Quella valigia in stile “Eta Beta” piena di biscotti

“Una parola è troppa e due sono poche”: è la prima cosa che mi è venuta in mente – facendo mia una frase del celebre Nonno Libero -, quando sabato 5 apri- le, alle 7 di mattina, mentre ero in auto, sono stata raggiunta da una telefonata dal Cameroun, che mi informava che due sacerdoti della diocesi di Vicenza erano stati rapiti. Il cuore ha sobbalzato. Non ci potevo credere. Il mio primo pensiero è andato a don Maurizio Bolzon, che avevo intervistato per Famiglia Cristiana, lo scorso novembre, poco dopo il rapimento del padre francese, Georges Vandenbeusch.
Mi aveva raccomandato di prestare attenzione alle parole, e a me sembrava di aver fatto un pezzo di grande diplomazia. Ma quella telefonata mi ha mandato in crisi. Se quella testimonianza fosse risultata scomoda? Avevo riportato davvero una parola di troppo? Qualche volta, la delicatezza delle situazioni fa a pugni col mestiere. Ma la seconda telefonata, giunta poco dopo, ha chiarito che non si trattava di don Maurizio, bensì di don Giampaolo Marta, don Gianantonio Allegri e suor Gilberte Bussiére.
La preoccupazione non veniva meno, cambiava solo nome. Don Giampaolo l’ho conosciuto bene, nel gennaio 2011, quando con don Arrigo Grendele, direttore dell’Ufficio missionario diocesano, abbiamo accompagnato don Leopoldo Rossi, che prendeva servizio nella parrocchia di Loulou, per dare man forte a don Maurizio, da un anno e mezzo rimasto solo. Con noi c’erano anche tre dei fratelli di don Damiano Meda (all’epoca assieme al cugino don Giampaolo nella parrocchia di Tchére-Thakidjebè, poi rientrato a Vicenza lo scorso giugno, e sostituito da don Gianantonio): Pierpaolo, Rosetta e Giuseppe. Venivano per la prima volta a vedere dove viveva il fratello. Rosetta mi fece tanta tenerezza, fin dalla prima notte, trascorsa in un’N’Djamena, totalmente avvolta dal buio, perché lì la corrente elettrica va a singhiozzo. Allora si atterrava all’aeroporto della capitale del Ciad, per poi proseguire in auto fino in Cameroun. Saranno 300 chilometri, ma oggi quella strada non è più praticabile, a meno di non essere scortati. Quando arrivammo a Tchéré, una delle valigie dei fratelli Meda ricordava quella di Eta Beta. Ne uscirono sacchetti di biscotti, scatole di pasta, vasetti di nutella, e ogni sorta di ben di Dio, perché quando si vive in posti così lontani, mi disse Rosetta, «si ha bisogno di qualche “coccola”». In quell’occasione conoscemmo anche suor Gilberte, canadese, della congregazione di “Notre Dame de Montreal”: è una donna di ottant’anni, dinamica, tenace, piena di amore verso quei bambini ai quali da 35 anni fa da insegnante. Bimbi che si devono destreggiare fin dalla più tenera età tra il mofu (idioma locale) e il francese (dal XVII secolo il Paese venne colonizzato dagli europei, attirati dal commercio degli schiavi e dall’avorio. Prima arrivarono i tedeschi, poi, dopo la prima guerra mondiale, le forze alleate posero la colonia sotto mandato francese, a eccezione di una piccola parte, a ovest, affidata alla Gran Bretagna, ndr). Suor Gilberte era stata qualche settimana a casa, in Canada, per un problema di salute, ma, come quasi sempre accade con i missionari, nonostante le consorelle le avessero consigliato di non tornare nel Paese africano, lei non aveva voluto sentire ragioni. «È un bene che sia con i due nostri sacerdoti, perché, se pur fisicamente è la più debole, è una donna di grande fede, e questa è la sua forza», dice don Arrigo Grendele.
«Mi sembra di vedere la gente di Tchéré – dice don Lorenzo Zaupa, che quella parrocchia l’ha aperta nel 1994, e vi è rimasto quattro anni -. Immagino una lunga fila, silenziosa, che da tutte le comunità si incammina verso la parrocchia per avere notizie. Dimostra così, con la presenza, l’affetto per i suoi preti scomparsi, per suor Gilberte, maestra di due generazioni. Questo è il popolo camerunese ».
Che idea ti sei fatto della situazione? «Lo ripeto. La gente non c’entra nulla, nutre grande attaccamento per i missionari, ne riconosce il valore e l’impegno. Ma in quella zona, a 80-90 chilometri dal confine con la Nigeria, si sviluppano grossi traffici. In Nigeria si compra di tutto con poco: petrolio, benzina, pezzi di ricambio, carburante, e poi si rivende in Cameroun. Lì, la nostra parrocchia è esposta a troppi sguardi».
Quando andai lì, mi colpì l’isolamento di quella terra, l’Estremo Nord del Cameroun, al confine con il Ciad (a nord), la Nigeria (a nord-ovest, per quasi 1.700 chilometri), la Repubblica Centrafricana (a est), lontanissimo da Yaoundé, la capitale, che sta a sud, e quindi dal governo centrale. Il fatto che il Paese vivesse stabilità politica da cinquant’anni, metteva una certa tranquillità, ma la non distribuzione della ricchezza è un fattore esplosivo. Quando la pancia è vuota, è facile diventare preda del fondamentalismo, dell’idea che qualsiasi straniero sia un nemico da combattere.
L’Estremo nord è una regione montagnosa e piena di sassi, dove case di terra e tetti di paglia si confondono con le rocce. Il miglio è l’alimento quotidiano, da cui si ricavano la polenta, la birra, il foraggio per le capre, la corda per i tetti di paglia, e viene utilizzato anche come offerta agli antenati. Ma spesso, l’uomo il miglio se lo beve, sottoforma di bil-bil, un intruglio responsabile dell’alcolismo dilagante.
Il clima alterna stagioni molto secche a periodi di piogge torrenziali, e ad altri “spazzati” dall’harmattan (il tipico vento), che rende il terreno duro e aspro. Durante la stagione delle piogge (giugno-settembre) si lavora sodo per mettere nel granaio miglio sufficiente alla sopravvivenza durante la lunga stagione secca. Chi può, emigra in città, in cerca di lavoro, oppure si indebita, o si mette a servizio di padroni senza scrupoli. Quando la pioggia tarda, oppure è scarsa, oppure arrivano le cavallette, il raccolto non è buono. Allora regna la fame. In tale contesto, se non ci fossero i missionari, non ci sarebbe nessuno. La gente lo sa, prega, e aspetta.

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 13 aprile 2014

 

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