Per vivere meglio ho bisogno di te

In Italia si colpisce il vizio, ma non si premia la virtù. Invece, favorire comportamenti virtuosi significa generare pubblica felicità». Una conditio sine qua non per il benessere generale. Lo diceva Aristotele: “Non si può essere felici da soli”. Lo ribadisce il prof. Stefano Zamagni, docente di economia politica all’università di Bologna, «Per essere felice, si ha bisogno degli altri. Lo dimostra-no i tanti suicidi di persone, anche molto ricche, ma che vivono in solitudine».
Il prof. Zamagni, martedì 18 febbraio, a partire dalle 10, svilupperà il tema “Cristianesimo e ordine economico globale. La dottrina sociale della Chiesa con particolare riferimento al magistero di papa Francesco”, quale prolusione nel giorno dell’inaugurazione del nono anno di attività della Facoltà Teologica del Triveneto (via del Seminario 7 – Padova).

Professore, secondo il suo pensiero, l’economia dovrebbe avere a cuore la dignità dell’uomo e dell’ambiente. Ma, a guardarsi attorno, sembra un’utopia.
«L’economia che ha a cuore l’uomo è l’economia civile. Nasce in Italia a metà del ‘700, all’università di Napoli. Ha avuto illustri rappresentanti, ma poi è stata surclassata dal pensiero anglosassone, ed è finita nel dimenticatoio, ma non è scomparsa. Le Casse Rurali ne sono un esempio. Ma anche imprenditori illuminati, quali Olivetti o Marzotto.
Perciò non è un’utopia, perché mai come in questi anni quella prospettiva sta riemergendo, come un fiume carsico che torna in superficie. La gente si è resa conto che il modo di fare economia basato sulla speculazione e sulla corruzione porta alla distruzione».
In che cosa l’economia civile si differenzia dall’economia politica? «L’economia politica segue solo le leggi del mercato; l’economia civile dice che l’agire economico è un agire umano e pertanto non può prescindere da una valutazione etica. L’economia civile considera di primaria importanza intervenire nelle istituzioni politiche ed economiche. L’economia politica, invece, si limita ad aggiustare comportamenti individuali. Sia Paolo VI che Giovanni Paolo II parlavano di disfunzioni perverse, ad esempio, del sistema bancario e del mercato del lavoro. Però, dentro al mondo cattolico ci sono correnti di pensiero che ritengono che basti che il singolo si comporti bene. Questo è necessario, ma non sufficiente».

Ma, in concreto, come si fa a passare dall’economia politica a quella civile?
«Il mercato non è solo un meccanismo efficiente di regolazione degli scambi; non può essere qual- cosa di impersonale e anonimo, dev’essere luogo di relazione, dove trovi applicazione il principio di reciprocità. Le relazioni di mercato sono relazioni tra uomini. Valori come fiducia e lealtà sono il paradigma dell’economia civile. Questa è la linea degli ultimi Pontificati e di papa Francesco che, quando interviene, ha nel retro- pensiero questo modello di economia. E, quello che dice, fa: sta cambiando tutta la dirigenza, invitando a riscrivere le regole del gioco, cioè le istituzioni. Lo Ior, per esempio, nato oltre 35 anni fa, oggi è coinvolto in un mutamento radicale, con il quale il Vaticano sta dando un buon esempio agli altri Paesi. Ovviamente, questo comporta delle conseguenze. Quando si toccano le regole del gioco, chi ha vissuto dentro a quelle vecchie, non è d’accordo. Paradossalmente, l’azione di questo Papa è molto più avvertita fuori, perché all’interno, a molti sta dando fastidio. Ma chi non è contento di questi mutamenti, deve spiegare perché. E io finora, quando ho chiesto, ho trovato solo dei silenzi».

Chi sono gli scontenti? 
«I radicali laicisti, per esempio, che temono che con questo tipo di azione, la Chiesa cattolica torni a giocare un ruolo di primo piano. Il Papa ha ricevuto Scalfari e questo gesto ha portato via ai laicisti una freccia, che loro ora non possono più usare, stessa cosa sta avvenendo con certe lobby di potere. La grande maggioranza dei non credenti vede in papa Francesco una figura carismatica, capace di dare un nuovo slancio».

Purtroppo, i richiami non bastano. La forbice tra ricchi e poveri continua ad allargarsi. Servirebbe un novello Robin Hood?
«Il Papa non chiederà mai al singolo “togliti il 20% del tuo stipendio per darlo agli altri”, Egli guarda al momento di produzione della ricchezza. Non è il pauperismo la soluzione. Sono le regole che vanno cambiate, se si vuole agire sulla riduzione delle disuguaglianze sociali. Non si produce trattando male le persone, rovinando l’ambiente. Se si opera bene, non ci saranno più ricchi ricchi e poveri poveri. Se il Papa dicesse: “Voi ricchi mettete mano al portafogli”, lo farebbero, ma è troppo facile fare filantropia, la possono fare anche i malvagi che, dopo aver sfruttato e depauperato, si permettono di elargire donazioni. Il Papa dice, invece: «Voglio che la smettiate di fare soldi in quella maniera”. Il suo giudizio severo riguarda i modi in cui la ricchezza viene generata e i criteri con cui essa viene redistribuita».

 

© 2014 Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 9 febbraio 2014

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