El arzobispo, cileno per vocazione

Mons. Ezzati tra la sua gente

Mons. Ezzati tra la sua gente

«Credo che non si sentirà mai eminenza, continuerà a sentirsi don», è la battuta a caldo di don Pietro Perin, parroco di Campiglia dei Berici (Vicenza), terra di provenienza di mons. Ricardo Ezzati Andrello, salesiano, 72 anni, in Sudamerica da quando ne aveva 17, e oggi arcivescovo di Santiago del Cile. Monsignor Ezzati è uno dei nuovi cardinali che papa Francesco creerà nel concistoro del 22 febbraio.

«Ho appreso questa notizia inaspettata con grande emozione – dice monsignor Ezzati, raggiunto al telefono nella sua casa, a Santiago -. È il gesto fraterno di papa Francesco verso un vescovo che da parecchi anni opera in America Latina e che ha avuto la gioia di lavorare nella Commissione preposta alla redazione del documento finale, scaturito dall’Assemblea di Aparecida (assemblea della Conferenza episcopale latinoamericana, svoltasi nel 2007, ad Aparecida, nello Stato di San Paolo, in Brasile, che ha tracciato le linee della Chiesa del Sudamerica), di cui era presidente l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. Quell’incontro è stato un momento di grazia, che ci ha dato il polso di quello che la Chiesa in America Latina stava ricercando e ciò che lo Spirito Santo stava suggerendo alle nostre Chiese. E abbiamo accolto il messaggio dello Spirito Santo, di una Chiesa che va verso la gente, una Chiesa che si sente inviata alle periferie economiche, sociali e culturali, per annunciare il vero liberatore, colui che dà alla vita umana e spirituale il senso più bello, più aperto, più fraterno che ognuno possa sognare. Vogliamo essere discepoli missionari di Gesù Cristo».

Messa a Santiago

Messa a Santiago

Le sfide dell’America Latina, per certi aspetti, sono simili a quelle di altri luoghi del mondo: il forte impegno di evangelizzazione, ma anche il problema della secolarizzazione.

«La secolarizzazione in effetti perturba il mondo intero, non solo l’Europa. Qui abbiamo, però, il dono di una pietà popolare molto radicata nel cuore della gente, c’è specialmente un’intensa devozione alla Vergine Santissima. È un profondo tesoro, ma anche la nostra società è segnata da questo fenomeno della secolarizzazione e del secolarismo; tuttavia scopriamo una grande sete di Dio nel profondo del cuore della gente. Dobbiamo trovare la strada pastorale affinché questa sete non si disperda in cose futili».

E per quanto attiene alla missionarietà?

«In tutte le Chiese dell’America Latina quattro anni fa abbiamo iniziato la missione continentale. Il Signore ci spinge ad essere una Chiesa che esce da sé stessa e che mette come traguardo la vita della gente, questa vita che il Signore vuole che sia piena e di cui lui vuole essere il centro. Il lavoro delle nostre comunità ci spinge verso le periferie, verso chi non conosce Gesù, o verso chi ha abbandonato la Chiesa. Quest’anno, la missione sottolinea la dimensione territoriale. Perciò, qui a Santiago, più di 12mila laici si stanno formando per essere parte del piano di evangelizzazione missionaria stilato dalle parrocchie, per arrivare a tutte le realtà del territorio. Qui ci sono parrocchie con 90mila abitanti gestite da un unico sacerdote, è evidente l’importanza dell’apporto dei laici/laiche per arrivare lontano, anche a quanti non hanno altra possibilità di conoscere Gesù».

A Campiglia mons. Ezzati torna un paio di volte l’anno, in genere a Natale e Pasqua. Ha tre nipoti – Felicino, Vanni e Antonietta (quest’ultima vive a Pojana Maggiore) – figli della sorella Maria. «Mio zio è un uomo semplice, completamente integrato nell’ambiente cileno – dice Felicino -; quella è la sua seconda patria. Di recente, siamo stati tre settimane da lui, è entusiasmante sentire quant’è amato dalla sua gente».

Mons. Ezzati, si sente ancora legato a Campiglia?

«A Campiglia sono stato battezzato (conserva il certificato di battesimo, per la gioia di papa Francesco, ndr) e sempre lì sono stato ordinato sacerdote. Ovviamente, mi era più facile tornare quando ero a Roma (è stato Officiale della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di Vita apostolica della Santa Sede), tuttavia continuo a mantenere un legame molto stretto con le mie origini, anche grazie al rapporto con i miei nipoti. Mantengo questo vincolo forte con il mio territorio, che ha sempre avuto una ricchezza straordinaria di vita umana e di vita cristiana, pur nella povertà vissuta nel post guerra. Si respiravano grande fede e grande solidarietà. Spero di passare di là dopo la berretta cardinalizia».

Da Vicenza siete in due (con mons. Pietro Parolin, ndr), accomunati dall’essere cresciuti in famiglie molto devote.

«Sono contento di sapere che due vescovi originari di Vicenza ricevono questo segno di papa Francesco, segno della vitalità della Chiesa vicentina e del fatto che questa Chiesa, anche in mezzo alle difficoltà del tempo presente, può porsi come segno di speranza per tante altre comunità. Ricordo sempre nelle mie preghiere il vescovo della diocesi di Vicenza, mons. Beniamino Pizziol, e la mia comunità campigliese».

Si considera ancora italiano?

«Per nascita sono italiano, vicentino, campigliese; per vocazione, sono cileno. il Signore mi ha chiamato a svolgere la mia missione in questa terra che mi ha accolto con le braccia aperte. Come cristiano, mi sento cittadino a uguale diritto in entrambi i Paesi. Ho sempre cercato che la mia nazionalità non fosse mai un ostacolo ad annunciare il vangelo alla gente».

 

© 2014 Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 19 gennaio 2014

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