Per il Cameroun si profila un futuro come quello libico

«Il problema fondamentale è che quella è una zona ad alta intensità, per la presenza tanto di gruppi fondamentalisti locali, che di attori esterni. La conflittualità finora localizzata nel Corno d’Africa prima e nel Mali poi, si sta spostando verso l’area sub-sahariana centrale; lì l’instabilità dell’Africa orientale si incardina con quella della regione dei Grandi Laghi», spiega Marco Massoni, segretario generale Institute for Global Studies (IGS). Insomma, una miscela esplosiva che coinvolge Nigeria, Repubblica Centrafricana, Sudan, Sud Sudan, Somalia e, appunto, il Cameroun. Dove la situazione è precipitata dal novembre 2013, dopo il rapimento del prete francese Georges Vandenbeusch. Già allora la polizia locale aveva consigliato agli europei di rientrare in patria, ma don Maurizio Bolzon mi disse: «Come può un missionario abbandonare la sua gente quando il bisogno si fa più forte? Non sarebbe credibile». E così i preti vicentini sono rimasti, nonostante la situazione di tensione: don Maurizio e don Leopoldo Rossi a Loulou; don Gianantonio Allegri e don Giampaolo Marta a Tchéré-Tchakidjebè. Accanto a loro, le suore canadesi della congregazione di “Notre Dame de Montreal”, con suor Gilberte Bussiére e tre consorelle africane. Lo scorso gennaio, la visita del vescovo mons. Beniamino Pizziol e di don Arrigo Grendele è stata improntata a misure di sicurezza maggiori. Ma i missionari vicentini non sono soli nell’opera pastorale e di promozione umana. Un po’ più lontano, quasi sul confine con la Nigeria, si trova la missione di Mogodé-Rhumzu, della Diocesi di Como. Lì operano don Corrado Necchi e don Alessandro Alberti, con loro Laura, una volontaria. Dallo scorso novembre, si muovono solo scortati.

Dott. Massoni, come si sta connotando la crisi dell’area?

«Da alcuni anni a questa parte, sta emergendo un nuovo elemento: la penetrazione di componenti salafite di matrice saudita, in una zona che finora non era stata di loro interesse, una penetrazione attuata mediante il finanziamento di gruppi locali, fortemente destabilizzanti, prima inesistenti. Che si chiamino Boko Haram, Ansaru o Séléka (che hanno costretto alla fuga, lo scorso marzo, l’ex presidente centrafricano Francois Bozizè) o qualcos’altro, poco importa (vedi box sotto). Il Cameroun è uno dei pochi Paesi africani a non aver mai subito un colpo di stato o un rovesciamento violento del potere da una decina d’anni a questa parte. Tuttavia, una costellazione di milizie jihadiste ne sfrutta da diverso tempo le regioni settentrionali per condurre attacchi oltre le sue frontiere».

Chi sono questi attori esterni?

«In quell’area tutti sono presenti: francesi, tedeschi, americani, Paesi Arabi, Israele. Si creano e si disfano alleanze tattiche per cercare di arginare le mire espansionistiche della Cina, che non è ancora aggressiva militarmente, ma che è verosimile possa diventarlo. Si armano e si foraggiano gruppi di miliziani locali, e così si combattono quelle che vengono definite guerre per procura. Questo avviene, per lo più, su grosse fette di territorio, fuori portata rispetto ai governi centrali, che in Africa generalmente sono governi fantoccio. Questa opposizione, del tutto artificiale, fa certamente comodo a quegli attori esterni al Paese, interessati a controllarne le risorse naturali, uranio in primo luogo, oltre che petrolio, diamanti, oro, ferro e rame. Niente di nuovo sotto il sole. Questo avviene in maniera trasversale e obliqua, in Somalia, Repubblica Centrafricana, nel nord Kivu. E spostarsi da un Paese all’altro è facilissimo, perché i confini sono porosi».

Nel 1960, il Cameroun ottenne l’indipendenza dalla Francia; da allora è una repubblica unita. Tuttavia, il presidente, Paul Biya, mantiene lo stato nell’orbita francese. «E intanto gioca la carta dell’alleanza con la Cina. Perciò il Cameroun è il prossimo stato a rischio caduta. Come è accaduto in Libia. Assistiamo in questi ultimi anni sempre più ad una proliferazione della fenomenologia dei Made Happen Failed States, vale a dire stati già fragili, che vengono fatti intenzionalmente fallire per mezzo di crimini di aggressione o golpe orditi da attori esterni. In mezzo a tutto questo, è sempre più facile per neo-formazioni non statali, movimenti ribelli e fondamentalisti armati, insediarsi e controllare regioni intere. Poi, quando lo Stato si dimostra incapace di mantenere una certa stabilità, allora interviene la comunità internazionale».

Qual è il ruolo dell’elemento religioso?

«Mi preoccupa che, negli ultimi dieci anni, ci sia una tendenza generale a conferire un valore confessionale, di fatto fittizio e posticcio, di scontro tra religioni o interconfessionale, in aree che prima non conoscevano questi problemi e dove la convivenza era la norma. E’ evidente che impoverimento, endemica arretratezza, dovuta alla mancata diffusione della ricchezza nazionale, rappresentano aspetti su cui si può far leva. L’Africa fa sempre più gola e di conseguenza, qualsiasi scusa è buona per creare scompiglio. Fa gioco a qualcuno che ci sia guerra fra cristiani e musulmani. Ma non è vero che gli africani tendono a radicalizzarsi, né dal punto di vista dell’islamizzazione, né del fondamentalismo cristiano, lo fanno perché non ci sono altre opportunità. Sono zone abbandonate da tutti. La presenza di qualche Ong o dei missionari non basta a cambiare le prospettive e le percezioni del futuro da parte dei giovani».

Per quanto attiene ai rapimenti?

«I rapimenti sono compiuti dai locali, ma spinti dall’esterno. Certamente, chi rapisce, lo fa per negoziare. Ma in questo ambiente è difficilissimo avere rapporti, contatti, informazioni. Figuriamoci per un Paese come l’Italia che si è sempre disinteressata dell’Africa. La presenza italiana sul posto è più di rappresentanza. Non c’è presenza politica o commerciale importante, se non per qualche azienda privata. La Cina, invece, ha svolto bene il suo lavoro. In realtà, gli africani non si fidano dei cinesi, ma non hanno alternative. I cinesi hanno cominciato ad impiantare già 25 anni fa, un sistema strutturale: per loro, non si stratta solo di accaparrarsi risorse, è qualcosa di più profondo. I cinesi si sono trasferiti, sono diventati imprenditori. Lì si sposano e hanno figli. Hanno già pianificato che l’Africa diventerà il centro della produzione economica mondiale. Una produzione sempre più fatta da cinesi. Noi coliamo a picco e non capiamo che potremmo salvare il sistema Italia, delocalizzando in Africa in maniera intelligente. E una presenza più importante nel continente ci permetterebbe di non essere sparuti e disarmati come siamo adesso, quando qualche nostro missionario o imprenditore viene rapito. Siamo un Paese un po’ fallito. Siamo inadeguati e inadempienti e in grande difficoltà a capire come possiamo innescare meccanismi virtuosi».

DAL BOKO HARAM ALL’ANSARU:
la violenza targata al-Qaeda

«L’espressione “Boko Haram”, nella cultura hausa (nord della Nigeria) esprime la negatività (così almeno viene percepita da loro) del sistema educativo degli ex colonizzatori britannici. Letteralmente, in arabo,“boko” vuol dire “falso” e “haram” significa “peccato”», spiega padre Giulio Albanese, missionario comboniano, giornalista fondatore dell’agenzia Misna.
Fondato in Nigeria nel 2002 dall’imam Mohammed Yusuf, Boko Haram si pone l’obiettivo della creazione di uno Stato retto dalla legge islamica radicale. Nel 2004 ha cominciato a sconfinare in Cameroun, dando il via a una campagna di terrore fra i monti Mandarà. Dal 2009 in poi, la violenta repressione dell’esercito nigeriano ha fatto sì che Boko Haram rivolgesse i propri attacchi principalmente contro obiettivi governativi. L’arresto di Yusuf, morto in cella, sembra aver lasciato spazio a una leadership collegiale, i cui componenti non sono ancora stati identificati. L’organizzazione, che gli analisti dicono avere legami con sigle qaedaiste, ha generato negli anni una rete di cellule e formazioni combattenti, tra cui, la più recente, che si è resa responsabile del ricorso sempre più sistematico alla violenza, porta il nome di Ansaru.

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 13 aprile 2014

 

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