Tanto rumore per nulla? Ha vinto la paura del cambiamento

Questa settimana, il referendum sulla nuova Costituzione, varata dai militari, tra febbraio e marzo le elezioni parlamentari, a giugno le presidenziali. Un momento cruciale per l’Egitto. Di acqua sotto i ponti ne è passata da quel 25 gennaio 2011, che vide scatenarsi la protesta popolare contro il trentennale regime dispotico del presidente Hosni Mubarak. Eppure, la situazione è di un “fatto tanto per non fare nulla”. E così siamo punto e a capo. «Si ritorna alla situazione mubarakiana, anche se con i dovuti distinguo», spiega l’islamologo Massimo Campanini, docente di Storia dei Paesi islamici all’Università di Trento.

«La rivoluzione del 2011, che ha abbattuto il regime di Mubarak, si è involuta in un nuovo controllo dell’apparato militare sui gangli vitali dello Stato. Se vogliamo dirlo con una metafora, la montagna della rivoluzione ha partorito il topolino di un nuovo regime militare, le cui prime scelte politiche hanno dimostrato che si stanno mettendo al contrario le lancette dell’orologio della storia. Tanto che il primo provvedimento varato vieta manifestazioni di piazza, un chiaro elemento di autoritarismo e controllo».

Come reputa questo ribaltamento, che riporta al potere i militari?

«Da parte mia, c’è un giudizio negativo perché, anche se i Fratelli Musulmani hanno un’inclinazione di tipo islamista, anche se hanno compiuto un certo numero di errori e scelte non condivisibili, essi avevano vinto regolarmente le elezioni, avevano insediato un presidente della Repubblica attraverso un processo elettorale corretto. Il fatto che i militari abbiano fermato tale processo e abbiano definito la Fratellanza un’organizzazione terroristica, con tutto ciò che questo comporta, prefigura un percorso di involuzione che non ha certo delle caratteristiche democratiche».

Bisognava lasciarli lavorare?

«Certo. Non si può giudicare in sei mesi gli effetti e le ricadute di nuove scelte politiche nel tessuto sociale, e a livello istituzionale. Lasciarli lavorare sarebbe stato interessante anche dal punto di vista scientifico, un esperimento utile a dimostrare se e come i partiti islamisti sarebbero stati capaci di superare i limiti o le caratteristiche della democrazia intesa in senso occidentale. Penso che i Fratelli Musulmani abbiano sprecato l’occasione d’oro di poter governare, per due motivi: a causa della loro intrinseca debolezza, e perché non hanno avuto abbastanza tempo, in quanto fin da subito le loro scelte sono state considerate negative dalla parte più laica. Ma non darei per morto l’islamismo politico».

Qualcuno potrebbe approfittarne per ribadire il concetto che l’Islam non è compatibile con la democrazia.

«Mettere sullo stesso piano Islam e democrazia è forzare la mano alla realtà teorica e pratica del sistema politico. Io da sempre sostengo l’idea che il potenziale del governo da parte dell’islamismo moderato avrebbe prefigurato un islamismo che va oltre la nostra tipologia di democrazia. La cosa più erronea è stato credere che, arrivati al governo, si potessero accelerare immediatamente i processi di islamizzazione dello Stato, senza prima chiedere alla popolazione se era d’accordo. Per esempio, la Costituzione, varata dalla Fratellanza nel 2012 (che sarà sostituita da quella in approvazione in questi giorni), non è stata contrattata con le altre forze (liberali, laiche e cristiane copte) che, pertanto, hanno assunto posizioni fortemente critiche. L’altro grande argomento di discussione è l’economia. Il popolo egiziano si aspettava provvedimenti per un miglioramento sociale ed economico, ma i Fratelli Musulmani non hanno saputo portare avanti una posizione effettivamente convincente, perché condizionati dal pensiero che l’Islam è la soluzione di tutto. Un pensiero piuttosto semplice, che non tiene conto di tutte le complicazioni della gestione di uno stato moderno. Sono un po’ ingenuamente convinti che applicare una categoria religiosa possa risolvere tutti i problemi dello stato e hanno considerato il popolo come maggioritariamente schierato dalla loro parte, mentre alle elezioni non avevano ottenuto la maggioranza assoluta».

I Fratelli Musulmani sono stati dichiarati organizzazione terrorista, che cosa si profila per il Movimento?

«Bisogna dire che i Fratelli Musulmani sono abituati a stare in disparte (fuorilegge dal 1954, ai tempi di Nasser, furono anche perseguitati, ndr). Tuttavia, esiste il rischio di una loro radicalizzazione violenta, niente di più facile quando si viene messi all’angolo. La scelta di considerare la Fratellanza organizzazione terrorista, a mio avviso, è pericolosa, io mi auguro che i Fratelli non ricorrano all’opposizione violenta, ma questo non è garantibile».

Ma com’è possibile che quanti sono scesi in piazza Tahrir per mettere fine ad un regime militare, adesso lo osannino?

«Improvvisamente 40 milioni di egiziani – se le cifre divulgate dai militari sono vere – hanno firmato contro Morsi e hanno nuovamente riempito le piazze, stavolta contro gli islamisti. Questo dimostra che, mediamente, il popolo egiziano ha avuto paura del cambiamento e che ha preferito fermarsi su una versione – seppur modificata – del passato, premiando un esercito che continua a godere di privilegi, sia in quanto elemento di difesa dello Stato, che sarebbe il suo vero compito, ma anche dal punto di vista degli interessi economici. Niente più svolta democratica, perciò, perché, se anche i partiti laici otterranno un ruolo, dovranno sempre rendere conto ai militari».

La nuova Costituzione prevede anche la possibilità per il popolo di sfiduciare il presidente e costringerlo alle dimissioni. In questo modo, si rende costituzionale ciò che è avvenuto, il 3 luglio dello scorso anno, con la deposizione di Morsi.

«Sembra proprio una clausola inserita apposta per legittimare l’intervento dei militari a favore di chi si era espresso contro Morsi e contro i Fratelli Musulmani. Quello che mi piacerebbe sapere è quali sono veramente i poteri che la Costituzione prevede per i militari e il tipo di controllo che gli stessi possono esercitare su un presidente della Repubblica, anche espresso dalla popolazione. È evidente che se in un governo, sia pur presieduto da un civile, ci fosse un militare al Ministero della Difesa, questo diventerebbe dominante e condizionerebbe le scelte del capo dello Stato. Non ho ancora capito se la Costituzione prevede il sistema presidenzialista. In quel caso, anche se fossero previsti solo due mandati per il presidente della Repubblica, il rischio è che chi assume la carica cerchi di confermare nelle sue mani il potere, garantendosi una successione per un terzo mandato, magari mettendo al suo posto un figlio, come si preparava a fare Mubarak».

C’è bagno di folla per il generale Abdel Fattah el Sisi, ministro della Difesa nel governo ad interim e comandante in capo dell’esercito, considerato “salvatore della patria”, da quando ha deposto Morsi in diretta tv. Sarà il prossimo presidente della Repubblica?

«Che si candidi è altamente probabile. Se non lui, di sicuro la troika degli alti ufficiali che al momento dirige la situazione politica, cercherà di garantirsi la supervisione sull’esecutivo per mantenere la posizione di preminenza che aveva con Mubarak e che poi ha riguadagnato con la deposizione di Morsi».

 

© 2014 Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 19 gennaio 2014

 

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