Iran. Nucleare sì, ma solo per uso pacifico

I negoziati a Ginevra sono in corso. Calmate le “scintille diplomatiche” tra il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, e il segretario di Stato americano, John Kerry, i colloqui sul nucleare procedono.

Tuttavia, sia da parte americana che iraniana c’è la consapevolezza che per raggiungere l’intesa sarà necessario un lungo percorso. Ma dagli Usa i segnali positivi non mancano, purché il nucleare iraniano non venga utilizzato in campo militare. Sullo sfondo, resta la Francia, principale oppositore al colloquio dello scorso 7 novembre. “Perché servono maggiori garanzie che un “’misero’ stop temporaneo all’arricchimento dell’uranio”, sostiene Parigi. “Per suoi meri interessi economici”, le fa eco Teheran.

«La vera questione – spiega l’iraniano Ali Reza Jalali, ricercatore e saggista, esperto di Medio Oriente – non è tanto il nucleare, ma l’egemonia dell’Iran nel grande Medio Oriente mondiale, dal Levante al Golfo, fino all’Asia centrale. L’impressione è che la minaccia della bomba atomica, più volte usata dall’ex presidente Ahmadinejad, servisse più sul piano psicologico, e che dietro non ci fosse una vera idea di distruzione. Mi fa pensare alla guerra fredda, con due schieramenti che si fronteggiano con sguardo minaccioso, ma senza reale intenzione di una guerra vera, sapendo entrambi che sarebbe la distruzione totale per tutti».

Contraria all’accordo è anche Israele; il presidente Netanyahu ha parlato della politica iraniana come di “un’offensiva col sorriso”.

«Nello scorso round negoziale il governo israeliano ha avuto un approccio molto intransigente e le pressioni per fermare l’accordo continuano; stesso atteggiamento anche da parte dell’Arabia Saudita. Il timore è che l’Occidente, avvicinandosi all’Iran, possa ridimensionare la sua relazione con altri partner dell’area, come appunto i due appena citati. Io credo che la preoccupazione israeliana sia eccessiva. Loro insistono sul problema della sicurezza, ma l’ingente presenza americana ai confini, è già di per sé una garanzia impor- tante. Si tratta di istanze esagerate, ma sappiamo che per Netanyahu, l’Iran è sempre stato il grande nemico».

In ogni caso, Israele è in questo momento in una posizione difficile.

«Da qualche decennio a questa parte, i due estremi nella contesa mediorientale sono Israele e Iran. ognuno ha i propri alleati e amici. Da un lato, un Iran nucleare potrebbe essere un problema per Israele, ma anche nella situazione attuale, con la Siria governata da Assad, con il Libano meridionale in mano a Hezbollah, il problema per Israele esiste. Il timore è che, con l’alleggerimento delle sanzioni, possa aumentare l’influenza dell’Iran in altri Paesi, in Iraq, per esempio. Tanto più che, siccome in Siria non è andata come si pensava, anche la Turchia ha cambiato approccio, si è fatta più moderata e ha cominciato a parlare di soluzione diplomatica, non più di guerra».

Le aperture che il nuovo presidente Hassan Rouhani ha dimostrato, inducono a pensare che sia in atto un nuovo corso della politica iraniana.

«È un cambiamento di tattica perché quella di Ahmadinejad non ha portato granché, anzi, ha portato le sanzioni; mentre per quanto riguarda politiche generali di lungo periodo, non penso che ci saranno grandi cambiamenti strutturali. L’approccio del presidente su tematiche spinose, il riconoscimento dell’olocausto, gli auguri per il capodanno ebraico… denotano semplicemente un linguaggio più diplomatico, più improntato alla real politik. La situazione economica iraniana è complicata, con un’inflazione su dati annui che registra una crescita del 40 per cento. È urgente trovare un modo per alleggerire le sanzioni».

Nel Medio Oriente c’è un’altra partita che si sta giocando, quella interna al mondo islamico, tra sciiti e sunniti.

«La conseguenza più nefasta della cosiddetta primavera araba è stata l’emergere in modo più veemente delle istanze etnico-confessionali in Medio Oriente. Nella crisi siriana questo è ben chiaro, con due assi ben delineati che si contrappongono: uno sciita – Iran, Hezbollah, ma anche parte dell’Iraq – a sostegno del governo siriano; quello sunnita, legato a Turchia, Arabia Saudita, Fratelli Musulmani, e anche con infiltrazioni di al-Qaeda, che sostengono i ribelli. Questo scontro inter-confessionale ha avuto conseguenze molto nefaste e ha creato molto odio tra le due comunità. È una situazione che danneggia tutti. L’Iraq sta vivendo i momenti più drammatici dal ritiro degli americani (l’ultimo episodio terribile, in ordine di tempo, è la bomba esplosa a Beirut, nei pressi dell’ambasciata iraniana, martedì 19 novembre). Uno scontro che si è sentito anche in contesti fuori dal mondo arabo, altre regioni del mondo islamico, come il Pakistan».

C’è possibilità che la frattura si ricomponga?

«Questo scontro storicamente c’è sempre stato, ma negli ultimi due, tre anni, è diventato molto pesante. Non si era mi vista una situazione così tesa tra le due comunità negli ultimi vent’anni. Gli scontri del passato avevano altre linee di demarcazione (nella crisi del 2006 in Libano, c’erano, da una parte, Hezbollah, ma dall’altra Israele, così pure a Gaza, Hamas e Israele). La prima seria guerra degli ultimi anni fra sciiti e sunniti, forse è stata in Iraq all’indomani della caduta di Saddam, ma anche lì nulla a che fare con quanto sta accadendo in Siria, dove i ribelli hanno potuto reclutare manovalanza in tutto il mondo sunnita, e, dall’altra parte, a sostegno del regime di Assad, sono arrivate milizie internazionali sciite. Un conflitto regionale senza precedenti, ma per interposta persona, perché dietro gli attori ufficiali ci stanno le potenze regionali. Io penso che, se queste stesse potenze troveranno un accordo, le fiamme del conflitto inter-confessionale potranno ridimensionarsi».

 

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 24 novembre 2013

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