Nasce la Carta di Lampedusa

«Le lotte devono essere capaci di tradursi in conquiste normative». Parte da qui l’idea della Carta di Lampedusa, che intende “riscrivere la geografia del diritto”. Nicola Grigion, responsabile del progetto Melting Pot Europa (che si batte per il rispetto dei diritti dei migranti) e direttore del sito www.meltingpot.org, è il coordinatore dell’iniziativa, nata all’indomani dellatragedia del 3 ottobre 2013, che ha visto morire in mare 368 tra uomini e donne. La reazione di movimenti e associazioni era stata immediata: 50mila firme per chiedere l’apertura di canali di ingresso garantito e sicuro per persone che fuggono dalle guerre. «Chi sceglie di imbarcarsi su quelle carrette mettendo la propria vita in mano in trafficanti è perché non ha alcun altro modo per entrare in Europa», dice Nicola. A quelle prime firme, sono seguiti occupazioni, cortei, blocchi, manifestazioni e iniziative varie in centinaia di città europee, e in tutto il mondo. «Quelle azioni sono state il vero inizio della scrittura collettiva della Carta di Lampedusa: un nuovo diritto, che nasce dal basso, dalle rivendicazioni dei rifugiati accampati nelle piazze, dalle voci di persone che chiedono la libertà di muoversi o di restare dove hanno scelto di vivere, dalle mobilitazioni contro i respingimenti, dalle iniziative di solidarietà, dai percorsi di contrasto alle discriminazioni e al razzismo, dalle battaglie contro i centri di detenzione. Ma è un diritto che dev’essere affermato sulla carta, una carta che cancelli ogni presupposto escludente».

Sul sito il documento si è arricchito giorno dopo giorno del contributo di tantissime persone (la carta è stata elaborata con docuwiki lacartadilampedusa.org; chiunque, richiedendo la password, poteva intervenire e modificare, ma rimaneva traccia delle versioni precedenti), come una vera e propria mappa dei diritti che si è snodata lungo tutta la penisola e, nei giorni tra il 31 gennaio e il 2 febbraio, a Lampedusa, quel documento sarà perfezionato e condiviso. Collettivi, attivisti, migranti, associazioni, organizzazioni, da tutta Europa e dal Nord Africa si incontreranno nel lembo di terrà più a sud d’Europa, diventato il simbolo dell’approdo alla ricerca di una vita migliore. «L’incontro sancirà un documento, diviso in due parti: la prima rappresenta l’utopia, sono i principi che ci muovono, lontanissimi dal mondo in cui viviamo; la seconda individua i modi per raggiungere quegli scopi, alcuni sono banali, come la chiusura dei Cie (Centri di identificazione e di espulsione) e dei campi di accoglienza, che diventano campi di contenimento; ma interveniamo sulla cittadinanza, sul diritto di soggiorno, suggeriamo meccanismi di inserimento sociale…».

Come farete a far sì che la vostra non diventi l’ennesima carta di principi o dichiarazione di intenti che rimane inapplicata?

«Una parte dell’incontro di Lampedusa sarà dedicata a come fare per divulgarne i contenuti e per trasformarla in azioni concrete; metteremo in agenda scadenze di mobilitazione, appuntamenti, campagne, incontri, con  l’idea che questo documento serva a dare una spinta propulsiva, non a fare sintesi».

Come procederanno i lavori? 

«Venerdì 31, ci sarà l’incontro con la sindaca Giusi Nicolini e con gli abitanti, per conoscere la realtà dell’isola, quindi avremo un primo momento in cui ci daremo un metodo di lavoro. Il sabato sarà totalmente dedicato alla stesura della carta, con discussione punto per punto, fino all’approvazione finale collettiva. Non vuole essere una proposta di legge, bensì una sorta di programma, che individua terreni su cui agire».

E poi, a chi la consegnerete?

«Potrebbe diventare, per esempio, una grande vertenza europea. A maggio ci saranno le elezioni.Porteremo la nostra carta a chi è in campagna elettorale e vedremo chi si ritrova in questi principi e chi non vi si ritrova. Il nuovo parlamento europeo dovrà fare i conti con il nostro documento, e, se lungimirante, potrebbe anche decidere di trasformarlo in legge».

 Quante persone vi aspettate sull’isola?

«Almeno 300, dai contatti che abbiamo avuto. Solo tra Veneto, Emilia Romagna e Friuli, ne arriveranno un’ottantina. Hanno aderito chiese evangeliche, parrocchie, laici comboniani, un gruppo consistente di rifugiati, arrivati dalla Libia con l’emergenza Nord Africa, e accampati da mesi in Germania, ad Amburgo (Lampedusa in Hamburg), in attesa dell’autorizzazione a rimanere. Poi ci saranno organizzazioni, docenti, giuristi, avvocati, sindacati (Cgil e USB), operatori umanitari, qualche funzionario comunale, consapevole dell’essere parte di un meccanismo burocratico assurdo, e una miriade di associazioni territoriali».

Noto che tutta questa iniziativa è frutto di un metodo innovativo di fare squadra.

«Sì. Il 29 novembre 2013 ci siamo incontrati online, con oltre 70 città di tutta Italia connesse via web, che avevano risposto al nostro appello. In pratica, molte associazioni si sono ritrovate insieme davanti a un pc appositamente per il nostro appuntamento. Lì è nata l’idea di arrivare a Lampedusa con una bozza di documento già scritta. Ne abbiamo discusso con la sindaca Nicolini, che ha accolto immediatamente la proposta, stanca di dover sempre battere i pugni da sola».

Con quale atteggiamento andate a Lampedusa?

«Vogliamo andare in punta di piedi, perché è un’isola che è stata spettacolarizzata per molti anni; i suoi abitanti sono stati privati della possibilità di decidere del loro futuro. Se ne parla solo per l’immigrazione, mentre mai si parla dei veri problemi dell’isola: la mancanza di un ospedale, il fatto che ci sia una sola scuola dove ragazzi delle medie, elementari e superiori devono turnarsi per frequentare le lezioni. Vogliamo andare ad ascoltare gli abitanti e capire come possiamo portare la loro voce fuori dall’isola. Abbiamo scritto una lettera, che il parroco, don Mimmo Zambito, ha diffuso alle famiglie, per spiegare che cosa andiamo a fare».

Che cosa pensa dell’emendamento del Senato che abolisce il reato di clandestinità?

«La cosa positiva è che questo ha dimostrato che il Senato ha bisogno di rivedere le politiche sull’immigrazione. La clandestinità è stata un illecito amministrativo fino al 2009, quando è stato trasformato in reato di clandestinità, che punisce lo straniero che faccia ingresso o si trattenga sul territorio italiano in condizione di irregolarità, ma l’unica sanzione prevista è di tipo pecuniario. Prevede, inoltre, la sanzione alternativa dell’espulsione, che nulla aggiunge all’espulsione già prevista in sede amministrativa. Con l’emendamento del Senato, la clandestinità torna ad essere un illecito amministrativo, ma rimangono di rilievo penale le altre condotte, come il rientro in Italia o l’obbligo di dimora. È una formulazione che dice tutto e niente. Dal punto di vista dei migranti, cambia solo che non verranno mai processati. La Bossi-Fini rimane in tutto e per tutto. Però è un grande segnale di crisi delle politiche attuali, ed è lì che noi dobbiamo inserirci. Pure i simboli sono importanti. Insomma, meglio che non ci sia il reato, ma questa non è la soluzione e non cambierà la condizione degli immigrati in Italia».

La tre giorni di Lampedusa potrà essere seguita in diretta streaming su http://www.meltingpot.org

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – 29 gennaio 2014

http://www.famigliacristiana.it/articolo/nasce-la-carta-di-lampedusa.aspx

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