15 marzo 2011: una data cruciale per la Siria

15 marzo 2011, una data cruciale per la Siria. Tre anni dall’inizio di un conflitto, che ha già lasciato sul terreno oltre 140mila morti. Due ospedali su tre, sono distrutti o inservibili, crollano le vaccinazioni, 80mila bambini sono affetti da polio e leishmaniosi, solo un parto su 4 è assistito, 120 sono le vittime di denutrizione solo nel campo palestinese di Yarmuk, la metà dei medici ha abbandonato il Paese, altri sono stati uccisi o imprigionati. È Save the children che fotografa l’emergenza sanitaria. Eppure, nonostante la situazione drammatica, la settimana appena passata si è aperta con una notizia positiva: la liberazione delle 13 suore ortodosse del convento di Santa Tecla a Maluula e delle loro tre collaboratrici. «Speriamo – ha detto a Radio Vaticana il nunzio apostolico a Damasco, mons. Mario Zenari – che ora si possa aprire anche la porta alla liberazione dei due vescovi di Aleppo, il greco-ortodosso Boulos Yazigi e il siro-ortodosso Youhanna Ibrahim, del gesuita Paolo Dall’Oglio, e dei tanti altri sequestrati, sia siriani che stranieri».

“Iddio, la Siria e la libertà”. È il 15 marzo 2011 quando il clima della “Primavera araba” contagia anche la Siria. A Damasco, decine di siriani invadono le strade del centro, poco lontano dalla Grande Moschea degli Omayyadi, chiedono riforme, dopo quarant’anni di regime degli Assad. Ma la reazione repressiva delle forze di sicurezza (che si reitera il giorno seguente, in piazza Merge, contro il sit-in dei familiari di alcuni detenuti politici) innesca, solo tre giorni dopo, la prima intifada (in arabo: rivolta) locale, quella di Daraa. La violenza e l’intolleranza del regime, a cui si aggiunge il jihad, invocato da diversi sheikh di Arabia Saudita, Egitto, Tunisia, “in aiuto dei fratelli siriani sunniti” (sunnite sono le formazioni ribelli, che si oppongono al regime alawita, in qualche modo ricollegabile agli sciiti), determina la degenerazione della crisi in conflitto e lo caratterizza in senso religioso: l’opposizione armata si costituisce in Esercito libero siriano, e ottiene alcune vittorie. Le battaglie si susseguono, a Homs, Deir al-Zor, Aleppo, al-Qusair, al-Ghuta.
È ormai chiaro che in Siria è guerra civile: da una parte i ribelli, dall’altra l’esercito governativo; a latere, una comunità internazionale totalmente in difficoltà nella complessa partita degli equilibri geopolitici medio-orientali. Non sapendo cosa fare, non fa nulla. Almeno, apparentemente. In realtà, Arabia Saudita, Qatar e Turchia appoggiano l’opposizione, nella speranza di rovesciare l’unico regime alleato dell’Iran nella regione; Iran e Russia continuano a proteggere Assad per tutelare i loro interessi geostrategici a Damasco; Stati Uniti e resto dell’Occidente, stanno a guardare, pur esprimendosi con parole di condanna nei confronti del dittatore; Israele “riflette”, temendo che il post Assad possa essere per sé meno desiderabile di Assad stesso. Alla Siria non resta che la conta dei morti. La violenza colpisce sempre più i civili (ricordiamo i massacri di Hula e Qusayr). Chi può, se ne va. Libano, Turchia, Giordania, Iraq accolgono migliaia di profughi. I passaggi al Consiglio di sicurezza Onu si rivelano infruttuosi per il veto opposto da Russia e Cina. Più passa il tempo, e più la diplomazia dimostra tutta la propria incapacità; anche il tentativo di mediazione dell’inviato speciale Onu, Lakhdar Bramini, fallisce (così come successivamente falliranno i due round della Conferenza di Ginevra). Intanto, mano a mano che, a fianco dei ribelli, arrivano combattenti da fuori (ceceni, afghani, ma anche europei, “infarciti” di jihad), la linea di demarcazione fra “buoni” e “cattivi” si fa sempre più sfumata. Ma anche Assad riceve appoggio esterno: l’aiuto di Hezbollah libanese contribuisce a fargli riguadagnare terreno. Tuttavia, su di lui grava l’ombra dell’uso dei gas contro i civili. Ad agosto 2013, l’intervento militare americano sembra essere alle porte. Il 1° settembre 2013, all’Angelus, Papa Francesco condanna la guerra e invoca una giornata di preghiera per la pace. Il mondo si ferma a riflettere. Le sue parole evitano la tragedia. Oggi i ribelli sono divisi in quattro gruppi principali: l’originario Esercito siriano libero, il Fronte islamico (di ispirazione jihadista, ma nazionalista), il Fronte al-Nusra (ramo di al-Qaeda, per il jihad globale), e, fuoriuscito dallo stesso, l’Isis, Stato islamico dell’Iraq e del Levante (che si caratterizza per la violenza). La guerra civile, quindi, si è trasformata in guerra intestina tra le quattro fazioni all’opposizione. Il Paese è spaccato in tre parti: il Nord-Est diviso tra curdi e qaedisti, il Nord-Ovest in mano alle forze anti-regime, il Centro-Sud sotto controllo lealista. Il futuro resta un’incognita; un’ipotesi potrebbe essere lo smembramento in vari Stati più piccoli, a seconda dei gruppi etnici e religiosi presenti, un’altra, più pesante, la frammentazione in varie aree controllate da milizie locali e senza un governo centrale.

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 16 marzo 2014

 

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