A scuola di omelie – Vicenza: un aiuto a migliorare, con i diaconi protagonisti

Si chiamano Andrea, Matteo, Luca, Riccardo e di nuovo Luca. Sono cinque diaconi della diocesi di Vicenza, prossimi all’ordinazione, che già operano in parrocchia, pronti a mettersi in discussione, partecipando al ProgettOmelie, inserito nel progetto formativo del Seminario. Vicenza, infatti, è l’unica diocesi che lavora con i diaconi invece che con i preti: una sperimentazione nella sperimentazione.

Iniziato il 27 febbraio scorso, il laboratorio, coordinato da monsignor Pierangelo Ruaro, direttore dell’Ufficio liturgico diocesano, prevede cinque incontri, l’ultimo il 9 maggio. Ogni appuntamento, dopo la preghiera iniziale e la presentazione del tema del giorno, l’esposizione delle omelie, in cappella, perché anche il luogo dev’essere adatto. Quindi, una consultazione veloce. “Vogliamo ‘montare’ l’omelia pezzo per pezzo – sottolinea Ruaro -. La prima volta si è parlato di come curare l’incipit, la volta successiva di come raccordare l’inizio con la parte centrale, e così via. Non vogliamo però che i partecipanti si sentano sotto esame, non è questo il senso, vogliamo trasmettere l’idea dell’incoraggiamento, il nostro è un aiuto a migliorare”.

Gli osservatori sono don Dario Vivian, docente al Seminario e coordinatore del gruppo di lavoro, Lauro Paoletto, direttore del settimanale diocesano, La Voce dei Berici, Martina Bon, giovane che sta svolgendo servizio civile, suor Maria Grazia Piazza, presidente del Centro documentazione e studi ‘Presenza Donna’, la giornalista Marta Randon. Come si nota, la commissione è a prevalenza femminile. “Per noi preti – prosegue Ruaro – è importante essere valutati da una sensibilità diversa”.

Come sono le sue omelie?

“Io le scrivo complete, poi le racconto liberamente, guardando le persone in faccia. Normalmente, impiego sui 10 minuti. Il contesto laboratoriale è diverso. Mentre quando sei sul pulpito, parli con calma e ti prendi il tuo tempo, nell’ambiente artificiale, anche psicologicamente, non vedi l’ora di finire, perciò tendi ad accelerare. Ecco perché cerchiamo di creare un clima amichevole, anche attraverso il pasto comune, per cercare di ovviare un po’ all’ansia di tutti, di chi giudica e di chi verrà giudicato”.

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – 16 aprile 2014

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