«Sui nostri volti la tenerezza – Così gli altri vedono il volto di Dio»

«Seguire in tutto e per tutto la chiamata del Signore, insegnando ai bambini, accompagnando gli anziani, sostenendo gli ammalati. Questa chiamata ci invita a portare il vangelo e a dimostrare con la nostra vita che Dio ci ama, ama ciascuno di noi. Gli altri dovrebbero poter vedere sul nostro volto il volto di Dio, che è tenerezza e accoglienza». Sta tutto qui il valore della vita consacrata per suor Mariangela Bassani, delle suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, delegata diocesana Usmi (Unione Superiore Maggiori d’Italia), che, due anni fa, ha festeggiato cinquant’anni di professione religiosa, 49 dei quali impegnata nell’insegnamento, e oggi nel sostegno ai bambini in difficoltà. A lei e agli altri 1.657 religiose e 249 religiosi diocesani (riuniti nella Cism, Conferenza Italiana Superiori Maggiori, di cui è segretario padre Ferruccio Cavaggioni) è dedicata la messa che il vescovo Beniamino Pizziol celebrerà in cattedrale, sabato 1 febbraio alle 17.30, in occasione della 18a Giornata mondiale della vita consacrata (di cui si fa memoria, ogni anno, il 2 febbraio). Durante la celebrazione, saran- no festeggiati i giubilei di alcune religiose/i. Le offerte raccolte andranno ai frati di Terra Santa per i bisogni della Siria. A Vicenza, il tema è “Generare alla fede”, un tema su cui l’Usmi diocesana sta riflettendo dallo scorso settembre, e che si concluderà a giugno 2014, dopo un significativo calendario di incontri, tavole rotonde, pellegrinaggi, celebrazioni e ritiri.

Sr. Mariangela, il Papa recentemente ha parlato di “tratta delle novizie”. Ho percorso la Romania in lungo e in largo e ho trovato un numero impressionante di congregazioni femminili, di cui non conoscevo l’esistenza. Come si fa ad avere la qualità invece che la quantità?

«Con la formazione, favorendo un serio discernimento. È innegabile che, specialmente nei Paesi del Terzo mondo, molte ragazze chiedono di entrare per poter studiare, perché ambiscono ad un’elevazione sociale. Era così anche nell’Italia del dopoguerra. Il Papa ha ragione. Oggi sta cambiando, ma fino a pochi anni fa, poiché gli istituti italiani scarseggiano di vocazioni, non appena si coglieva qualche piccolo segno in qualche ragazza giovane, la si incoraggiava. Adesso c’è molta più attenzione a verificare se si tratta di una vera vocazione o se ci sono altre motivazioni. Mi è capitato anche di consigliare di ripensarci. C’è da dire che, prima di arrivare alla professione perpetua, una giovane ha davanti a sé più di una decina di anni di studio e, quindi, di riflessione per andare a fondo della propria chiamata. I numeri sono senz’altro diminuiti, ma vedo che tanto le Orsoline quanto le Dimesse hanno delle giovani, noi pure abbiamo il noviziato aperto».

E, a proposito di suore straniere, in questo periodo, nella Casa Madre di via San Domenico, ce ne sono una trentina, e vi rimarranno fino a febbraio. Provengono da Polonia, Africa, Brasile, Colombia, Spagna, Ecuador, Messico, India, Terra Santa; sono a Vicenza per frequentare la Scuola di formazione carismatica delle Dorotee (che si articolerà in tre anni). Attraverso lezioni frontali, laboratori, seminari, ricerche, esercitazioni e visite guidate, l’Istituto intende “formare le formatrici”, che porteranno nei loro Paesi, quanto appreso. Anche loro saranno presenti alla messa del Vescovo.

Come vede la questione della donna sacerdote?

«Io personalmente non ho questo desiderio. Noi donne possiamo esprimere la nostra femminilità in tanti modi, attraverso l’accoglienza, la comprensione, la cura; noi possiamo essere il volto materno di Dio, non serve che amministriamo i sacramenti. Però bisogna mantenere e riscoprire la vocazione che abbiamo avuto come chiamata. Dobbiamo tenere desto l’amore per gli altri e saperlo rinnovare a seconda dei tempi (i “segni dei tempi” di cui parla papa Francesco), adeguandoci ai bisogni delle persone e della società. Il Papa dice: “Dovete svegliare il mondo”. Certo. Dobbiamo svegliare il mondo e attirare a Cristo, ma un’attrazione vera. Chi ci guarda dovrebbe poter riconoscere la nostra testimonianza di comunione, che va espressa innanzitutto all’interno delle nostre comunità, tra di noi, amandoci ed accogliendoci, per poi poter trasmettere questo amore anche agli altri.

 

© 2014 Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 2 febbraio 2014

 

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