paulino è preoccupato perché nel giro di due anni, le Filippine sono state colpite da 6, 7 disastri naturali, con tanti morti e tanti danni. «Tutto questo mette a dura prova la tenuta psicologica delle persone». Una preoccupazione condivisa anche da suor Lucilla e suor Incoronaciòn, sorelle Agostiniane di Nostra Signora della Consolazione, filippine di origine, che prestano servizio a Bassano presso i padri Scalabriniani.

Mentre nelle Filippine è arrivato un nuovo tifone, ma di minor intensità, Haiyan ha fatto altre 14 vittime in Vietnam e 5 (è ormai depotenziato) nella Cina meridionale.

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 17 novembre 2013

   

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