Pellegrini con Francesco. Amore, giustizia, riconciliazione. I bisogni del mondo

 

«Siamo lieti di questa visita di papa Francesco – dice padre Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme -. Dobbiamo ricordare che il Patriarcato che lui visita, si estende su Israele, la Palestina, e la Giordania (anche Cipro vi fa parte, ma il Papa non andrà, ndr), ciascuno di questi territori vive una situazione diversa, problemi diversi, proprie ansie ed aspettative. In Giordania c’è più stabilità, e il Governo si è molto impegnato per il successo di questa visita. Mentre qui in Israele, a causa della situazione politica, della divisione tra i cristiani, dello status quo, la logistica è più complicata».

Quali sono le difficoltà?

«Il fatto, per esempio, che la visita è corta, perciò non è stata inserita la Galilea, Nazareth, dove effettivamente abbiamo tanti fedeli. Il Santo Padre celebra la messa davanti alla chiesa della Natività di Betlemme, ma la piazza è piccola (piazza della Mangiatoia, ndr), e non potremo accettare tutti, e poi dovremo contentare per quanto possibile tutti i riti, dare un ruolo a ciascuno. La cosa non è facile. Ancora, il Papa ha chiesto di mangiare con alcune famiglie e i loro bambini. L’idea è bellissima, ma tutte le famiglie vogliono, tutti i vescovi, tutti i vicari. Con quali criteri possiamo scegliere? Ho detto ai miei collaboratori, fate voi: io non voglio sapere niente».

A parte questi problemi organizzativi, quale clima si respira?

«Tutti sono entusiasti perché tutti ritengono il Santo Padre un amico. Ma ho invitato tutti i nostri fedeli a non fermarsi all’entusiasmo di quei giorni, ma di ascoltare bene ciò che il Santo Padre dirà, di appuntarselo, per poi poter leggere e meditare quei discorsi, e trovare il messaggio che Lui vuole dare. Questo dev’essere un messaggio per tutti: governanti, dirigenti, chi ha nelle mani il destino della popolazione, ma anche per noi cristiani, affinché riusciamo a vivere sempre di più la comunione, l’unità e la collaborazione tra di noi, vescovi, fedeli, patriarchi. Quel messaggio dovrà essere per noi un programma di vita».

C’è una dimensione politica in questa visita?

«Il Santo Padre ha detto che viene per commemorare l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, però non potrà mancare una dimensione politica della visita. Innanzitutto, lui rimane un Capo di Stato, ed è l’unico leader mondiale che tutti ascoltano volentieri. Non dimentichiamo che qui perdura il conflitto israelo-palestinese. Il Santo Padre parlerà di giustizia, di dignità umana, della pace, della libertà di accesso ai Luoghi Santi: ogni tema si rifà a una situazione politica. Dopo di che, per i risultati, tocca ai politici. L’importante è che tutti lo ascoltino».

Sembra che la visita sarà super blindata.

«C’è questa malattia di overdose di sicurezza degli israeliani, ma non può andare con questo Papa. Lui è un padre, un pellegrino, un fedele, un amico, un papà per tutti, non puoi pretendere di metterlo in carcere. Se lui avesse voluto davvero questo eccesso di sicurezza, non avrebbe deciso di venire fino a qui, ma se ne sarebbe rimasto a casa sua».

Che cosa pensa di questa ondata di vandalismo contro i luoghi cristiani? (Su questi fatti, il patriarca Twal, domenica 11 maggio, ha indetto una conferenza stampa nella parrocchia latina di Haifa, ndr).

«In realtà, gli attacchi sono contro tutto quello che non è ebraico: cristiani, musulmani e drusi. Questi vandali scrivono sui muri, distruggono i cimiteri, le tombe, fanno graffiti contro Gesù, contro Maria, cercano di intimidire le persone. Il fatto più grave è stato la lettera minatoria al vescovo di Nazareth, Giacinto Boulos Marcuzzo, firmata da un rabbino della regione, in cui ai cristiani, definiti “idolatri” e “stranieri”, veniva intimato di lasciare il Paese entro i primi giorni di maggio, minacciando stragi e violenze. Loro credono che ce ne andiamo, ma noi restiamo. Questa situazione è pessima per l’immagine stessa di Israele, e poi non aiuta la convivenza, e questo veleno nell’atmosfera prima dell’arrivo del Santo Padre non è bene. Il Governo sta cominciando adesso a considerare la gravità del fenomeno, all’inizio ha lasciato fare. Forse ha troppo coccolato questi estremisti, a tal punto che ora ne paga il prezzo».

La gente ha paura?

«Abbiamo fatto una conferenza stampa anche per tranquillizzare la gente e per spiegare. I fanatici sono gruppi evangelici o sionisti estremisti ma che, così facendo, si fanno nemici di tutti quanti, anche del popolo israeliano. Dopo l’attacco a un monastero di clausura, un professore universitario israeliano ha voluto mandarmi un po’ di soldi per sistemare il danno. Mi ha chiesto: che cosa posso fare? Gli ho detto: insegna ai tuoi ragazzi a rispettare gli altri. E alle suore ho raccomandato di pregare anche per questi pazzi. Speriamo che il Signore converta la loro testa e il loro cuore».

Come cristiani di Terra Santa, state in mezzo tra musulmani ed ebrei, come vivete questa situazione?

«Noi capi religiosi stiamo attraversando un momento molto delicato. I palestinesi arabi pretendono da noi più impegno, prese di posizione, anche radicali, per difendere la loro causa. Gli israeliani auspicano da parte nostra il silenzio, fino a quando non ci sarà un’apertura, che possa sostenere, anche in parte, la loro politica di occupazione. È giunto, invece, il tempo in cui dobbiamo trovare un nuovo equilibrio, nell’attesa di un avvenire basato sul bene comune di entrambi i popoli. Quello che è strano in questa terra è che l’anormalità è diventata prassi quotidiana. Ci vuole pazienza, tanta tolleranza, ma soprattutto preghiera. Come Maria, noi cristiani abbiamo un ruolo da giocare nel piano divino della salvezza, portando Cristo in ogni angolo della Terra Santa, rendendo a lui testimonianza e diffondendo il suo messaggio di pace e unità».

I negoziati sono nuovamente congelati. Si arriverà mai alla pace?

«Magari. Questo è il nostro sogno. Il vandalismo è un calvario, l’occupazione è un calvario. E spesso ci sentiamo lasciati soli, soprattutto da parte dei Paesi arabi del Golfo; abbiamo sentito tanti discorsi, ma visto poche azioni, tante promesse mai realizzate. L’Europa e l’Italia ci aiutano, ma dovrebbero avere un po’ più di capacità politica. È improcrastinabile creare i presupposti perché i bambini arabo palestinesi possano giocare e studiare in tutta libertà con i loro coetanei israeliani. Ma questo progetto richiede tempo e impegno nella formazione culturale. Abbiamo le nostre sofferenze, ma non dimentichiamo quelle dei nostri fratelli: in Siria, in Nigeria. Tutta la Chiesa è un calvario. Siamo tutti desiderosi di quel che Paolo VI esclamò nel suo intervento alle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965: “Mai più la guerra!”, perché con la guerra nessuno guadagna e tutti perdono. Un appello che papa Francesco ha ripreso in occasione di una delle più grandi campagne della storia, quella per impedire la guerra in Siria. Questo mondo ha bisogno quotidiano di amore, di giustizia e di riconciliazione tra i popoli e soprattutto nei cuori».

© 2014 Romina Gobbo

da Gerusalemme

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: